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Dopo le ferite aperte dal COVID-19, la salute pubblica è tornata al centro della sicurezza nazionale americana. In questo contesto, Washington sta ridefinendo la propria postura strategica di fronte alla prossima potenziale pandemia. Le due agenzie di punta nel campo della salute e della ricerca biomedica – il Department of Health and Human Services (HHS) e i National Institutes of Health (NIH) – sono oggi protagonisti di una trasformazione radicale: da enti reattivi a centri nevralgici per la prevenzione e la deterrenza sanitaria.

Gli Stati Uniti investono sulla preparedness

Se c’è una lezione chiara dal COVID-19 è che non basta saper reagire. Serve anticipare. Il virus ha rivelato le fragilità del sistema federale americano: una frammentazione tra enti, una filiera farmaceutica esposta a shock globali, e un deficit di fiducia tra istituzioni scientifiche e opinione pubblica. A partire dal 2022, la Casa Bianca ha promosso un quadro strategico di “preparedness pandemica che mette al centro la ricerca avanzata, la cooperazione pubblico-privata e la capacità di risposta rapida. NIH e HHS sono stati investiti di un ruolo chiave: diventare il motore di un’innovazione sanitaria capace non solo di curare, ma di prevenire in modo sistemico.
L’annuncio congiunto di HHS e NIH del maggio 2024 ha segnato un punto di svolta. Con un investimento iniziale di 500 milioni di dollari, è nata l’iniziativa Generation Gold Standard: una piattaforma per lo sviluppo di vaccini universali contro virus ad alto rischio pandemico, basata su una tecnologia a virus intero inattivato trattato con beta-propiolattone (BPL).

Workflow Generation Gold Standard

Si tratta di una svolta scientifica e strategica. A differenza dei vaccini tradizionali, mirati a uno specifico ceppo virale, questa piattaforma punta a protezione ampia e duratura contro intere famiglie di virus, inclusi quelli già noti – come i coronavirus e i virus influenzali aviari H5N1 – e quelli ancora sconosciuti. I candidati vaccinali BPL-1357 e BPL-24910, attualmente in fase di test clinico, rappresentano la frontiera di questa nuova visione. Oltre a influenza e coronavirus, la piattaforma BPL è adattabile per un futuro utilizzo contro il virus respiratorio sinciziale (RSV), il metapneumovirus e la parainfluenza. Offre inoltre la capacità senza precedenti di proteggere dall’influenza aviaria senza indurre deriva antigenica, un importante passo avanti nella prevenzione proattiva delle pandemie. L’inizio delle sperimentazioni cliniche per i vaccini antinfluenzali universali è previsto per il 2026, mentre l’approvazione da parte della Food and Drug Administration (FDA) è prevista per il 2029. Anche il vaccino antinfluenzale intranasale BPL-1357, attualmente in fase avanzata di sperimentazione, è sulla buona strada per la revisione da parte della FDA entro il 2029.

Il concetto di “Disease X

Per Washington, questa tecnologia è anche un messaggio geopolitico: gli Stati Uniti vogliono essere non solo autosufficienti, ma leader mondiali nella sicurezza biologica. In un mondo in cui la competizione tecnologica è sempre più interconnessa alla sicurezza sanitaria, l’investimento in piattaforme vaccinali robuste è anche uno strumento di influenza.

A livello globale, il concetto di Disease X – promosso dalla Coalition for Epidemic Preparedness Innovations (CEPI) – ha guadagnato forza. L’idea: il prossimo grande patogeno potrebbe non essere ancora conosciuto. Ma prepararsi è comunque possibile, se si costruiscono strumenti flessibili e piattaforme “sterili” rispetto al virus. “Non sappiamo quando o dove colpirà la prossima Malattia X, sappiamo solo che colpirà”, recita il loro motto. Nel febbraio 2018, la Malattia X è stata inclusa nell’elenco delle malattie prioritarie del Piano di Ricerca e Sviluppo dell’OMS. Il COVID-19 ha rappresentato la prima Malattia X da quando il termine è stato coniato nel 2018 e ha causato una crisi umanitaria ed economica globale.

