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Negli ultimi mesi, l’Asia orientale e la regione del Pacifico stanno assistendo a una preoccupante ripresa di malattie che si pensava fossero state arginate grazie ai vaccini, con il morbillo in testa.

Nel corso del 2025, Paesi come Cambogia, Thailandia, Filippine, Vietnam e Corea del Sud hanno visto un’impennata significativa dei casi rispetto all’anno precedente, un chiaro indice che la copertura vaccinale è stata insufficiente. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) segnala un riacutizzazione globale del morbillo. Quest’anno, nella regione del Pacifico occidentale, il Vietnam ha registrato oltre 81.000 casi sospetti di morbillo, la Cambogia 2.150 casi tra gennaio e aprile, e le Filippine 2.068 casi fino al 10 maggio. Dietro questi numeri, però, non ci sono solo questioni sanitarie, ma anche decisioni politiche che influiscono pesantemente sulla capacità di prevenire e controllare le epidemie.

Il morbillo, malattia altamente contagiosa e potenzialmente letale soprattutto per i bambini, è considerato uno degli indicatori più evidenti della qualità dei sistemi sanitari e delle politiche vaccinali di un Paese. La copertura vaccinale, per essere efficace e garantire l’immunità di gregge, deve mantenersi su livelli molto elevati, generalmente superiori al 95%. Tuttavia, in diverse aree dell’Asia orientale, questa soglia è stata compromessa da molteplici cause: dall’accesso disomogeneo ai servizi sanitari, a fenomeni di disinformazione e scetticismo verso i vaccini, fino a ritardi e carenze nella pianificazione delle campagne di immunizzazione.

Ma anche a livello globale si osservano tensioni politiche e sociali che influenzano la percezione e l’adesione alle campagne vaccinali. Negli Stati Uniti, per esempio, alcune figure pubbliche di spicco hanno modificato la loro posizione sul vaccino contro il morbillo, suscitando dibattiti e mettendo in luce la complessità di un tema che intreccia salute pubblica, libertà individuale e strategie politiche.

Questo scenario evidenzia come anche paesi con sistemi sanitari avanzati non siano immuni dal rischio di epidemie, soprattutto se le politiche pubbliche non riescono a garantire una copertura vaccinale uniforme e continua.

La situazione in Corea del Sud: le cause del picco inatteso

La Corea del Sud, che aveva ottenuto nel 2014 lo status di “libero dal morbillo” dall’Oms, sta ora affrontando una nuova ondata di casi che ha allarmato le autorità sanitarie. L’incremento delle infezioni è stato favorito da fattori come l’aumento dei viaggi internazionali, la presenza di gruppi non vaccinati e alcune lacune nella gestione delle emergenze sanitarie. Nel 2025 è stato registrato il numero più alto di casi di morbillo degli ultimi sei anni. Sono stati confermati 52 casi quest’anno, che superano i 49 registrati per l’intero 2024, secondo quanto dichiarato dall’Agenzia coreana per il controllo e la prevenzione delle malattie (KDCA). 

Il recente aumento dei casi di morbillo nel Paese ha colto di sorpresa molti esperti, mettendo in luce alcune vulnerabilità specifiche. In particolare, sono stati segnalati focolai in aree urbane densamente popolate, dove la trasmissione può avvenire rapidamente, soprattutto tra adolescenti e giovani adulti non completamente vaccinati. Un altro elemento chiave individuato è stato l’invecchiamento della popolazione, che si pensa abbia contribuito all’aumento dei casi. Un altro elemento critico è il ruolo degli eventi pubblici e dei luoghi affollati, come scuole e università, che facilitano la diffusione del virus.

Alcuni studi recenti indicano che la percezione del rischio tra la popolazione è diminuita, con un calo dell’attenzione verso le vaccinazioni di richiamo necessarie per mantenere l’immunità nel tempo. Questa situazione si accompagna a sfide logistiche nel raggiungere le fasce più vulnerabili della popolazione, inclusi i migranti e le comunità con accesso limitato ai servizi sanitari.

L’analisi delle risposte delle autorità coreane evidenzia come, nonostante una pronta attivazione di misure di contenimento e campagne di sensibilizzazione, permangano difficoltà nel contrastare efficacemente la disinformazione e nel mantenere alta la fiducia della popolazione nelle istituzioni sanitarie.

Le dinamiche negli Stati Uniti con Robert F. Kennedy Jr.

Negli Stati Uniti, la questione del morbillo e della vaccinazione ha assunto spesso un forte rilievo politico e mediatico. Un caso emblematico è quello di Robert F. Kennedy Jr., figura di spicco nel movimento anti-vax.

Gli Stati Uniti stanno vivendo la più grande epidemia di morbillo degli ultimi 25 anni. Al 27 maggio 2025, sono stati confermati 1.046 casi di morbillo. Al momento i focolai sono concentrati in Texas, dove si parla di 729 casi, inclusi 94 ricoveri e due decessi tra bambini non vaccinati. Ben 25 anni dopo aver dichiarato l’eliminazione del morbillo, il Paese si confronta con la possibilità concreta che la malattia riprenda a circolare in modo endemico.

Secondo esperti di malattie infettive americani, la risposta all’aumento dei casi di morbillo è ostacolata dalla mancanza di una comunicazione efficace da parte delle autorità sanitarie a sostegno della vaccinazione, oltre che dalla diffusione di informazioni fuorvianti su trattamenti non comprovati che alimentano confusione tra i genitori.

