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Ghana, Kenya, Zimbabwe: c’è un’Africa che rifiuta i soldi Usa per la sanità. Ecco perché

Il Ghana è il primo grande Paese africano a rifiutare l'accordo sanitario portato avanti dagli Stati Uniti con i vari governi del continente.

C’è unprimo importante intoppo nella strategia di Donald Trump di tornare a essere protagonisti nella sanità africana. Il presidente Usa, come si sa, a partire dal mese di gennaio 2025 ha deciso per un altro approccio rispetto ai predecessori: niente più fondi Usaid, erogati anche e soprattutto a favore della sanità del continente africano, a favore invece di singoli accordi con singoli Paesi africani per specifici progetti. Secondo la Casa Bianca, in tal modo è possibile incidere maggiormente sui vari territori grazie anche a una maggiore trasparenza nella gestione delle somme. L’approccio trumpiano inoltre, rispecchia più fedelmente la visione politica del Tycoon, vista la maggior rilevanza data ai singoli governi africani rispetto alle organizzazioni internazionali e alle Ong. Dopo il via libera ad oltre 30 intese con altrettanti Paesi, ecco per l’appunto che all’orizzonte si intravvedono le prime nubi. Alcuni governi infatti non hanno intenzione di firmare gli accordi proposti da Washington. Il Ghana nei giorni scorsi è stato il primo grande Paese africano a rigettare l’intesa sulla salute.

Il no di Accra

Eppure, nei primi mesi del 2026, sembrava tutto già pronto per le firme: Accra e Washington, in particolare, dopo diversi mesi di contrattazioni avevano trovato un accordo per l’erogazione da parte statunitense di 109 milioni di dollari a favore di particolari progetti sanitari. In molti, subito dopo i primi annunci delle due parti interessate, hanno ritenuto imminente il disco verde definitivo per l’intesa. Tuttavia, a partire dallo scorso febbraio, il governo del presidente John Dramani Mahama ha iniziato a manifestare perplessità e a rallentare il processo di ratifica del documento. Tanto che da parte statunitense è stato fissato anche un ultimatum entro cui arrivare alla firma dell’accordo. Il 24 aprile, giorno stabilito da Washington per avere una definitiva risposta, da Accra non è arrivato alcun via libera. Al contrario, il Ghana ha rifiutato di attuare l’intesa.

Il motivo, così come spiegato dal Washington Post, risiede negli impegni che Accra dovrebbe prendere con gli Usa per avere in cambio le somme pattuite. La Casa Bianca infatti, così come fatto con tutti gli altri singoli governi africani con cui ha avviato le trattative, ha legato l’erogazione dei fondi a due importanti clausole vincolanti: l’impegno a cofinanziare i progetti, aumentando così la spesa del governo locale per il comparto sanitario, ma soprattutto l’obbligo di fornire dati per verificare costantemente l’avanzamento dei progetti sostenuti. Il timore del governo ghanese è quello di essere costretto a fornire anche dati sensibili dei pazienti, offrendo quindi a Washington un potenziale vasto database contenente informazioni sui propri cittadini. Circostanza quest’ultima che ha alimentato molte polemiche all’interno dell’opinione pubblica ghanese, tanto da costringere Mahama a interrompere per il momento le trattative.

Le preoccupazioni degli altri Paesi africani

Il nodo riguardante la cessione dei dati dei pazienti è senza dubbio quello più spinoso. A lanciare il primo allarme in tal senso è stato il Kenya, il cui governo già lo scorso anno ha firmato l’intesa con gli Stati Uniti. Ma diverse associazioni locali, hanno espresso i propri timori riguardo il rispetto della privacy e la possibilità di trasferire in un Paese terzo i dati sensibili dei propri concittadini. Ne è così nato un ricorso che la Corte Suprema keniana ha accolto, con i giudici che hanno temporaneamente sospeso l’efficacia dell’accordo in attesa del proprio pronunciamento. L’associazione dei consumatori di Nairobi ha parlato, a proposito dell’intesa sanitaria con gli Usa, di un patto basato su “soldi in cambio di dati“. Nei mesi scorsi invece, è stato il governo dello Zimbabwe a bocciare la proposta arrivata da Washington.

La fronda di Paesi contrari, dopo lo schiaffo di Accra, potrebbe ulteriormente crescere. Alimentando così i timori dell’amministrazione Trump, il cui progetto è quello di spendere meno ma in modo più dettagliato sulla sanità africana e senza perdere il “soft power” legato ai precedenti aiuti forniti da Usaid. Da Washington tuttavia, per il momento si tende a minimizzare. I funzionari statunitensi hanno sottolineato nei giorni scorsi che 32 Paesi africani hanno già sottoscritto gli accordi, per un totale di 12 miliardi di dollari di investimenti concordati.

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