Mohammed Jadallah Salem è un fotografo palestinese della Reuters di 39 anni e ha scattato la foto che, tra 61.032 foto inviate da 3.851 fotografi di 130 Paesi, ha vinto il prestigioso World Press Photo Award per la foto dell’anno. Mohammed ha avuto un figlio pochi giorni prima di quel 17 ottobre del 2023 quando, nell’ospedale di Khan Younis, nel Sud della Striscia di Gaza, ha scattato l’immagine che almeno per un po’ non riusciremo a dimenticare: una donna palestinese, Inas Abu Maamar, 36 anni, stringe a sé il sudario che raccoglie il corpo della nipotina Saly, 5 anni, uccisa in un bombardamento israeliano. Non può e non vuole lasciarla andare al riposo eterno che l’aspetta nella tomba. Non si vedono gli occhi ed è giusto così: il dolore, sia quello palestinese sia quello israeliano, non ha volto.
Non deve averlo, perché è il volto di tutti. È per questo che spesso ci diciamo che questa è l’era dell’immagine: perché non ci sono parole che, con la stessa immediatezza, potrebbero rendere quel misto di angoscia e tenerezza, amore e disperazione, che la foto di Mohammed travasa direttamente nelle nostre coscienze, saltando i passaggi intermedi.
In questo concorso, Mohammed Jadallah Salem era già arrivato secondo nel 2010, con la foto di un bombardamento israeliano al fosforo sullo sfondo dell’ammasso di case della Striscia. Il che ci dice quanto vecchia e incancrenita sia la crisi tra Israele e i palestinesi ma testimonia anche del fatto che la forza delle immagini è prorompente ma non duratura. Arrivano, colpiscono e, purtroppo o per fortuna, passano. L’anno scorso aveva vinto la foto del bombardamento russo sull’ospedale ucraino di Mariupol, nel 2022 le croci con i poveri abiti in memoria dei bambini e delle donne morti nel campo di assimilazione degli indigeni di Kamloops, nella British Columbia (Canada), nel 2021 la foto di un’infermiera che, in Brasile, abbraccia una donna anziana dopo essere rimasti per cinque mesi senza contatto umano a causa dell’epidemia di Covid-19. E così via, di anno in anno, di dramma in dramma. Di smemoratezza in smemoratezza.
A Gaza, finora, sono morti 33 mila civili, tra i quali almeno 10 mila donne e 14 mila bambini. Gli operatori delle organizzazioni umanitarie, decimati anche loro degli scontri (140 sono morti finora) parlano unanimemente di uno dei più spaventosi massacri della storia recente. Non poteva non vincere Mohammed, quindi. A noi il dovere di conservare almeno un po’ più del solito, nella memoria, ma soprattutto nella coscienza, la storia che ha saputo raccontarci.