SANDRA CALLIGARO Afghanistan À l’ombre des drapeaux blancs

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI

Cosa è rimasto della tragedia afgana a solo quattro anni di distanza dalla ritirata americana? Intendo cosa è rimasto in quell’auto rappresentazione eurocentrica e consolatoria del travagliato tempo in cui viviamo. Flebili voci che arrivano dal grande gulag talebano, il silenzio interessato dei protagonisti di quel tradimento, anniversari imbarazzati e retorici. Per questo la fotoreporter Sandra Calligaro, vincitrice del Premio Françoise Demulder 2024, merita essere conosciuta per il suo lungo lavoro sulla società afghana e sulle sue donne. Ho avuto modo di conoscerla e intervistarla al festival Visa di Perpignan. Il suo è un reportage lungo 15 anni, tra l’Afghanistan e la Francia. Le sue immagini scandiscono un viaggio fatto di sapiente e rispettoso modo di raccontare la tragedia di un paese che l’ha conquistata per l’innata fascinazione, la dualità e le aspre contraddizioni. 

©Sandra Calligaro Kaboul aprile 2025

Le sue fotografie meritano una attenzione fuori da schemi e condizionamenti perché Sandra non ha percorso sentieri di guerra, non ha preso seguito ad eserciti stranieri e nemmeno indagato sulle lotte dei mujahidin ma ha preferito muoversi si direbbe sommessamente tra la gente comune con rispetto e ostinata voglia di conoscere. Dalle sue immagini emerge come la storia di quanto avvenuto negli ultimi 20 anni in Afghanistan abbia modellato non i disegni delle cancellerie e dei fanatismi, ma abbia modificato la vita di tutti i giorni: dallo studio, al lavoro, alle relazioni tra le donne e gli uomini. Il pregio di Sandra Calligaro è di averci restituito una testimonianza rara perché vissuta dall’interno di una delle maggiori sconfitte dell’occidente. Ha fotografato ascoltando la gente afghana nelle città, nelle provincie remote, nelle periferie. Si è mossa in punta di piedi cercando di interpretare la profondità dei gesti, il significato della cultura afghana, il susseguirsi degli avvenimenti, delle situazioni, le storie ascoltate e in parte anche vissute con loro. Le immagini non possono prescindere dalla narrazione di una preziosa testimone, giorno dopo giorno per lo scorrere di anni. La fotografia così entra con naturalezza nella classica definizione di Tito Livio del fare storia, che è necessariamente racconto, quindi documento ma anche monumento.

©Sandra Calligaro Kaboul gennaio 2025
©Sandra Calligaro Kaboul gennaio 2025

Intervista a Sandra Calligaro

“Sono stata in Afghanistan già 15 anni fa, ho lavorato e vissuto lì per una decina di anni. Proprio in Afghanistan ho iniziato la mia attività di fotografa nel 2007. Sono arrivata a Kabul un po’ per caso dopo gli studi d’arte e fotografia cercando di inseguire i miei sogni da adolescente di diventare corrispondente di guerra. Così ho pensato per iniziare che l’Afghanistan fosse perfetto, pur non conoscendo il paese se non le informazioni sui talebani, le donne obbligate al velo e poco altro. Naturalmente prima di partire mi sono documentata per realizzare il mio reportage. Non immaginavo di rimanere così a lungo. Il paese mi ha stregato: talmente a fondo da rimanere prima un mese, poi due e, dopo essere rientrata in Francia, ho trovato altre ragioni per riprendere il mio reportage interrotto, sostenuta anche dalle richieste di alcune riviste. Ho trovato il paese appassionante con molte storie da raccontare, mi sono trasferita, avevo 25 anni, e ho iniziato a scattare fotografie. Sono profondamente legata all’Afghanistan per l’accoglienza ricevuta e per aver scandito il mio debutto nel mondo del fotogiornalismo. Ho voluto lavorare sulla vita quotidiana della società afghana nella sua totalità che meritava essere documentata e non solamente soffermarmi sulla condizione femminile. Durante tutti questi anni ho viaggiato nelle varie realtà del Paese, cercando di comprenderlo. Non so se ci sono riuscita, ma sono rimasta profondamente colpita dalla sua unicità, dalle persone che ho incontrato. Confesso di non poterlo osservare se non con grande tenerezza. Dopo il 2001 è stato insediato un regime democratico con una forte presenza internazionale. la situazione è cambiata quando i talebani sono ritornati al potere. Penso che oggi la situazione delle donne sia talmente peggiorata che sia un dovere denunciarla. “

Quando è arrivata c’erano già gli americani?

