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Dal monitoraggio dei virus alle sfide biotecnologiche: intervista a Emanuele Montomoli

Intervista a Emanuele Montomoli, professore ordinario di Igiene e sanità pubblica presso l’Università di Siena.

Qualche settimana fa ha scritto un articolo su InsideOver nel quale spiegava l’importanza di sorvegliare le acque reflue perché è sotto le città, precisamente nelle fognature, che – cito dal suo pezzo – “si può intuire il futuro prima che accada”. Pochi giorni dopo è arrivata la notizia del ritrovamento, all’interno di un campione raccolto nelle fognature di Amburgo, del poliovirus selvaggio di tipo 1 (WPV1). È stato uno dei primi a sottolineare l’importanza strategica delle acque reflue. Perché?

Come epidemiologo delle malattie infettive e conoscitore della circolazione di virus, è evidente che, dato che la polio continua a circolare – per esempio in alcune zone dell’Afghanistan e del Pakistan – e che la sua trasmissione avviene tramite il contatto feco-orale, uno o più soggetti infetti possono contaminare una falda acquifera, e quindi una determinata area. Se pensiamo, poi, al migrante pakistano o all’afghano che arriva in Europa, spesso non in condizioni ideali, in povertà e senza monitoraggi di alcun tipo, una volta inserito in un certo contesto può trovarsi a urinare o defecare dove capita. Se questo ipotetico individuo è portatore del virus, è possibile che vada a lasciare traccia nelle falde acquifere di una città. Questo scenario era prevedibile e, purtroppo, non sorprendente.

Che cosa significa quanto accaduto ad Amburgo?

“Come detto, era una cosa che ci si poteva aspettare. La conseguenza di ciò dovrebbe farci riflettere sull’importanza della vaccinazione contro la polio che resta fondamentale. È facile vaccinarsi contro malattie che vengono percepite come gravi, quando la paura della malattia spinge tutti a vaccinarsi. La polio, però, al momento non è vista come una minaccia. Soprattutto perché l’ultimo caso in Europa risale alla fine degli anni ’90. La nostra generazione, o almeno la mia, quella dei cinquantenni, non ha mai vissuto l’epidemia di polio. È quindi difficile mettere in guardia le persone contro una malattia che sembra inesistente e dunque non minacciosa. Ma è proprio questo il punto: finché non avremo completamente eradicato il virus della polio, c’è sempre il rischio che possa tornare”.

Il filo conduttore di questo discorso coincide con le acque reflue. A suo avviso quanto può essere importante analizzarle meglio e di più?

“Le acque reflue ci forniscono un indicatore importante per monitorare la presenza di virus e batteri che si trasmettono per via feco-orale. Ad esempio, analizzare le acque reflue per il virus a trasmissione aerea avrebbe poco senso, perché queste malattie si trasmettono principalmente per via aerea e perché i microrganismo trovano i loro recettori di attacco sulle cellule dell’albero respiratorio, in questo caso, un monitoraggio dell’aria sarebbe molto più utile. Tuttavia, analizzando le acque reflue possiamo ottenere informazioni precise su quali virus e batteri sono presenti nel territorio. Molti di questi sono già conosciuti, ma se cerchiamo qualcosa di meno comune possiamo scoprire sorprese. Proprio come nel caso della poliomielite che è emersa di recente”.

Com’è messa l’Italia nel sistema della sorveglianza delle “minacce” sanitarie?

“Sorvegliare la circolazione delle malattie infettive a livello epidemiologico ci permette di affrontarle in modo efficace quando le rileviamo. Se fossi in grado di fare un monitoraggio continuo dell’aria, dell’acqua e di tutti gli altri fattori ogni giorno, saprei sempre cosa sta circolando e sarei pronto, in tempo zero, a gestire qualsiasi nuova emergenza epidemica. Purtroppo, però, in Italia i sistemi di sorveglianza, che richiedono risorse economiche importanti, sono spesso ridotti al minimo. Inoltre, il coordinamento nazionale deve fare i conti con strategie regionali estremamente eterogenee. Così, quando si verificano nuovi focolai, rischiamo di trovarci impreparati, senza nemmeno sapere che certi microorganismi erano già presenti”.

Com’è, invece, la situazione in Europa?

“In Europa, la situazione è piuttosto variegata: alcuni Paesi hanno un sistema di sorveglianza più efficace, altri meno. Ci sono Stati che, in modo sorprendente, monitorano anche i microorganismi aerei. Durante la stagione influenzale, i medici di medicina generale, i cosiddetti medici sentinella, inviano tamponi a centri regionali per monitorare la circolazione dell’influenza, determinando che tipo di influenza è in corso o se si tratta di altri virus, come adenovirus o virus parainfluenzali. Anche in Italia le sorveglianze esistono, ma non sono sempre ottimizzate al 100%. Ogni regione, infatti, gestisce i finanziamenti come meglio crede, e anche se c’è un coordinamento centrale da parte dell’Istituto Superiore di Sanità per alcuni microorganismi, per altri risulta meno efficiente. Questo lascia sicuramente margini di miglioramento. In generale, i Paesi del Nord Europa – Belgio, Olanda, Svezia – hanno sistemi di sorveglianza decisamente più specifici ed efficienti del nostro”.

Sposiamoci dall’Italia all’Europa, dall’Europa al sistema mondo. Quali sono le regioni più critiche da monitorare per il discorso legato a virus e malattie infettive?

“La culla di quasi tutte le malattie infettive coincide con Africa e Sud Est Asiatico. Quest’ultimo, in particolare, perché è iperpopolato e poi perché le condizioni di vita locali sono differenti rispetto a quelle dell’Europa e degli Stati Uniti. Anche la promiscuità con animali, quindi tra gli uomini, le galline, i maiali, e i cavalli, è un fattore cruciale. L’Africa è un continente povero e per far funzionare i sistemi sanitari locali sono fondamentali le donazioni internazionali”.

Stati Uniti o Cina: chi sta spingendo di più nel campo delle biotecnologie?

“Assolutamente la Cina mi viene da dire, anche se non sempre c’è contezza precisa di quello che fa. L’attuale amministrazione ha dato una mazzata mostruosa allo sviluppo delle biotecnologie negli Stati Uniti, tra fondi sospesi e ricerche bloccate. I cinesi partivano più indietro rispetto agli americani ma stanno e hanno recuperato. La Cina non è più emergente, è praticamente emersa e cene accorgeremo ancora meglio tra qualche anno”.

Alla luce di quanto ci ha raccontato cosa si aspetta dal 2026?

“Partiamo dal presupposto che prevedere una pandemia è praticamente impossibile, perché la pandemia quando arriva non avverte, i virus mutano in maniera inaspettata e saltano da un serbatoio all’altro senza preavviso. Quello che ci deve testare preoccupazione, semmai, è l’allentamento dei sistemi di prevenzione. Quando si allenta il controllo su certe malattie, come per esempio il morbillo, si lascia spazio alla possibilità che emergano nuovi microorganismi o che quelli già esistenti tornino a diffondersi. Un altro problema, purtroppo, è la tendenza a non dare risalto alle potenziali minacce pandemiche, come virus mutati o nuovi focolai. Non bisogna esagerare, come talvolta è stato fatto, ma neppure ingorare. Se l’informazione viene gestita in questo modo, diventa pericoloso, perché potremmo scoprire dell’esistenza di una nuova pandemia solo quando ormai sarà fuori controllo”.

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