Era il 1635 quando un gesuita missionario francese, Raymond Breton, annotava in una cronaca l’esistenza di un’epidemia nelle Antille “che provoca forte cefalea e fa diventare più gialli di una mela”. Probabilmente è nato così il nome attribuito a uno dei virus che, soprattutto a cavallo tra il XIX e il XX secolo, ha mietuto vittime nel continente sudamericano e in quello africano. La febbre gialla, veicolata tramite alcuni tipi particolari di zanzare, è oggi tutt’altro che debellata. In media, secondo l’Oms, si registrano ogni anno 200.000 contagi e oltre 30.000 vittime. Numeri che impongono una seria attenzione, specialmente per via della presenza di condizioni che potrebbero portare a un’ulteriore proliferazione della malattia.
La scoperta del vettore e le cure vaccinali
Il nome, per la verità, al misterioso (all’epoca) morbo è stato dato oltre un secolo dopo le annotazioni di Breton. Si è ufficialmente parlato di febbre gialla per la prima volta soltanto nel 1750. Per un altro secolo abbondante, la malattia è rimasta avvolta nel mistero: diversi giornali medici dell’epoca annotavano la presenza di epidemie soprattutto nelle Americhe, senza intuire l’origine del morbo. La svolta è arrivata nel 1881, quando lo scienziato cubano Carlos Finlay ha per la prima volta identificato nelle zanzare il vettore. E, in particolare, in un tipo di zanzara: la Aedes Aegypti. La trasmissione dall’insetto all’uomo del morbo, è stata dimostrata definitivamente.
Da allora, dopo migliaia di morti accertati a cavallo di oltre tre secoli, la battaglia contro la febbre gialla ha iniziato a compiere passi da gigante. Agli inizi del ‘900, lo strumento principale per interrompere le epidemie è stata la bonifica: tra Cuba, le Antille e diversi Stati del Brasile, lì dove sono state registrate le epidemie più letali, sono stati bonificati centinaia di ettari di terreno. Tra il 1903 e il 1909, giusto per fare un esempio, a seguito delle bonifiche si è assistito all’azzeramento della mortalità da febbre gialla a Rio de Janeiro. Nel 1937 la medicina ha individuato un’altra arma contro il virus: il vaccino sviluppato alla Rockefeller University di New York da Max Theiler. Da allora, la malattia è apparsa sempre più sotto controllo.
I pericoli che riguardano Africa e sud America
La febbre gialla è, ad ogni modo, uno dei virus più legati al fenomeno della globalizzazione. In molti ipotizzano che sia stato portato nelle Americhe dall’Africa durante gli anni bui della tratta degli schiavi. Il virus viaggia con le zanzare che fungono da vettore e le zanzare, a loro volta, viaggiano seguendo le rotte commerciali globali. Questo spiega l’emersione saltuaria della febbre gialla anche in alcune città portuali al di fuori di Africa e sud America. A Philadelfia nel 1793 il virus ha ucciso un decimo della popolazione, sempre negli Usa è toccato alle valli attorno il Mississippi nel 1878 combattere contro l’epidemia. Nel 1804, la febbre gialla è apparsa anche a Livorno.
Secondo i dati elaborati nel corso degli ultimi decenni, la febbre gialla appare confinata tra l’Africa e l’America Latina in una fascia che va dal decimo al quindicesimo parallelo. Il 90% dei casi si verifica nel continente africano, questo però non vuol dire che gli altri territori (compreso il nostro) siano al sicuro. La zanzara vettore può essere “importata” dalle aree più esposte, al pari di come avvenuto nei secoli passati. Non è un caso se oggi, per tutti coloro che devono intraprendere viaggi nei Paesi più a rischio, viene consigliata se non addirittura imposta la vaccinazione.
Inoltre, molti analisti ad oggi temono un’ulteriore proliferazione soprattutto nel sud America. Qui intere aree da dove il virus risulta scomparso da anni, sono nuovamente sotto osservazione. La massiccia urbanizzazione e l’aumento di condizioni di degrado, stanno consentendo il ritorno delle Aedes Aegypti in zone precedentemente bonificate. Un contesto che riguarda anche diverse aree urbane dell’Africa occidentale.