I cani randagi rappresentano un’importante sfida di salute pubblica a livello mondiale, non solo per le gravi condizioni di sofferenza e degrado in cui spesso versano, ma anche per le conseguenze che il contatto con l’uomo (o con altri animali) può avere sulla sicurezza sanitaria e sull’equilibrio sociale.
Il rapporto tra l’uomo e questi animali è antico e complesso: da secoli, infatti, i cani svolgono ruoli fondamentali nella nostra vita, come animali da compagnia, cani da guardia, da caccia, da ricerca e salvataggio, da supporto terapico (pet terapy per intenderci). Tuttavia, quando gli animali vengono abbandonati o lasciati liberi di riprodursi senza nessun controllo, in condizioni di sofferenza, privi di cure, cibo e riparo, il loro impatto sulla salute pubblica e sulla gestione diventa critico.
Le principali criticità e conseguenze legate alla presenza di cani randagi includono incidenti stradali, defecazioni e marcature urinarie in luoghi pubblici, rumori e liti durante il periodo riproduttivo, ricerca di cibo nei rifiuti e dispersione di immondizia, oltre ad aggressioni occasionali verso le persone (in particolare bambini), possibile trasmissione di malattie zoonotiche ed ectoparassiti, quali pulci e zecche.
Un fenomeno da non sottovalutare
Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), nel mondo esistono oltre 200 milioni di cani randagi, e ogni anno oltre 55.000 persone muoiono di rabbia, mentre 15 milioni ricevono trattamenti post-esposizione per evitare la malattia. Il 95% dei casi si verifica in Asia e Africa, e nel 99% dei decessi i responsabili sono proprio i cani. Queste sono solo stime; sicuramente il numero dei cani randagi è ben superiore e in molti paesi il trend è in crescita.
Il problema dei cani randagi nel mondo ha assunto proporzioni tali da essere difficilmente immaginabile per chi vive in Paesi industrializzati. Nelle aree tropicali i cani di strada o di villaggio sono sempre stati parte integrante del paesaggio, ma oggi il rapido aumento delle popolazioni, le crescenti aggressioni ai cittadini e la diffusione della rabbia hanno trasformato una questione locale in una priorità globale di salute pubblica.
E dunque, cosa si sta facendo nel mondo per affrontare il problema del randagismo? La consapevolezza di questa emergenza ha negli ultimi anni richiamato l’attenzione di organizzazioni umanitarie, associazioni animaliste e istituzioni internazionali. L’OMS collabora attivamente con numerose ONG per garantire la distribuzione dei vaccini antirabbici e dei trattamenti post-esposizione.
Tra le organizzazioni più attive c’è Veterinari Senza Frontiere, che opera in alcuni Paesi in via di sviluppo, aiutando a contenere la diffusione delle malattie zoonotiche attraverso programmi di sterilizzazione e vaccinazione dei cani randagi. Alcune città più virtuose, come Shanghai e Singapore, hanno istituito diversi canili pubblici, mentre in altri luoghi i cittadini hanno fondato società di protezione animali o reti di volontari per prendersi cura dei cani salvati.
Come risolvere il problema
Tuttavia, è fondamentale comprendere che queste soluzioni “occidentali”, sicuramente costose, non sempre sono correttamente applicate in modo uniforme nei Paesi in via di sviluppo. Le misure drastiche adottate in molti Paesi (e.g. l’avvelenamento o l’abbattimento dei cani randagi) suscitano spesso indignazione, ma in contesti dove la popolazione lotta ancora per soddisfare i bisogni primari, dove la rabbia rappresenta una minaccia quotidiana e dove mancano vaccini e cure adeguate, la gestione del randagismo rimane, purtroppo, una questione di sopravvivenza umana.
Nonostante ciò, ci sono esempi positivi di gestione anche in Paesi in via di sviluppo. In India, dove il randagismo è un fenomeno frequente, il 22 agosto 2025 la Corte Suprema ha modificato una precedente sentenza sui cani randagi: invece di trasferirli nei rifugi (e in parte sopprimerli), i cani saranno sterilizzati, vaccinati e poi reintrodotti nel loro ambiente, eccetto quelli aggressivi o rabbiosi.
Anche in Iran, come in molti altri Paesi appunto, la gestione dei cani randagi è iniziata con metodi drastici, basati sull’abbattimento degli animali per poi passare alla strategia di cattura, sterilizzazione, vaccinazione e rilascio. In Iran, tra l’altro è anche proibito passeggiare o trasportare il proprio cane in auto.
In Messico, tra gli anni ’90 e il 2010, sono state realizzate campagne nazionali di vaccinazione dei cani contro la rabbia, mirate a prevenire la trasmissione della malattia all’uomo. Grazie a questo approccio, il Paese è riuscito a eliminare i casi umani di rabbia trasmessa dai cani (OMS, 2019). L’esperienza messicana dimostra che strategie ben organizzate, con vaccinazioni annuali e un coordinamento basato sul modello “One Health” sono fondamentali per raggiungere e mantenere l’eliminazione della rabbia.
Il caso del Marocco
Negli ultimi mesi, testate giornalistiche, associazioni e altri enti hanno denunciato la presunta strage di cani randagi in corso in Marocco. Secondo un’inchiesta della Cnn, testimoni anonimi hanno riferito di cani uccisi per strada, quasi per divertimento, alcuni abbattuti con fucili, altri catturati e avvelenati nelle strutture comunali.
Il governo marocchino ha introdotto nel 2019 il programma cattura, sterilizzazione, vaccinazione e rilascio, ma a livello locale spesso si ricorre ancora a metodi “tradizionali”. Il numero dei cani randagi nelle zone urbane e peri-urbane del Marocco è effettivamente impressionante. E il programma avviato nel 2019, dopo cinque anni, non sembra aver prodotto risultati significativi nel controllo dei cani randagi.
A questo si aggiunge un fattore culturale: in Marocco, molte persone vengono educate fin dall’infanzia a temere i cani, creando un circolo vizioso, perché i cani percepiscono la paura e si sentono minacciati, reagendo di conseguenza. Questo rende più difficile l’implementazione di strategie efficaci di gestione e protezione degli animali.
In ogni caso, il governo marocchino risponde al mondo dicendo che sono stati fatti ingenti investimenti economici e sociali con creazione di 7 cliniche veterinarie, con l’obiettivo di arrivare a 30 entro il 2026, mentre il Parlamento ha approvato una legge per agevolare l’adozione dei cani sterilizzati e prevedere sanzioni per il maltrattamento. I cani trattati vengono identificati con un tag auricolare e monitorati tramite un’app dedicata, che consente ai cittadini e ai turisti di segnalare randagi, seguire la loro storia sanitaria e avanzare richieste di adozione.
La verità sullo stato dei cani randagi in Marocco resta ancora poco chiara. Probabilmente, la verità si trova nel mezzo: il cambiamento culturale e l’implementazione di strategie efficaci richiederanno tempo, pazienza e una stretta collaborazione tra governo, associazioni e cittadini, soprattutto in vista di un evento mondiale, il Mondiale di calcio Fifa del 2030, che attirerà grande attenzione.