Congo, la guerra uccide anche la sanità

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Nel North e nel South Kivu, le due regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo coinvolte in una lunga “guerra mondiale africana”, si muore purtroppo per le conseguenze più tipiche di un conflitto. Raid, bombe, mine, uccisioni mirate: le armi, in poche parole, come accade in ogni guerra causano ogni giorno lutti e dolori. Ma da questa parti, la guerra fa vittime anche senza il fragore e il rumore degli ordigni. Si muore nei campi profughi non raggiunti da servizi sanitari, così come dentro ospedali congolesi o del vicino Burundi incapaci di affrontare le emergenze. La guerra uccide anche perché provoca il collasso dei vari servizi sanitari. Circostanza spesso sottovalutata, ma drammaticamente reale e provata sulla propria pelle da centinaia di persone.

La grave situazione nel Burundi

La guerra nelle ultime settimane è arrivata a lambire anche le regioni immediatamente confinanti con il Burundi. E, in particolare, con quelle dell’ex capitale Bujumbura, ancora oggi città più grande e importante del Paese. Le offensive dell’M23, gruppo paramilitare che controlla Goma e Bukavu (i capoluoghi rispettivamente di South e North Kivu) e che è armato e appoggiato dal Ruanda, si sono spinte fino a Uvira. Oggi la situazione militare è piuttosto confusa, con l’M23 che più volte ha annunciato un ritiro come gesto di “buona volontà” a cui però non è conseguito un ridispiegamento delle forze governative nell’area.

Ma a preoccupare adesso è la situazione umanitaria. In migliaia hanno oltrepassato il confine e si trovano negli improvvisati campi profughi del Burundi. Qui forse il rumore degli ordigni è più lontano, ma la popolazione continua a morire. Secondo un recente rapporto dell’Organizzazione per la Pace e per a Coesistenza Comunitaria (Cpcc), un’organizzazione locale che monitora la situazione, nei campi del Burundi sono morti oltre cento profughi congolesi. Le cause sono le più disparate, ma tutte legate da un unico filo comune: la mancanza di servizi sanitari. Nel lungo elenco di vittime che la Cpcc sta provando a compilare, ci sono persone vittime di pregresse ferite o malattie mai curate. Così come ci sono coloro che sono morti a seguito di alcuni primi e preoccupanti casi di colera comparsi tra le tende dei campi. C’è poi chi si è ammalato per le scarse condizioni igieniche degli improvvisati rifugi.

Musenyi, il campo emblema del disastro sanitario

C’è un nome che sta diventando sempre più un tragico simbolo della situazione: è quello di Musenyi. È così che è conosciuto uno dei campi più grandi interni al Burundi e che accoglie migliaia di congolesi scappati dalla guerra. A dicembre, si legge in alcune stime dell’Onu, dopo le offensive su Uvira almeno centomila persone hanno varcato il confine e si sono stabilite a Musenyi. Eppure, racconta il quotidiano Avvenire, da queste parti esiste una sola piccola clinica mobile. I cui responsabili peraltro hanno serie difficoltà a reperire anche le più basilari medicine.

Nel piccolo presidio sanitario di Musenyi passano storie di ogni tipo: c’è chi presenta malnutrizione, chi febbre alta e chi sintomi di colera. Non ci sono però abbastanza farmaci per tutti. Un dramma che si presenta anche nei campi vicini. Il Burundi, secondo le Nazioni Unite, è lo Stato più povero del mondo. Di risorse da redistribuire nei campi come quelli di Musenyi ce n’è quindi sempre di meno. Peraltro, il Paese africano parte già da una sua situazione sanitaria interna molto precarie: il sistema sanitario è infatti fragile, con modeste infrastrutture presenti solo nelle grandi città e con una carente capillarità sul territorio.

Quanto sta accadendo nell’Est del Congo e in Burundi, fa emergere quindi una lezione mai forse pienamente compresa: la guerra uccide per le pallottole, ma anche per i repentini indebolimenti dei sistemi sanitari. Chi si salva dagli ordigni, non ha armi sanitarie per curare le proprie ferite o per provare a sopravvivere in condizioni estreme. Il diritto alla salute, rappresenta dunque una delle prime vittime di ogni guerra.