Africa, La sanità è ormai un tema centrale nel dibattito pubblico

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Gli ultimi mesi sono stati tra i più intensi per l’Africa sotto il profilo politico. Tra settembre e ottobre, diversi Paesi sono andati al voto e hanno rinnovato governi e parlamenti. In molti casi si è trattato di elezioni profondamente influenzate dal carattere autoritario di alcuni regimi, come visto ad esempio in Camerun e in Tanzania. Tuttavia, anche in quelle campagne elettorali svolte con un solo candidato o segnate dallo spettro di risultati già scritti, è importante presentare dei programmi. La vera novità in tal senso è stata rappresentata dal fatto che adesso, nell’intero continente africano, la sanità è un tema sempre più dibattuto. E questo per la spinta di società che percepiscono l’argomento come sempre più centrale.

Costretti a promettere più investimenti

Il Malawi a settembre ha aperto la serie di Paesi africani chiamati al voto. Qui la sfida è stata tra l’uscente Lazarus Chakwera e l’ex presidente Peter Mutharika. A spuntarla è stato quest’ultimo con il 57% dei consensi, con lo sfidante costretto a ricedergli la fascia di capo dello Stato. La bocciatura di Chakwera è strettamente legata alle condizioni sanitarie del Paese. La pandemia di Covid ha lasciato ampi segni all’interno del sistema sanitario malawiano, il quale subito dopo ha dovuto affrontare la più vasta epidemia di colera della sua storia. Tra il 2022 e il 2023, in particolare, sono stati registrati oltre 50.000 casi e oltre mille morti. Le strutture sono così andate al collasso e questo, probabilmente, è costato il posto a Chakwera.

Forse spinti da questo precedente, buona parte dei presidenti uscenti nei Paesi africani al voto ad ottobre hanno preso solenni impegni per migliorare la sanità. Ouattara, 83enne riconfermato per un nuovo mandato in Costa d’Avorio, nei suoi pochi comizi ha parlato della necessità di proseguire con gli interventi di ammodernamento delle strutture ospedaliere. Paul Biya, 92enne presidente riconfermato del Camerun, in piena campagna elettorale l’11 ottobre scorso ha tagliato il nastro del nuovo centro di emergenza ospedaliero di Bamenda. I media locali hanno parlato della struttura come di un “dono” di Biya ai suoi cittadini. In Tanzania infine, la riconfermata Samia Suluhu ha parlato dei grandi progressi infrastrutturali del Paese, rivendicando anche la costruzione di nuovi ospedali.

La spinta delle giovani generazioni

Oltre al precedente del Malawi, i tre presidenti riconfermati (e senza in realtà avere avversari accreditati) hanno probabilmente osservato le dinamiche delle recenti proteste in Madagascar e Marocco. Qui, in particolare, i più giovani scesi in piazza hanno portato avanti lo slogan “Meno stadi e più ospedali”. Se nel 2011 la rabbia che in Tunisia ha portato alla primavera araba è scaturita dalla morte di un giovane rimasto senza lavoro, in Marocco invece le proteste sono partite dalla morte di otto donne in stato di gravidanza nel malandato ospedale pubblico di Agadir.

Segno di come l’opinione pubblica africana oggi chieda a gran voce soprattutto il miglioramento delle condizioni sanitarie. Circostanza forse che potrebbe essere vista come “normale” in un contesto occidentale, lì dove i casi di malasanità spesso riempiono le prime pagine. In Africa tuttavia, la popolazione ha sempre percepito come prioritari altri argomenti. Come la fame, la mancanza di lavoro e di prospettive, la stabilità dei propri Paesi. Non si tratta certo di emergenze finite o superate, tali da far proiettare lo sguardo dell’opinione pubblica altrove. Tuttavia, l’impressione è che soprattutto i più giovani oggi abbiano una visione diversa della realtà. Non si chiede più solo il fatidico pezzo di pane, ora che si conosce meglio il mondo si chiedono anche i servizi. E, tra questi, quelli sanitari hanno la priorità.