È questo l’anno in cui le tante domande che si presentano incessantemente sul fotogiornalismo possono iniziare ad avere fondate risposte? L’anno di ‘’Visa pour l’Image’’ si attorciglia a allarmi che vengono rilanciati ad ogni occasione: il divieto di informazione, la censura, il mancato visto alla stampa ai media, il linguaggio sempre uguale, l’esibizione della violenza, la minaccia dell’I.A., la scarsa credibilità di molti reporter, le fake news, il mancato controllo all’informazione. Olà, vi basta? Ma non è il momento di dare un calcio a meste ruminazioni, inutili apostrofi e concioni di azzimati e reverenziali esperti? Uffa! Scrivere e fotografare hanno l’evidenza e l‘invadenza rivoluzionaria del fare. E dunque…
Pierre Conte presidente dell’Associazione Visa pour l’Image – Perpignan dà vividi contorni a ciò che è in gioco con la precisione crudele ed efficace di una punta secca: “Il fotogiornalismo è il fratello santamente turbolento del giornalismo. Proprio come il giornalismo, contribuisce alla democrazia. Attraverso le sue testimonianze, contribuisce allo sviluppo di un senso critico tra tutti i cittadini che hanno bisogno di essere illuminati. Creata trentacinque anni fa per celebrare questa professione, Visa pour l’Image si batte oggi per difenderla. In un’epoca di fake news, di pericoli di un’intelligenza artificiale ancora largamente incontrollata e di impoverimento cronico dei media mondiali, il fotogiornalismo è in pericolo.”
Sarà in grado l’inossidabile Francois Leroy a trovare le risposte giocando da buon equilibrista con il suo mordente sentimentalismo e la sua razionale narrazione? Lui fissa l’attenzione al ruolo dei direttori della fotografia: “Il delirante aumento del numero di fotografi, o almeno di persone che si dichiarano tali, ha un nuovo corollario: la scomparsa dei direttori della fotografia. È con una tristezza intrisa di nostalgia che abbiamo appreso del pensionamento di Kathy Ryan dopo 39 anni al New York Times Magazine. Senza dubbio verrà sostituita, ma sono sempre di più i media che decidono di abolire questi incarichi o di affidarli a persone inesperte. .. la maggior parte dei direttori della fotografia è sconosciuta al grande pubblico, e talvolta anche agli stessi fotografi. È un peccato. Dietro la tragica ma potente fotografia di Mohammad Salem, che ha appena vinto il World Press Photo, c’è un team di talento guidato da Rickey Rogers (Reuters) che è riuscito a individuare questa immagine in cui tutti si fermano nel mezzo di un flusso incessante. In un momento in cui l’accesso alle zone di conflitto è sempre più limitato, il talento di un vero direttore della fotografia è ancora più necessario. Di fronte a una produzione standardizzata affogata in una moltitudine di immagini e a nuove piattaforme in cui un’immagine rincorre l’altra, come possiamo raccontare una storia in modo diverso e catturare l’attenzione di un pubblico sempre più esigente?“
Una notizia toccante è che quest’anno Visa Pour l’Image renderà omaggio al lavoro di Ivo Saglietti uno dei rappresentanti più poetici e struggenti del fotogiornalismo internazionale insieme a Elliott Erwitt, Jacques Pavlovsky, Kai Wiedenhöfer, Agnès Grégoire, Bernard Perrine, Christophe Deloire…
Questo avverrà martedi 3 settembre. Come dice il presidente: “Se avete la fortuna di assistere a una delle proiezioni giganti al Campo Santo, non perdetela: lo spettacolo è indimenticabile”. Aggiungo che le immagini di Ivo Saglietti lo renderanno ancora più indimenticabile e i suoi lavori in Palestina, ad Haiti, in Egitto, in Libano, a Cuba, a Idomeni e in tanti altri luoghi intrisi di sofferenza faranno ricordare che per essere una bravo fotoreporter devi provare quello che provano gli altri. Devi sentire il dolore, la disperazione, il silenzio, la cattiveria, la paura dell’umanità che tanto ha inseguito Ivo fino alla fine.
Ecco forse la risposta ai dubbi è già qui, le opere dei Grandi che rifiutano comodità consumistiche e pigrizie mentali impedendo che la immagine che racconta, fissa, accusa, smaschera il disumano e l’inumano si riduca a definizione unica, maniera, segno inerte.
Visa pour l’Image nasce nel 1989, 35 anni fa, grazie a Jean François Leroy – insieme a Roger Therond, direttore di redazione di Paris Match – che non si aspettava una tale longevità: “Iniziata come una festa è continuata di anno in anno fino ad oggi. Questo dimostra che il festival è la risposta ad una domanda! E siamo molto ambiziosi del primo anno con già 25 esposizioni in luoghi che non ci soddisfacevano completamente. Poi un giorno il direttore del Centro Tecnico Municipale mi propone un luogo che forse, diceva, mi avrebbe affascinato, il “Couvent de Minimes”: fu un vero colpo di fulmine!”.
Dopo 34 anni i primi collaboratori di allora Thomas, Laurent, Emanuel continuano in questa avventura. “Inoltre tra gli ospiti, sempre nella prima edizione, abbiamo avuto Natchway, Salgado: tre serate di proiezione e non sei come oggi poiché non potevamo permettercelo! Due giganti del fotogiornalismo Sigma e Sipa Press erano presenti. Due erano i paesi accreditati: Francia e Italia. L’Italia con Annie Boulat e l’agenzia Cosmos che rappresentava l’agenzia di Grazia Neri in Francia. Il secondo anno c’erano tre mila professionisti e 53 paesi. La progressione è stata costante fatti eccezione i due anni del Covid. All’inizio trovare degli sponsor era più semplice, era un’epoca molto diversa da oggi. Canon ha iniziato nel 1990 e continua ancora oggi.”
Se il festival di Arles, come dice Leroy, era ‘’Magnum oriented’’, ecco che lui decide di giocare in contropiede con le agenzie di fotogiornalismo come: Sigma, Vu, Sipa, Gamma, Cosmos, AP, AFP ….
Il credo del Festival è quello di mettere in evidenza fotografi che non hanno una vetrina degna del loro talento e valorizzare le prima pagine dei quotidiani, le copertine dei giornali, gli speciali nei magazine di attualità insomma quelle che hanno raccontato e anche oggi con difficoltà raccontano il mondo.
Leroy capì subito la necessità di rendere il festival internazionale. “era il secondo anno, parto per New York dove la mia amica direttrice di Sygma Photo NY mi fa incontrare tutte le agenzie. Non solo: grazie alla responsabile dell’archivio di Life riesco ad ottenere un incontro con Alfred Eisenstaedt – il Cartier Bresson americano – che aveva 85 anni al quale spiego il mio progetto. Per convincerlo a venire al festival e ad esporre, dopo 35 anni senza mostre, gli prometto la cattedrale di Perpignan. Ed è stato proprio lui che ha reso famoso il festival negli Stati Uniti sostenendo che per essere importanti bisognava essere presenti a Perpignan”.
Questi sono una parte dei deliziosi racconti di Leroy che potete trovare nel podcast sul sito del festival. Andate e scoprite.
Il programma completo su: https://www.visapourlimage.com