Ogni anno milioni di persone si mettono in cammino verso luoghi santi animate da fede e devozione. Dalla spianata della Mecca alle rive del Gange, fino a Piazza San Pietro a Roma, i grandi pellegrinaggi religiosi rappresentano momenti di intensa spiritualità collettiva. Ma nel grembo di queste oceaniche folle di fedeli si cela un’altra realtà: quella del rischio sanitario. La storia insegna che quando le masse si spostano e si accalcano in nome della fede, i microbi viaggiano con loro talvolta innescando epidemie devastanti. Dalla morte nera medievale al colera dell’Ottocento, fino alle sfide di Covid-19, influenza e Monkeypox nel presente, i pellegrinaggi di massa sono stati spesso accompagnati dall’ombra del contagio.
Già nel Medioevo la Peste Nera trovò nei pellegrinaggi un alleato involontario: oltre alle rotte mercantili, i viaggi dei fedeli collegavano regioni lontane, contribuendo a disseminare il flagello bubbonico. Nei secoli successivi, con l’età moderna, fu il colera a sfruttare le vie della devozione. Il XIX secolo vide ripetute pandemie di colera originarie dell’Asia che raggiunsero l’Europa e l’Africa proprio attraverso i movimenti di massa – commercio, eserciti in marcia, ma anche migrazioni e pellegrinaggi. In particolare, l’Hajj alla Mecca divenne tristemente noto per le sue ricorrenti epidemie di colera: dal 19º secolo fino al 1930 il colera scoppiò 27 volte durante il pellegrinaggio alla Mecca, mietendo migliaia di vittime.

Contagi religiosi
Uno degli episodi più catastrofici avvenne nel 1865, durante la cosiddetta quarta pandemia: il vibrione, partito dal delta del Gange, raggiunse l’Hijaz con i pellegrini musulmani uccidendo 30mila fedeli su 90mila presenti. I sopravvissuti, tornando in patria, portarono il contagio in tutto il Medio Oriente e oltre, veicolando la malattia fino in Russia, in Africa, in Europa e nel continente americano lungo le rotte navali e terrestri. Di fronte a tragedie del genere, il mondo si rese conto che un’epidemia scoppiata in un luogo sacro remoto poteva propagarsi ovunque, sfruttando i panni del pellegrino come vela per attraversare mari e confini.
Anche l’India coloniale conobbe bene questo rischio. L’immenso Kumbh Mela, il ciclico raduno induista sulle rive del Gange e di altri fiumi sacri, fu spesso teatro di focolai. La prima epidemia documentata al Kumbh risale addirittura al 1817, coincidente con l’avvio della prima pandemia di colera. Decenni dopo, fu proprio un Kumbh Mela a Haridwar nel 1867 a essere indicato come scintilla di una nuova ondata epidemica nel Nord dell’India. Le autorità britanniche, preoccupate, iniziarono a monitorare attentamente questi eventi.
Nel 1865 una feroce epidemia colerica colpì i pellegrini a Haridwar e, secondo alcuni rapporti dell’epoca, avrebbe addirittura innescato la pandemia di colera che quello stesso anno raggiunse Mecca e poi l’Europa. Alla Conferenza Sanitaria Internazionale del 1866 – uno dei primi vertici di salute pubblica globale – i funzionari sanitari discussero senza mezzi termini il ruolo dei raduni sacri indiani nella diffusione del “re colera”.

L’avvento della quarantena
A fronte di queste minacce ripetute, le autorità iniziarono a elaborare misure di controllo specifiche per i pellegrini. Nella seconda metà dell’Ottocento nacque il moderno sistema di quarantena internazionale, pensato in gran parte per sorvegliare i pellegrinaggi. Le grandi potenze coloniali – in primis l’Impero britannico e quello francese – guardavano con apprensione al flusso annuale di fedeli diretti a Mecca dall’Asia e dall’Africa, temendo che riportassero il colera nei porti europei. In una bozza di articolo del Times of India del 1892 traspariva un tono allarmistico e intriso di orientalismo: “Il vero pericolo per l’Europa risiede nei luoghi di pellegrinaggio musulmani internazionali… la sporcizia orientale e l’assenza di una seria polizia sanitaria incoraggiano la malattia, il cui germe trova terreno fertile nei corpi dei pellegrini indeboliti da ogni sorta di privazioni”.