“Sì quando sono arrivata c’era la presenza militare americana. ho vissuto a Kabul che per me era una base che mi consentiva di viaggiare in tutto il paese. È vero che la presenza internazionale si faceva sentire solo nelle città grandi e nei dintorni dei campi militari appena fuori dalle città. C’è stato un periodo che, se non ricordo male, si contavano circa 100.000 soldati stranieri nel paese. Sul Paese, per modernizzarlo e difenderlo dai talebani, si è registrato un gigantesco investimento finanziario. Ma i suoi effetti si sono esauriti soprattutto a Kabul e nelle grandi città. La società afghana è stata stravolta da questa presenza internazionale. Lo sforzo maggiore è stato quello di far crescere la classe media e di sostenere, sempre nelle grandi città, le donne nella società perché potessero studiare nelle università, e lavorare nelle società dei media. Nelle provincie la società ariana è rimasta profondamente patriarcale, rurale. Dall’inizio del 2016 si è via via sviluppato il dilagare dell’insurrezione talebana fino al 2021. I talebani iniziarono già nel 2016 a riprendere il controllo del paese. In ogni caso i talebani hanno sempre mantenuto il controllo di alcune regioni e provincie là dove gli aiuti internazionali non riuscivano ad arrivare.”

Cosa pensano gli afghani degli americani, nel ventennio e dopo la loro ritirata?

“Nel 2001 gli americani furono accolti come dei liberatori. man mano negli anni la percezione della popolazione afghana è cambiata soprattutto nelle provincie perché ci sono stati molti scontri tra gli americani, i contingenti internazionali e i talebani. Nel 2021 per gli abitanti delle regioni interne l’avanzata dei talebani è stato un sollievo perché la guerra è finita e le persone possono uscire dalle loro case senza la paura delle armi, c’è sicurezza, i bambini possono uscire di casa, ritornare a scuola da soli. Di fatto la loro condizione, in queste regioni, non è cambiata, non ci sono stati benefici per queste popolazioni in 20 anni. La gente finalmente può uscire di casa: c’è la pace, non c’è più la guerra. È molto per chi ha vissuto nella guerra quotidiana. Un afghano che vive sulle montagne è più vicino, come cultura, ad un talebano che ad un americano che ha una cultura completamente differente. Questa è la situazione nelle provincie. Evidentemente nelle città la situazione è diversa: lo sforzo economico degli americani e dell’occidente ha portato le possibilità di un mondo più moderno soprattutto agli afgani più giovani. Nel 2021 al momento del ritiro occidentale era inevitabile un sentimento di abbandono, di tradimento, soprattutto per la rapidità con cui quel mondo nuovo è scomparso. È stato tutto molto violento, brutale anche se c’era la consapevolezza che i talebani sarebbero ritornati. Ma non immaginavano che sarebbe avvenuto così presto, così velocemente anche se il tracollo del governo filo occidentale era evidente tutti sapevano che da 10 anni i talebani controllavano ormai tre quarti del paese anche durante la presidenza di Ashraf Ghani.”

©Sandra Calligaro Kaboul settembre 2021
©Sandra Calligaro Kaboul settembre 2021

Come è stata vissuta la tragedia di quei giorni di passione e di paura?

“Un grande sentimento di abbandono. Per i giovani è stato ancora più terribile perché sapevano che un altro mondo era possibile. Tutto si è fermato e una grande parte della popolazione voleva partire costruire una nuova vita in occidente, per continuare a lavorare con i media internazionali. “

Nonostante quanto è accaduto l’occidente resta un sogno da inseguire?