La situazione statunitense è infatti complicata anche dalla frammentazione delle politiche sanitarie tra Stati, che rende difficile un coordinamento uniforme delle campagne vaccinali. In alcuni Stati, le resistenze culturali e politiche hanno portato a una copertura vaccinale al di sotto della soglia necessaria per l’immunità di gregge, facilitando così la diffusione del virus. Le campagne di disinformazione, spesso alimentate da movimenti politici e social media, hanno contribuito a creare un clima di diffidenza verso le autorità sanitarie, rendendo più arduo il controllo dell’epidemia.

Negli Stati Uniti, la malattia era stata dichiarata eliminata nel 2000. I medici concordano nel ritenere la vaccinazione lo strumento più sicuro ed efficace per proteggere dalla malattia. A livello nazionale, le coperture vaccinali tra i bambini hanno subito un calo significativo dopo la pandemia, accompagnato da un aumento delle richieste di esenzione per motivi religiosi o personali, che mettono in discussione l’efficacia delle politiche obbligatorie di immunizzazione.

Questo scenario sottolinea una realtà preoccupante, ovvero che negli Stati Uniti, la gestione delle malattie prevenibili con i vaccini non sia solo una questione medica, ma anche profondamente intrecciata con la politica, l’identità culturale e le dinamiche sociali.

Un esempio italiano: la Campania 2002–2003

Anche l’Italia ha conosciuto negli ultimi decenni gli effetti di un’insufficiente prevenzione vaccinale. Uno degli episodi più significativi è l’epidemia di morbillo che colpì la Campania tra il 2002 e il 2003, registrando oltre 15.000 casi e diverse decine di ricoveri in terapia intensiva pediatrica. L’epidemia fu aggravata da una copertura vaccinale ben al di sotto dei livelli raccomandati (65%), frutto di una gestione regionale disomogenea e della mancanza di un piano vaccinale efficace e coerente su tutto il territorio nazionale.

L’epidemia di morbillo In Campania si è sviluppata in un contesto di copertura vaccinale intermedia (ma comunque inadeguata), una condizione in cui l’immunizzazione della popolazione non era abbastanza bassa da non influire sulla dinamica del virus, ma nemmeno abbastanza alta da garantire l’interruzione della sua trasmissione.

In quegli anni, la somministrazione del vaccino trivalente MPR (morbillo, parotite, rosolia) non era ancora obbligatoria e molte famiglie non percepivano il morbillo come una minaccia reale. Le conseguenze furono piuttosto drammatiche: oltre al costo in termini di salute pubblica e vite umane, l’epidemia comportò un notevole impatto economico per il sistema sanitario, dovuto ai ricoveri e alle complicanze.

Solo in seguito a questa crisi e ad altre simili, l’Italia ha cominciato a rafforzare le proprie politiche vaccinali, arrivando all’introduzione dell’obbligo vaccinale scolastico nel 2017. Questo caso dimostra come la mancanza di una direzione politica univoca e di campagne informative efficaci possa creare le condizioni per epidemie evitabili, che colpiscono soprattutto le fasce più vulnerabili della popolazione.

Politica e disinformazione: terreno fertile delle epidemie

Le epidemie di morbillo oggi raramente esplodono per caso. Sono quasi sempre il risultato di un progressivo indebolimento delle politiche sanitarie e della progressiva perdita di fiducia pubblica nella scienza. In questo contesto, il ruolo della politica è decisivo, poiché sono le istituzioni a definire le priorità, a finanziare le campagne di prevenzione e a garantire l’accesso ai vaccini. Ma sono anche le stesse istituzioni che, se ambigue o assenti nella comunicazione, possono lasciare spazio a disinformazione, paura e sfiducia.

Negli ultimi anni, in molti paesi democratici, la vaccinazione è diventata terreno di scontro politico e identitario. Il morbillo, dato per “sconfitto”, è tornato a circolare in parte anche per effetto della crescita di movimenti contrari ai vaccini, spesso sostenuti o tollerati da figure pubbliche in cerca di consenso. La comunicazione sui rischi, se non è trasparente e tempestiva, viene rapidamente scalzata da narrazioni più semplici e virali, benché false. E così, anche una malattia con un vaccino sicuro ed efficace da decenni può tornare a rappresentare una minaccia concreta.

In Paesi come gli Stati Uniti, l’Italia e perfino la Corea del Sud, la disinformazione ha spesso sfruttato incertezze istituzionali e divisioni politiche, alimentando un clima di sospetto. Per contrastare questa deriva, servono politiche pubbliche solide, investimenti strutturali nella sanità e, soprattutto, un linguaggio politico che non insegua il consenso facile ma costruisca fiducia, consapevolezza e responsabilità collettiva.

Il ritorno di malattie che credevamo superate non è solo un fallimento sanitario, ma il segnale di un equilibrio fragile tra stili di vita globalizzati, scelte politiche inadeguate e disattenzione verso le interconnessioni tra salute umana, animale e ambientale.

In questo contesto, il concetto di One Health, che riconosce proprio questa interdipendenza, offre una chiave di lettura fondamentale. Ci ricorda che le epidemie non sono eventi isolati, ma conseguenze di un sistema complesso che richiede risposte coordinate, attente e più lungimiranti.

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