C’è un momento, nel corso di una crisi sanitaria, in cui la tecnologia più sofisticata diventa irrilevante. Non serve una TAC se manca l’energia per accenderla. Non serve un ventilatore se non c’è ossigeno. Non serve un centro di dialisi se l’acqua non è pura abbastanza, o semplicemente non arriva. L’ossigeno medicale e l’acqua per dialisi rappresentano due infrastrutture invisibili della sopravvivenza. Non hanno il fascino dell’innovazione farmacologica né la visibilità dei vaccini. Eppure, senza di loro, milioni di persone muoiono — non per mancanza di cure, ma per mancanza delle condizioni materiali che rendono possibili quelle cure.
L’ossigeno è il farmaco più prescritto al mondo e il meno considerato come tale. Ogni giorno, milioni di pazienti dipendono dalla sua disponibilità: malati respiratori cronici, neonati prematuri, vittime di traumi, pazienti in terapia intensiva, persone sottoposte ad anestesia generale. A differenza dei farmaci tradizionali, l’ossigeno non può essere stockato indefinitamente, non viaggia facilmente su lunghe distanze e richiede infrastrutture dedicate — impianti di produzione, bombole, sistemi di distribuzione ospedaliera, concentratori. La sua filiera è locale per necessità fisica, ma dipende da tecnologie e componenti che sono globali.
La pandemia di COVID-19 ha reso visibile una fragilità strutturale che esisteva da sempre. Durante le ondate più intense, ospedali in tutto il mondo si sono trovati senza ossigeno sufficiente. In India, nella primavera del 2021, le immagini di pazienti che morivano nei parcheggi degli ospedali per mancanza di O₂ hanno fatto il giro del mondo. Ma il problema non era solo indiano. In Brasile, a Manaus, l’ossigeno finì letteralmente, costringendo a trasferimenti aerei di bombole da altri Stati. In Perù, famiglie facevano la coda per giorni davanti agli impianti di ricarica. In Italia, durante la prima ondata, alcuni ospedali del Nord dovettero razionare le forniture.
La pandemia ha mostrato che l’ossigeno medicale non è una risorsa infinita. È un bene industriale con capacità produttiva finita, logistica complessa e domanda altamente variabile. Gli impianti di frazionamento dell’aria sono dominati da pochi grandi produttori globali — Linde, Air Liquide, Air Products — che controllano quote significative della capacità installata mondiale. La concentrazione del mercato crea efficienza in tempi normali e vulnerabilità in tempi di crisi.
I concentratori di ossigeno, alternativamente, permettono la produzione decentralizzata. Durante la pandemia sono diventati oggetti contesi, con prezzi che sono triplicati e tempi di consegna che si sono allungati di mesi. La loro dipendenza da zeoliti e compressori affidabili li rende comunque vulnerabili alle filiere globali dei componenti.
Geopolitica dell’O₂: chi produce, chi dipende
La capacità di produzione di ossigeno medicale è distribuita in modo diseguale. I Paesi industrializzati dispongono di reti capillari di impianti e sistemi di distribuzione. I Paesi a basso reddito dipendono spesso da importazioni di bombole o da pochi impianti centralizzati. L’Africa subsahariana, prima della pandemia, aveva una capacità di produzione di ossigeno medicale pari a una frazione di quella necessaria. L’OMS stimava che solo il 10-15% degli ospedali africani disponesse di accesso affidabile all’ossigeno. Durante la pandemia, questo gap si è trasformato in eccesso di mortalità.
La dipendenza non è solo tecnologica. È anche energetica: sia gli ASU che i concentratori richiedono elettricità stabile. In contesti di black-out frequenti — comuni in molti Paesi a basso reddito e nelle zone di conflitto — l’ossigeno diventa intermittente come la corrente.
La dialisi: acqua pura come linea di vita
Un paziente in emodialisi richiede circa 120-150 litri di acqua ultrapura per ogni sessione di trattamento. Con tre sessioni settimanali, il consumo annuale supera i 20.000 litri per paziente. A livello globale, i pazienti in dialisi sono oltre 3,4 milioni — un numero in crescita costante a causa dell’aumento di diabete, ipertensione e invecchiamento della popolazione.
L’acqua per dialisi non è acqua potabile. È acqua trattata attraverso processi di osmosi inversa, deionizzazione e sterilizzazione per rimuovere contaminanti che, se introdotti direttamente nel sangue, causerebbero reazioni immediate e potenzialmente fatali. La qualità richiesta è definita da standard internazionali (ISO 13959) e monitorata continuamente.
Ogni fase della catena dipende da consumabili — membrane, cartucce, filtri — che hanno durata limitata e richiedono sostituzione periodica. Questi componenti sono prodotti da un numero ristretto di aziende specializzate, con filiere che attraversano più continenti.
In contesti di conflitto, l’interruzione dell’approvvigionamento idrico colpisce immediatamente i centri di dialisi. A Gaza, durante le escalation militari, i pazienti dializzati hanno rappresentato una delle categorie più vulnerabili: senza elettricità per le pompe, senza acqua per il trattamento, senza possibilità di evacuazione. In Ucraina, il bombardamento delle infrastrutture energetiche ha avuto effetti a cascata sui servizi sanitari, inclusa la dialisi. I generatori di emergenza possono alimentare le macchine, ma non possono produrre acqua purificata se l’approvvigionamento idrico è interrotto o contaminato.
La dialisi è, in questo senso, un indicatore estremo di vulnerabilità infrastrutturale: richiede simultaneamente elettricità stabile, acqua pulita, consumabili specifici, personale formato e accesso fisico dei pazienti — tre volte a settimana, senza eccezioni.