Le 5 aree di innovazione necessarie per rendere realtà la consegna dei vaccini pandemici entro 100 giorni (Fonte: CEPI)

Il CEPI ha fissato un obiettivo ambizioso: sviluppare un vaccino entro 100 giorni dalla scoperta di un nuovo patogeno. L’unico elemento noto, infatti, è che i virus che mettono maggiormente a rischio l’umanità appartengono a circa 25 famiglie virali. Grazie alla conoscenza di queste famiglie virali, all’unione delle nostre risorse globali e allo sfruttamento dei più recenti progressi nella scienza dei vaccini, il mondo può prepararsi al meglio alla prossima Malattia X. Se basteranno solo 100 giorni per creare un vaccino sicuro ed efficace contro qualsiasi minaccia pandemica virale, sarà possibile contenere le epidemie prima che sfuggano al controllo.

Le difficoltà interne agli Usa

NIH e HHS condividono e integrano questo approccio nella strategia americana, partecipando a tavoli multilaterali, partnership con laboratori internazionali, e finanziamenti condivisi per rafforzare la capacità globale di risposta. Il riferimento implicito è chiaro: evitare che, in una futura crisi sanitaria, altri attori colmino il vuoto lasciato dall’elefantiasi occidentale. La preparedness diventa così anche diplomazia scientifica, proiezione di soft power, prevenzione del disordine globale.

Nonostante i progressi, la strategia americana è tutt’altro che immune da ostacoli. La polarizzazione politica ha ridotto la fiducia in agenzie come CDC e NIH, e in molte comunità restano forti resistenze alla vaccinazione e al progresso scientifico in generale. Negli Stati Uniti, l’ostilità verso i vaccini si manifesta in contesti molto diversi tra loro, ma uniti da una comune sfiducia verso le istituzioni scientifiche o governative. Nelle aree rurali e negli stati a maggioranza conservatrice del Sud e Midwest, la resistenza è spesso legata a un’ideologia libertaria e antistatalista. Alcune comunità religiose, come gli Amish o i gruppi evangelici fondamentalisti, rifiutano i vaccini per motivi spirituali o culturali. All’opposto dello spettro politico, anche in alcuni ambienti progressisti e “naturali” della West Coast si registra diffidenza, motivata da un approccio alternativo alla medicina e dalla critica alle grandi case farmaceutiche. Comunità afroamericane e latine hanno mostrato esitazione soprattutto in passato, a causa di storiche ingiustizie mediche e scarsa fiducia istituzionale.

Infine, a prescindere dall’identità sociale o geografica, un’ampia galassia digitale alimenta il rifiuto vaccinale attraverso disinformazione, complottismo e sfiducia generalizzata nei confronti della scienza ufficiale. Inoltre, la frammentazione del sistema sanitario statunitense – con forti differenze tra stati e una sanità ancora legata al mercato – rischia di indebolire l’efficacia delle risposte federali.

Il contribuito dell’intelligenza artificiale

In questo complesso panorama, l’intelligenza artificiale si sta affermando come un nuovo alleato nella corsa contro le future pandemie. I suoi progressi più recenti permettono oggi di simulare in tempi rapidi l’evoluzione genetica dei virus e di individuare, con crescente precisione, i bersagli più promettenti per lo sviluppo di vaccini.
Per accelerare l’impiego di queste tecnologie nella preparazione alle crisi sanitarie globali, la Coalition for Epidemic Preparedness Innovations ha stretto una serie di accordi strategici. Le collaborazioni mirano a valutare la capacità delle varianti virali emergenti di eludere l’immunità esistente, a mappare le famiglie virali secondo il loro potenziale pandemico e a generare progetti di immunogeni avanzati in grado di ridurre drasticamente i tempi di sviluppo dei vaccini.
In un documento congiunto diffuso nell’agosto 2024, CEPI e l’Organizzazione Mondiale della Sanità hanno evidenziato la necessità di superare l’approccio focalizzato su singoli patogeni. La nuova priorità è quella di estendere la ricerca a intere famiglie virali zoonotiche, potenzialmente in grado di infettare l’uomo. Una strategia ritenuta essenziale per rafforzare la capacità della comunità internazionale di rispondere tempestivamente alla prossima “Disease X” — la malattia ancora sconosciuta che potrebbe scatenare una futura emergenza globale.

C’è poi la questione dell’equità globale: se gli Stati Uniti vogliono davvero guidare la preparedness pandemica, dovranno bilanciare leadership tecnologica e solidarietà internazionale, evitando l’accusa di “nazionalismo vaccinale” che ha segnato la prima fase della pandemia COVID.

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