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Da innumerevoli decenni pensatori, critici, filosofi e studiosi di ogni provenienza ed estrazione portano avanti il dibattito sul rapporto dell’uomo con la tecnologia: in una “lotta” uomo versus macchina, chi avrebbe davvero la meglio? Che si tratti di robot androidi appartenenti – per ora – a un immaginario distopico e futuristico, oppure, più nel concreto, di chatbot avanzati e dotati di un’intelligenza artificiale che rassomiglia sempre di più a quella umana, l’eterna sfida tra l’intelletto umano e le capacità delle macchine, non ha ancora una vera o propria soluzione definitiva.

Tuttavia, il ricorso sempre più frequente all’intelligenza artificiale nello svolgimento di decine di azioni e faccende quotidiane, è diventato ormai preoccupante, non solo rispetto al ruolo delle “macchine” – in senso ampio – di cui spesso si dice che “ci ruberanno il lavoro”, ma anche per i possibili effetti negativi sulla psiche umana, specie per quella più acerba, dei giovanissimi, abituati ormai ad avere il cellulare in mano sin dalla più tenera età, senza che gli ignari e probabilmente stanchi, distratti, ingenui genitori, si preoccupino delle pericolose conseguenze. Che effetto potrebbe fare sul genitore di un bambino o un ragazzino preadolescente, scoprire che l’uso dell’intelligenza artificiale danneggia la capacità intellettiva di sviluppare un pensiero critico?

I risultati dello studio sui più giovani: minor capacità creativa, linguistica e neuronale

Un nuovo studio pubblicato dal MIT Media Lab (Massachusetts Institute of Technology), un’università di ricerca statunitense nel Massachusetts, negli ultimi mesi ha dimostrato come l’uso dell’intelligenza artificiale possa concretamente limitare la possibilità di sviluppare pensiero critico, soprattutto nei soggetti più giovani. Lo studio è stato condotto nell’area di Boston, coinvolgendo 54 persone di età compresa tra i 18 e i 39 anni di età. La ricerca consisteva nel fornire ai coinvolti tre diversi tipi di input e fonti: uso di motori di ricerca tradizionali come Google, uso di IA generative come ChatGPT e nessun supporto tecnologico, testando i soggetti nella produzione e stesura di testi creativi.

Durante la ricerca, gli studiosi del MIT Media Lab hanno effettuato un elettroencefalogramma per registrare l’attività cerebrale dei coinvolti e hanno fatto una scoperta tanto sensazionale, quanto spaventosa: tra i tre gruppi, quello il cui lavoro era sviluppato maggiormente attraverso l’uso di ChatGPT presentava il minor coinvolgimento celebrale. Ovvero, i ragazzi “ottenevano costantemente risultati inferiori a livello neurale, linguistico e comportamentale”, diventando, nel corso di diversi mesi, sempre più pigri e passivi nella propria ricerca, ricorrendo sempre più spesso al copia incolla acritico nella produzione di ogni nuovo tema/saggio. In sintesi, mostrando una sempre minor propensione allo sviluppo del pensiero critico.

L’appello dell’autrice della ricerca: “I cervelli in via di sviluppo sono quelli a più alto rischio”

L’esito della ricerca suggerisce infatti che l’uso dei chatbot AI possano essere dannosi per l’apprendimento, in particolar modo tra gli utenti più giovani e inesperti. “Ciò che mi ha davvero motivato a pubblicare (lo studio) ora, prima di attendere una peer review completa, è che temo che tra 6-8 mesi ci sarà qualche politico che deciderà: ‘facciamo la scuola materna GPT’. Penso che sarebbe assolutamente negativo e dannoso” ha dichiarato in proposito Nataliya Kosmyna, ricercatrice e autrice dello studio del MIT Media Lab. “I cervelli in via di sviluppo sono quelli a più alto rischio” ha inoltre aggiunto, sollevando un nuovo problema sull’uso incondizionato dell’AI.

A preoccupare, in futuro, non sarà solo l’occupazione in sé, nell’ipotesi che molti posti di lavoro “spariscano”, venendo gli uomini e le donne sostituiti dalle macchine, ma anche la stessa essenza dell’intelletto e della creatività umana, che potrebbe, di questo passo, essere danneggiata irrimediabilmente. “Un forte spirito critico impedisce la cieca sottomissione ad alcuna autorità mortale”, scrisse oltre settant’anni fa Albert Einstein all’interno di un suo saggio del 1950. Una riflessione valida più che mai al giorno d’oggi.

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