La malattia renale cronica colpisce circa il 10% della popolazione mondiale. Di questi, una frazione raggiunge lo stadio terminale che richiede dialisi o trapianto. Ma l’accesso alla dialisi è profondamente diseguale. Si stima che milioni di persone muoiano ogni anno per insufficienza renale non trattata — non perché la tecnologia non esista, ma perché le infrastrutture necessarie non sono disponibili dove vivono.
La pandemia di COVID-19 e i conflitti contemporanei hanno accelerato un cambio di paradigma nella percezione della sanità. Non più solo sistema di cura, ma infrastruttura critica alla pari di energia, telecomunicazioni e trasporti.
Un ospedale moderno, infatti, dipende da:
• Energia elettrica — primaria e di backup
• Acqua — potabile e ultrapura
• Gas medicali — ossigeno, aria compressa, vuoto, protossido d’azoto
• Connettività — per dispositivi in rete, cartelle cliniche, telemedicina
• Logistica — farmaci, consumabili, dispositivi
• Personale — formato, presente, protetto
L’interruzione di una qualsiasi di queste dipendenze può paralizzare la capacità operativa, anche se l’edificio è intatto e i medici sono presenti.
La lezione dei conflitti contemporanei parla per sé. In Yemen, dopo anni di conflitto, il sistema sanitario è collassato. Gli ospedali funzionanti sono una frazione di quelli pre-guerra. L’accesso a ossigeno, dialisi, trasfusioni è limitato alle aree controllate e ai pazienti che possono raggiungere i centri ancora operativi. In Siria, l’attacco sistematico alle infrastrutture sanitarie è stato documentato come strategia deliberata. Ospedali bombardati, ambulanze colpite, personale ucciso. Ma anche quando le strutture fisiche sopravvivono, l’interruzione di elettricità, acqua e forniture le rende inoperative. In Ucraina, il Ministero della Salute ha dovuto organizzare trasferimenti di pazienti dializzati verso regioni più sicure, coordinare forniture di emergenza di ossigeno, garantire generatori per i centri critici. La guerra ha trasformato la gestione sanitaria in un’operazione logistica di sopravvivenza.
Filiere globali, vulnerabilità locali
Dietro ogni litro di acqua per dialisi c’è una membrana di osmosi inversa. Dietro ogni concentratore di ossigeno c’è un letto di zeolite. Questi materiali sono prodotti da un numero limitato di aziende specializzate, con impianti concentrati geograficamente. Le membrane per osmosi inversa di grado medicale sono dominate da produttori giapponesi, americani e europei. Le zeoliti sintetiche provengono in larga parte da Cina e USA. I compressori e le valvole di precisione dipendono da filiere industriali che attraversano più continenti.
Durante la pandemia, la domanda di concentratori di ossigeno è esplosa. I tempi di consegna delle zeoliti sono passati da settimane a mesi. Alcuni produttori hanno dovuto rallentare la produzione non per mancanza di domanda, ma per mancanza di componenti.
Le macchine per dialisi moderne, invece, sono dispositivi medicali complessi. Incorporano sensori, pompe di precisione, sistemi di controllo, display, connettività. Dipendono da semiconduttori, firmware, software. Sono soggette agli stessi rischi di approvvigionamento che colpiscono l’industria automobilistica o l’elettronica di consumo.
Un concentratore di ossigeno contiene un microcontrollore che gestisce il ciclo, sensori che misurano la concentrazione di O₂, valvole elettromagnetiche, un compressore con controllo elettronico. Ogni componente ha una filiera, ogni filiera ha strozzature potenziali.
Strategie di resilienza
La risposta più promettente alla vulnerabilità dell’ossigeno è la decentralizzazione. Impianti PSA (Pressure Swing Adsorption) di scala ospedaliera possono produrre ossigeno in loco, riducendo la dipendenza dalla logistica delle bombole. Durante la pandemia, organizzazioni come PATH e la Clinton Health Access Initiative hanno accelerato l’installazione di impianti PSA in Africa e Asia meridionale. L’OMS ha lanciato iniziative per aumentare la capacità produttiva locale.
Ma la decentralizzazione non elimina tutte le dipendenze:
• Gli impianti PSA richiedono elettricità stabile — almeno 10-20 kW per un sistema ospedaliero;
• Le zeoliti devono essere sostituite periodicamente e provengono da filiere concentrate;
• La manutenzione richiede competenze tecniche non sempre disponibili localmente;
• I compressori hanno parti soggette a usura e richiedono ricambi.
La resilienza completa richiederebbe la localizzazione di tutta la filiera — dalla produzione di zeoliti alla fabbricazione di compressori — un obiettivo irrealistico per la maggior parte dei Paesi.
Alcuni Paesi hanno iniziato a trattare i dispositivi medicali critici come beni strategici, creando scorte nazionali e diversificando i fornitori. La pandemia ha spinto l’Unione Europea a ripensare la propria dipendenza esterna per dispositivi di protezione, ventilatori e componenti critici. Il Critical Medicines Act e le strategie sui semiconduttori includono, almeno implicitamente, anche i dispositivi medicali tra le priorità. La resilienza non può però basarsi solo sull’accumulo, ma richiede capacità produttiva attivabile in caso di crisi.
La risposta più efficace alle crisi di approvvigionamento durante la pandemia è stata spesso la cooperazione internazionale — trasferimenti di bombole, donazioni di concentratori, condivisione di know-how.
Se il controllo dell’ossigeno e della dialisi determina chi vive e chi muore, allora l’accesso a queste risorse è una questione di diritti umani, non solo di politica sanitaria.