La lunga e sanguinosa guerra civile (ancora in corso) e i terremoti di magnitudo 7,7 e 6,4 che lo scorso 28 marzo hanno ucciso oltre 3.800 persone hanno messo in ginocchio il Myanmar. All’interno del Paese è in corso una gravissima crisi umanitaria. Nelle zone colpite dal conflitto, lungo il confine orientale e occidentale, gli operatori sanitari segnalano da mesi un aumento dei casi di pericolose malattie, per altro in un contesto aggravato dai tagli agli aiuti globali da parte degli Stati Uniti e di altri donatori internazionali.
L’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ha lanciato l’allarme: decine di migliaia di sfollati nelle aree colpite dal terremoto sono bersaglio di tubercolosi (Tbc), Hiv e altre malattie trasmesse da vettori e dall’acqua. Rifugi sovraffollati, scarse condizioni igieniche, infrastrutture danneggiate e servizi sanitari limitati stanno aggravando uno scenario già abbastanza apocalittico. Basta dare un’occhiata ai numeri per capire di cosa stiamo parlando.
Il Myanmar è in ginocchio
Il Myanmar ha uno dei più alti tassi di tubercolosi nella regione del Sud-Est asiatico. Nel 2020 si sono ammalate almeno 167.000 persone mentre altre 22.000 sono morte a causa della malattia. Tra queste, aggiunge l’Oms, 2.900 sono affette da Hiv. Una revisione epidemiologica nazionale sulla tubercolosi, condotta all’inizio di aprile, durante la risposta al terremoto, ha inoltre rilevato che, sebbene i sistemi di sorveglianza in alcune aree rimangano funzionanti, l’accesso alle cure è sempre più disomogeneo.
I team dell’agenzia Onu dedicati alla Tbc, per esempio, stanno continuando a fornire servizi laddove possibile, in spazi improvvisati come gli alloggi del personale e le sale comuni, ma queste soluzioni appaiono tutt’altro che adeguate per fronteggiare una simile evenienza. Sarebbe necessario ampliare i test molecolari, rafforzare il coordinamento tra Tbc e Hiv e potenziare la rilevazione a livello comunitario, un obiettivo per cui l’Oms e i suoi partner stanno lavorando con urgenza.
“Ci sono vite in gioco”, ha dichiarato Thushara Fernando, rappresentante dell’Oms in Myanmar. “Le persone affette da tubercolosi o Hiv, e le comunità a rischio di dengue e malaria, non possono aspettare che i sistemi sanitari vengano ricostruiti. Per questo motivo, l’Oms sta supportando i partner sul campo per garantire la continuità delle cure e prevenire la diffusione di malattie infettive, anche in condizioni estremamente difficili”, ha spiegato.
Crisi sanitaria
Anche la risposta all’Hiv appare significativamente compromessa. Secondo le stime 280.000 persone in Myanmar convivono con questa malattia ma, nel 2023, solo il 70% di loro riceveva le terapie antiretrovirali. Gli ultimi dati sanitari del Paese, tratti da vari report delle Nazioni Unite, mostrano che i casi di malaria e tubercolosi sono aumentati di sette volte tra il 2020 e il 2022, mentre l’Hiv del 10%. E con l’ingresso del Myanmar nella stagione dei monsoni, il rischio di epidemie di malattie trasmesse dalle zanzare è in aumento.
Per prevenire una seconda ondata di sofferenze, l’Oms ha lanciato un’iniziativa mirata di prevenzione della dengue in coordinamento con i partner nazionali e locali. L’iniziativa include la distribuzione di oltre 4500 kit per test diagnostici rapidi agli operatori in prima linea, 6,2 tonnellate di Temephos per larvicidi nei siti di riproduzione delle zanzare e 500 zanzariere trattate con insetticidi per proteggere neonati e bambini nelle aree più colpite.
Nel caso in cui in Myanmar dovesse emergere una malaria resistente ai farmaci, a causa della mancanza di controlli efficaci, e se le persone dovessero assumere gi stessi farmaci in modo improprio, diventerebbe difficile combattere la questa malattia.