Dietro molte scoperte scientifiche e farmaceutiche si nasconde una lunga storia di appropriazione silenziosa, quella della biopirateria. La biopirateria è l’estrazione non autorizzata di risorse biologiche e/o delle conoscenze tradizionali associate da Paesi in via di sviluppo, o la brevettazione di invenzioni derivate da tali risorse o saperi senza un’adeguata compensazione. Il termine, coniato negli anni ’90 da ambientalisti e organizzazioni non governative, richiama un conflitto in atto da secoli, quello tra chi vive da sempre in territori ricchi di biodiversità e chi ne trae profitto.
Definita una “malattia silenziosa” per la sua diffusione discreta ma dagli effetti profondi, la biopirateria colpisce in particolare le regioni più ricche di biodiversità ma tecnologicamente meno avanzate. Dalle foreste amazzoniche al bacino del Congo, la corsa globale a piante medicinali e saperi tradizionali prosegue da secoli, così multinazionali e centri di ricerca continuano a brevettare semi, estratti e rimedi naturali senza il consenso delle comunità che li custodiscono.
L’aumento della domanda globale per medicina naturale e prodotti derivati dal biopotenziale di aree ad alta biodiversità, come l’Amazzonia e il bacino del Congo, ha riacceso il conflitto tra il mondo della ricerca farmaceutica internazionale e la sovranità delle comunità indigene che da secoli custodiscono risorse genetiche e conoscenze tradizionali spesso senza adeguate tutele. Piante come l’Artemisia, usata contro la malaria, la Hoodia, soppressore dell’appetito dei San del Kalahari, o il Wasai amazzonico (adattogeno) sono oggetto di progetti brevettuali da parte di aziende multinazionali o istituzioni accademiche del Nord globale.
Secondo uno studio del 2021, il commercio internazionale di prodotti a base di erbe e il mercato della medicina alternativa stanno crescendo rapidamente, con un tasso medio annuo di circa il 15%. Attualmente, si contano oltre 29.000 sostanze erboristiche impiegate da più di 1.000 aziende in tutto il mondo, generando ricavi superiori ai 60 miliardi di dollari statunitensi all’anno. La maggior parte di questi prodotti, o almeno le materie prime da cui derivano, proviene da Paesi ad alta biodiversità situati in Asia, Africa e America Latina, senza ricevere un adeguato riconoscimento per le comunità che ne custodiscono le conoscenze tradizionali.
Alcuni Paesi hanno iniziato a rafforzare i propri sistemi di tracciabilità e tutela delle risorse genetiche, ma nel frattempo si moltiplicano le controversie internazionali legate all’accesso illecito a materiale biologico.
Il protocollo di Nagoya e le risposte normative
Il Protocollo di Nagoya, adottato nel 2010 e ratificato da oltre 130 Paesi, rappresenta uno dei tentativi più significativi per regolare l’accesso alle risorse genetiche e garantire una giusta ripartizione dei benefici. Interviene proprio su una delle questioni più controverse legate alla biopirateria, ovvero lo sfruttamento delle conoscenze tradizionali da parte di aziende e istituzioni che registrano brevetti senza coinvolgere né compensare le comunità depositarie di quei saperi.
Tuttavia, molte problematiche cruciali restano irrisolte. La mancanza di fondi per la conservazione della flora e della fauna, l’insufficienza di strumenti per monitorare il rispetto del protocollo e la difficoltà di applicare sanzioni, impediscono una reale protezione della biodiversità. Affrontare con serietà gli aspetti etici, sociali e politici della bioprospezione è essenziale per tutelare i saperi tradizionali e le popolazioni indigene da forme moderne di appropriazione coloniale.
Nel 2024, dopo oltre vent’anni di negoziati, più di 190 Stati membri delle Nazioni Unite hanno approvato a Ginevra un trattato storico volto a contrastare la biopirateria e garantire maggiore trasparenza nel sistema globale dei brevetti. Il testo, redatto su iniziativa della World Intellectual Property Organization (WIPO), introduce l’obbligo per i richiedenti brevetti di dichiarare l’origine delle risorse genetiche e delle conoscenze tradizionali impiegate nelle loro invenzioni.
Tuttavia, il trattato non è ancora in vigore. Per entrare in piena operatività necessita della ratifica di almeno 15 Paesi, obiettivo ancora non raggiunto. Alcuni Paesi, come il Brasile, hanno già iniziato a recepire i principi del trattato nelle proprie normative nazionali, adottando leggi che regolano l’accesso e la ripartizione dei benefici derivanti dall’uso di risorse genetiche. Ma la reale efficacia di questo nuovo strumento giuridico dipenderà dalla creazione di meccanismi di monitoraggio, da una maggiore cooperazione internazionale e dal sostegno concreto alle comunità locali coinvolte.