Questa narrazione, che colpevolizzava i fedeli “asiatici e africani” dipingendoli come untori per l’Occidente, portò a misure drastiche. Già dal 1881 e poi con la Conferenza Sanitaria di Venezia del 1892, vennero istituiti lazzaretti e cordoni sanitari lungo le rotte dei pellegrini: ad esempio, le navi provenienti dalla Mecca con musulmani indiani e mediorientali dovevano fermarsi all’isola di Camaran nel Mar Rosso, dove i passeggeri erano sottoposti a quarantena e disinfezione prima di proseguire. Questa rete di stazioni sanitarie – precorritrice dei controlli di frontiera moderni – testimoniava la tensione tra esigenze di salute pubblica e sensibilità religiosa: da un lato si voleva impedire a ogni costo una nuova ondata di colera in Europa, dall’altro si rischiava di stigmatizzare intere comunità di fedeli.
In questo contesto nacquero anche i primi regolamenti specifici per l’Hajj: a fine Ottocento il sultano ottomano e lo Sharif della Mecca, sotto pressione europea, iniziarono a imporre controlli igienici durante il pellegrinaggio e limitarono l’accesso in caso di focolai. Il colera, tuttavia, continuò a riaffacciarsi periodicamente, finché i progressi in campo batteriologico e le campagne vaccinali del XX secolo (assieme al miglioramento delle infrastrutture idriche saudite) non posero gradualmente fine a quei micidiali episodi.

Il rischio dei pellegrinaggi di massa
Se i progressi igienico-sanitari hanno ridotto nel Novecento il rischio delle grandi epidemie di origine idrica come il colera, i pellegrinaggi di massa rimangono eventi ad alto rischio per la trasmissione di infezioni respiratorie e a stretto contatto. Un caso emblematico è quello della meningite cerebrospinale.
Negli anni Ottanta e Novanta, per esempio, l’Hajj alla Mecca fu scosso da gravi focolai di meningite meningococcica, infezione batterica fulminante trasmessa tramite goccioline respiratorie in ambienti affollati. Nel 1987 un’epidemia durante l’Hajj coinvolse il ceppo meningococcico di sierogruppo A, con casi importati dai pellegrini in vari paesi. Ancora peggio avvenne tra il 2000 e il 2001, quando un ceppo raro (N. meningitidis sierogruppo W135) proliferò tra i milioni di fedeli: centinaia di casi di meningite W135 furono registrati in Arabia Saudita e fra i pellegrini di ritorno in almeno 16 paesi, dall’Europa all’Africa.
Fu un campanello d’allarme globale: un batterio letale, normalmente circoscritto ad alcune zone, era stato amplificato da un assembramento internazionale e diffuso su scala planetaria nel giro di poche settimane. Questo spinse l’Arabia Saudita a prendere misure senza precedenti per un evento religioso: dal 2002 venne reso obbligatorio per tutti i pellegrini dell’Hajj – locali e stranieri – il vaccino quadrivalente contro il meningococco, oltre a profilassi antibiotica per chi proveniva dai paesi africani iperendemici. Tali misure si sono rivelate efficaci: da allora non si sono più verificati grandi focolai di meningite legati al pellegrinaggio.
Accanto ai patogeni batterici, vi sono poi i virus respiratori, assai più difficili da contenere in ambienti affollati. Le cause vanno dal semplice raffreddore alle sindromi influenzali: i sintomi più comuni sono tosse e febbre, al punto che espressioni come “tosse del Hajj” sono entrate nel gergo sanitario locale. La promiscuità di milioni di persone in spazi ristretti – tende, moschee, piscine per abluzioni – fa dell’Hajj un “laboratorio” ideale per virus respiratori, e la situazione è aggravata dal fatto che molti pellegrini sono anziani o con malattie croniche, dunque più suscettibili alle complicazioni.