“Non posso rispondere per tutta la popolazione afghana. Per i più giovani, ma anche per i meno giovani, la connessione con il mondo, attraverso internet, ha spezzato l’isolamento secolare. Sentono di far parte di un mondo globale, di una comunità integrata e affascinante come avviene per noi occidentali. Questo è stato il tema del mio precedente lavoro: come la società afghana fosse lacerata tra la sua cultura, la sua religione e il modello occidentale. Questo è stato il filo rosso di Afghan Dream » tra il 2011 et 2015. Successivamente ho cercato di fissare un ritratto di Kabul, della classe media e di tutta quella frangia della popolazione che voleva accettare la sfida complicata con una certa modernità dell’occidente. « A l’ombre des drapeaux blancs » è la serie esposta a Visa, realizzata tra il 2021 e la prima parte di quest’anno, del 2025.  L’emergere di questa classe media urbana non è privo di tensioni; codici contraddittori coesistono in un improvvisato bricolage. L’ospite entrando in una casa si rende conto che il primo salone in stile occidentale serve soprattutto come segno di ascesa sociale; la vita familiare quotidiana si svolge in un’altra stanza, dove si vive in modo tradizionale. Anche lo spazio pubblico è frammentato: i luoghi di socializzazione (caffè, ristoranti, palestre) della classe media sono in gran parte chiusi alle classi popolari, i cui valori e riferimenti sono in netto contrasto con i loro. Il lavoro Afghanistan: All’ombra delle bandiere bianche entra nella dicotomia della società. Ho voluto mostrare fino a che punto nella vita pubblica è evidente la distanza tra le donne e gli uomini. Negli ultimi tre anni, dopo il ritorno dei talebani per i media è molto complicato lavorare in Afghanistan. ma per una donna è più facile poter entrare all’interno delle case.  Ho voluto partecipare a questa vita femminile e scoprire come viene vissuta il “parda” cioè la separazione fisica e simbolica degli uomini con le donne. Essendo donna ho la possibilità di attraversare il “parda”, questa tenda che separa i sessi, per accedere a questi luoghi chiusi dove sopravvive la vita femminile e scoprire cosa c’è internamente. Da un lato è un limite ma anche una possibilità di porre l’attenzione sulla condizione delle donne da cui sono stata accolta. Uno specchio anche di ciò che c’è all’esterno, negli spazi che sono riservati agli uomini. Le donne non hanno più il diritto di attraversare questa linea che le separa dal mondo esterno, andare da sole nei parchi etc… Anche se il popolo afghano, nel suo insieme, è molto fiero della sua millenaria cultura, la legge imposta dai talebani non ne fa parte. La vita delle donne comunque è dura e molte di loro sono piagate da regole che non lasciano libertà e alcune scelgono di lasciarsi morire. Io ho voluto mostrare il loro lavoro di resistenza, di come riescono a strappare qualche istante di libertà nonostante l’oppressione. Per me è stato come restituire nelle immagini un po’ della loro dignità, della loro lotta quotidiana per aiutarle a non cadere in una profonda voragine.”

Pensa che il suo lavoro e le esposizioni che fa possano cambiare qualcosa?

“Non ho la pretesa con le mie immagini di poter cambiare la politica afghana, sfortunatamente non ho la possibilità di incidere con le fotografie su cambiamenti radicali. Per contro provo un profondo coinvolgimento e una profonda responsabilità per ciò che registro. Se non posso cambiare le cose spero di poter essere almeno la voce di queste donne, dare un contributo e infondere loro un po’ di coraggio per continuare a battersi per la loro vita. Non è molto ma ho inviato loro le fotografie e le immagini dell’esposizione. Mi hanno confermano che è importante sostenere la loro battaglia. Ripeto non è molto ma è qualcosa poter infondere coraggio a tutte le giovani donne, alle ragazze che ho incontrato.”

©Sandra Calligaro Kaboul aprile 2021
©Sandra Calligaro Kaboul aprile 2025

A quale storia è particolarmente affezionata?