Le radici storiche: da Marco Polo alla colonizzazione scientifica
Già nel XIII secolo, con i viaggi di Marco Polo, l’Occidente cominciò a documentare e importare conoscenze su piante medicinali e spezie utilizzate in Asia e Medio Oriente. Nei suoi resoconti descriveva le ricchezze botaniche del regno di Malabar, con abbondanza di pepe, zenzero, cannella e noci di cocco, e sottolineava la straordinaria biodiversità dell’isola di Seilan (l’odierno Sri Lanka), allora ritenuta una delle terre più fertili e ricche di specie vegetali al mondo. Le sue testimonianze contribuirono ad alimentare l’interesse europeo per le rotte delle spezie, che nei secoli successivi sarebbero diventate veri e propri corridoi commerciali e botanici.
Questo impulso esplorativo si intensificò con la nascita della “caccia alle piante”, una pratica sistematica di raccolta di specie rare, che tra il XV e il XVII secolo accompagnò e giustificò l’espansione coloniale. Fu lungo queste rotte che Cristoforo Colombo, sostenuto dalla corona spagnola, attraversò l’Atlantico nel 1492 e contribuì all’introduzione in Europa di nuove piante come il tabacco e il mais, avviando un processo di trasferimento unidirezionale di risorse che avrebbe segnato la storia dell’agricoltura, della medicina e del commercio mondiale.
A partire dal XVIII secolo, l’interesse scientifico per la botanica divenne uno strumento esplicito di controllo coloniale. Botanici come Joseph Banks, al seguito di James Cook, esplorarono il Pacifico raccogliendo semi, erbe e specie esotiche per alimentare i giardini reali e le industrie farmaceutiche dell’Europa. Nel XIX secolo, la bioprospezione divenne parte integrante delle strategie imperiali, come nel caso del trasferimento del tè dalla Cina all’India da parte dei britannici, o del furto del caucciù amazzonico da parte di Henry Wickham, che spezzò il monopolio naturale del Brasile. La stessa sorte toccò alla Cinchona, pianta andina da cui si estrae il chinino, esportata in Europa e impiegata su larga scala contro la malaria nei territori coloniali.
Ma la biopirateria non riguarda solo l’ambito medico-farmacologico. Nell’800 l’esploratore inglese Henry Wickham esportò dai Brasile oltre 70mila semi di Hevea brasiliensis, la pianta da cui si ricava la gomma naturale. In meno di un decennio, l’Hevea fu trapiantata in tutto l’Impero britannico dando origine a vaste piantagioni coloniali a favore della nascente industria automobilistica.
Questi eventi non solo rivelano le radici storiche della bioprospezione, ma evidenziano come l’appropriazione delle conoscenze locali sia stata una costante della storia scientifica occidentale. Un processo in cui la biodiversità e il sapere tradizionale sono stati trasformati in profitto economico e prestigio accademico, spesso a spese delle comunità che per secoli hanno custodito tali risorse.
Amazzonia e Congo: casi contemporanei
L’Amazzonia, con la sua incredibile biodiversità e le profonde conoscenze tradizionali delle popolazioni indigene, rappresenta un territorio chiave nelle dinamiche contemporanee della biopirateria. Un esempio emblematico è quello dell’olio di Copaiba, un rimedio naturale impiegato da secoli per le sue proprietà antinfiammatorie e cicatrizzanti.
Negli ultimi due decenni, questo prodotto è stato al centro di numerose controversie a livello internazionale: diverse multinazionali farmaceutiche e cosmetiche, in particolare in Europa e negli Stati Uniti, hanno depositato brevetti che sfruttano composti estratti dal Copaiba senza aver mai coinvolto o remunerato adeguatamente le comunità indigene amazzoniche da cui proviene il sapere tradizionale. Questi brevetti hanno spesso ostacolato l’accesso libero e il commercio locale, sollevando interrogativi cruciali sul rispetto della Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD) e sul Protocollo di Nagoya.
Parallelamente, nel bacino del Congo, una delle aree più ricche di specie endemiche al mondo, la questione si presenta in modo altrettanto critico. Secondo report recenti di ONG ambientali e diritti umani, gruppi di ricerca e aziende farmaceutiche hanno condotto prelievi non autorizzati di semi, piante medicinali e altri materiali genetici, trasferendoli in laboratori europei e asiatici per l’analisi e lo sviluppo di nuovi farmaci e integratori.
Questi episodi non solo minacciano la biodiversità locale, con un impatto potenzialmente irreversibile sugli ecosistemi, ma ledono anche i diritti economici e culturali delle comunità indigene e rurali che da generazioni custodiscono e valorizzano queste risorse. Nonostante la Repubblica Democratica del Congo abbia recentemente rafforzato la legislazione nazionale per la protezione del proprio patrimonio genetico, la mancanza di strumenti efficaci di controllo e tracciabilità continua a favorire un mercato globale poco trasparente e spesso illegale.
Questi casi illustrano come la biopirateria, lungi dall’essere un fenomeno del passato, rappresenti oggi una sfida multidimensionale che intreccia questioni di giustizia ambientale, tutela dei diritti umani e governance internazionale. L’accesso alle risorse genetiche e la valorizzazione dei saperi tradizionali devono essere regolamentati da sistemi giuridici rigorosi e vincolanti, che garantiscano il consenso informato, la partecipazione attiva delle comunità locali e una distribuzione equa dei benefici economici.