Fortunatamente, fino ad oggi non si sono verificati all’Hajj grossi eventi di super-spreading virale a livello globale (a parte l’influenza stessa). Ci sono stati segnali d’allarme, come l’avvento della SARS nel 2003 e soprattutto di Mers-CoV nel 2012: quest’ultimo coronavirus, emerso in Arabia, fece temere un potenziale disastro se si fosse diffuso tra i pellegrini. In realtà la Mers, pur trovando alcuni casi tra sauditi e visitatori, non attecchì a livello pandemico; e va detto che le stesse autorità religiose invitarono gli anziani e i malati cronici a rinunciare all’Hajj in quegli anni di rischio, mostrando prudenza.
Il discorso vale in generale per qualsiasi grande raduno devozionale: anche fuori dall’Hajj, la concentrazione di persone facilita la circolazione di patogeni aerei. Durante i bagni rituali nelle acque sacre del Gange al Kumbh Mela, per esempio, sono state segnalate ondate di influenza e infezioni simil-influenzali. Analogamente, il pellegrinaggio sciita dell’Arbaeen in Iraq – che negli ultimi anni ha richiamato folle persino superiori all’Hajj – è considerato un evento con rischi igienico-sanitari notevoli, al punto che studi recenti ne valutano l’impatto potenziale sulla diffusione di Covid-19 e di altre malattie. La sfida per gli epidemiologi è distinguere i meri aneddoti dalle evidenze solide, e sfruttare questi eventi per raccogliere dati: ad esempio campionando i virus presenti prima e dopo il raduno, per capire come cambiano le dinamiche di trasmissione.

Processioni e riti collettivi
L’emergenza Covid-19 è stato forse l’evento che più di ogni altro ha sconvolto le tradizioni secolari dei raduni di fede. A partire dall’inizio del 2020, pressoché tutte le religioni del mondo hanno dovuto sospendere o ridimensionare i propri: dalle e processioni pasquali cristiane svolte a porte chiuse, alle festività hindu celebrate senza folle, fino alle restrizioni rigidissime imposte ai pellegrinaggi islamici. Per la prima volta in tempi moderni, nel 2020 l’Hajj alla Mecca è stato praticamente cancellato per i fedeli internazionali: il governo saudita concesse il pellegrinaggio solo a poche migliaia di residenti selezionati, contro i 2,5 milioni di partecipanti dell’anno precedente, L’immagine dei luoghi santi della Mecca semi-deserti a luglio 2020 – laddove normalmente si preme una marea umana – rimarrà negli annali come simbolo di una pandemia che ha fermato anche la fede collettiva.
Non ovunque però vi fu la stessa cautela. In India, nel 2021, lo svolgimento del Kumbh Mela a Haridwar in coincidenza con la seconda ondata di COVID-19 sollevò forti polemiche. Tra gennaio e aprile di quell’anno, malgrado i richiami degli esperti, oltre 9 milioni di persone si recarono sulle rive del Gange per il Kumbh. Solo nel mese di aprile, durante i giorni di bagno sacro più propizi, circa 6 milioni di pellegrini si immersero nel fiume affollando la città – proprio mentre in tutta l’India i contagi salivano in modo esponenziale. I dati parlano chiaro: il 1º marzo 2021 l’India registrava in media 12mila nuovi casi al giorno; a metà aprile, nel pieno del Kumbh, si era passati a 185mila casi giornalieri. Sebbene sarebbe riduttivo attribuire l’intera seconda ondata a un singolo evento, molti epidemiologi individuarono nel Kumbh un catalizzatore straordinario della diffusione del virus.