“L’immagine di Nazanin, scattata nel 2025: non può più andare a scuola da 4 anni e passa la maggior parte della giornata chiusa in casa con la sua famiglia. Io l’avevo incontrata quando andava a scuola, avevo fatto un reportage su di lei e le sue amiche che sono riuscite a uscire dall’Afghanistan e che oggi vivono in Francia. Per lei invece è straziante continuare la vita con i divieti ed è lei che ha voluto essere ripresa con il suo peluche. Ho scattato la foto mentre Nazanin inizia a piangere e ha lo sguardo rivolto fuori dalla finestra. È una storia che mi colpisce profondamente per aver vissuto il cambiamento da quando le avevo scattato una immagine sorridente con le sue amiche. È la stessa ragazza nelle due immagini ma come sono gonfie di contraddizioni.“

Per Sandra Calligaro è complicato ritornare a Kabul in un futuro molto vicino, pensa  che sia meglio, anziché prendere rischi inutili,  lavorare sul materiale già scattato per raccontare, riprendere le testimonianze ed essere la voce delle recluse dell’Afghanistan talebano. “In filigrana, do spazio anche a coloro che, durante questi vent’anni di intervento internazionale, sono cresciuti lontano dalle città, nelle zone rurali dove gli aiuti non arrivavano. I giovani combattenti talebani provengono per lo più da questa gioventù rimasta ai margini del progresso. Non potendo andare a scuola, frequentavano la madrasa, la scuola coranica, e fin dall’adolescenza venivano reclutati per il jihad. Hanno mai avuto la possibilità di scegliere il loro destino? Due mondi, due Afghanistan, schiacciati da oltre quarant’anni di conflitti mortali, si scontrano: i sogni infranti degli uni, le loro speranze svanite, convivono con il ritorno alla luce degli altri. È questa complessità – legata alla guerra e che divide le società – che il mio lavoro cerca di abbracciare qui.”

A Sandra torna continuamente in mente una frase di Nan Goldin, un’artista americana che si è fatta conoscere negli anni ’80 con le fotografie della sua vita quotidiana: “Per me scattare una foto non è un atto di distacco. È un modo per toccare qualcuno, è una carezza”.

BIO SANDRA CALLIGARO

Fotografa indipendente e membro del collettivo Item. Dal 2007 lavora tra la Francia e l’Afghanistan. Pubblicata regolarmente sulla stampa francese e straniera, Sandra sviluppa anche un lavoro documentario più personale. A Kabul, a metà degli anni 2010, il suo sguardo si è concentrato in particolare sull’emergere della classe media, favorita dalla forte presenza internazionale che ha sconvolto i codici culturali del Paese e che il ritorno al potere dei talebani ha poi messo in pericolo. Il progetto, Afghan Dream, è stato premiato dalla Bourse du Talent nel 2013. Un libro omonimo è stato pubblicato nel 2016 dalla casa editrice Pendant ce temps. Parallelamente alla sua attività di fotografa, Sandra collabora con numerose ONG su progetti multimediali e mostre. Da alcuni anni lavora anche come direttrice della fotografia. Ha girato il documentario Afghanistan: il prezzo della pace (regia di Claire Billet, France 5, 90′, 2022) e altri format più brevi per Arte e France 2. Nel cinema, ha partecipato alle riprese di Woman (Yann Arthus-Bertrand & Anastasia Mikova, 2019).  Nel 2022 è entrata a far parte del team dell’EMI-CFD, dove co-dirige il corso di fotogiornalismo insieme a Julien Daniel e Guillaume Herbaut. Merita ricordare i premi nel 2024: *Premio Françoise Demulder, Ministero della Cultura, per il progetto «Afghan Dream, atto II», con il sostegno alla fotografia documentaria del Centro Nazionale delle Arti Plastiche e il sostegno di Brouillon d’un rêve della Scam e del dispositivo La Culture avec la Copie Privée. *Borsa di studio per la fotografia documentaria, Centro Nazionale delle Arti Plastiche, per il progetto «Afghan Dream, atto II», Centre National des Arts Plastiques , *Premio Bayeux dei Corrispondenti di Guerra, nominata nella categoria TV, con “Radio Begum, la Voix des résistantes”, regia di Solène Chalvon-Fioriti, *FIGRA, Gran Premio | categoria + di 40 min, per il film Afghanes, “Afghanes”, regia di Solène Chalvon-Fioriti. Per ulteriori informazioni: www.sandracalligaro.com