All’opposto, vi sono esempi di gestione virtuosa: l’Arabia Saudita, pur tra critiche iniziali, ha mostrato fermezza nel limitare l’Hajj durante la pandemia e nel 2021 ha mantenuto il numero chiuso riuscendo a evitare focolai significativi. Perfino nell’edizione 2022, quando ormai i vaccini avevano mitigato la situazione, le autorità di Riyad non abbassarono del tutto la guardia: mentre permettevano il ritorno di quasi un milione di pellegrini stranieri, introdussero controlli aggiuntivi per un nuovo rischio emergente, ovvero il virus Mpox. In vista dell’Hajj 2022, i sauditi obbligarono i pellegrini a compilare un modulo sullo stato di salute riguardo a Mpox prima della partenza, dichiarando di non aver avuto contatti con casi sospetti nelle settimane precedenti.
Le tensioni tra esigenze sanitarie e sensibilità religiosa, già intraviste negli esempi sopra, meritano un’analisi trasversale. Un pellegrinaggio di massa non è mai solo un fatto spirituale: è anche un evento sociale, economico e politico, con attori molteplici. Da un lato ci sono i fedeli, spesso disposti ad affrontare rischi pur di assolvere a precetti e voti; dall’altro le autorità civili, chiamate a tutelare la salute pubblica senza però calpestare la libertà di culto o inimicarsi la popolazione devota; e in mezzo vi sono le autorità religiose stesse, che giocano un ruolo chiave nel mediare tra precauzione e devozione.

La percezione del rischio
Un tema correlato è la percezione del rischio tra i pellegrini stessi. Spesso chi intraprende un viaggio sacro accetta in partenza un certo grado di pericolo – sia esso legato alla fatica fisica, all’instabilità politica (basti pensare ai pellegrini sciiti che attraversano zone a rischio terrorismo per arrivare a Karbala) o alla salute.
Di qui l’importanza della comunicazione e dell’educazione sanitaria calibrata sul contesto culturale. Gli esperti di comunicazione sanitaria sottolineano che nei contesti di pellegrinaggio bisogna utilizzare messaggi che risuonino con i valori dei fedeli: ad esempio, invece di dire “metti la mascherina altrimenti ti ammali”, è più efficace spiegare che “protegge gli altri pellegrini, facendo un atto di carità verso il prossimo”.
L’organizzazione del Giubileo 2025 ha dedicato un’attenzione senza precedenti alla tutela della salute pubblica. Il Ministero della Salute e gli organi nazionali hanno giocato un ruolo cruciale di indirizzo e coordinamento. Insieme all’Istituto Superiore di Sanità (ISS), al Centro europeo per il controllo delle malattie e all’OMS Europa, il Ministero ha elaborato dettagliate raccomandazioni di sanità pubblica rivolte sia ai pellegrini sia alle istituzioni locali.
Dal colera ottocentesco al Covid-19, passando per la meningite e l’influenza, la lezione che emerge è chiara: i grandi pellegrinaggi religiosi, pur animati da fini spirituali nobili, comportano inevitabilmente un aumento del rischio epidemiologico. La concentrazione straordinaria di persone provenienti da luoghi diversi può trasformare un evento di fede in un efficacissimo network di contagio globale, se non vengono prese precauzioni adeguate.
Tuttavia, la storia dimostra che con le giuste misure si può mitigare enormemente il pericolo: le vaccinazioni obbligatorie all’Hajj hanno debellato i focolai di meningite; i controlli sanitari e le infrastrutture moderne hanno scongiurato il ritorno del colera; la sospensione tempestiva di pellegrinaggi durante il Covid ha evitato tragedie peggiori. La chiave sta nel trovare un equilibrio tra devozione e prudenza, tra libertà religiosa e responsabilità collettiva. Ciò implica investire in preparazione, educazione e dialogo interculturale: la scienza deve comprendere la forza dei simboli e dei rituali, la religione deve farsi alleata della scienza nel custodire la vita e la salute dei fedeli.

Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

