Le tre giornate del Ferrania Film Festival vedranno una mostra fotografica collettiva dedicata alla fotografia analogica contemporanea. Le mostre saranno inaugurate venerdì 11 settembre alle ore 11:00, alla presenza dei fotografi, che verranno introdotti e presenteranno i propri progetti in una visita guidata.
Le mostre saranno allestite negli spazi di Palazzo Rosso a Cengio, uno dei luoghi simbolo del rapporto tra industria e vita sociale che ha caratterizzato la Val Bormida nel Novecento. L’edificio nasce infatti come sede del dopolavoro della S.I.P.E. e successivamente dell’A.C.N.A., diventando uno spazio destinato alla socialità, alle attività ricreative e alla vita collettiva dei lavoratori e delle loro famiglie. Acquisito negli ultimi anni dal Comune di Cengio, Palazzo Rosso è stato trasformato in un polo culturale e associativo, funzione che, pur adattata alle esigenze contemporanee, mantiene una significativa continuità con la sua originaria vocazione di luogo di aggregazione.
Le mostre saranno visitabili a ingresso libero durante le tre giornate del Festival.
IL VIAGGIO VERSO CASA è un progetto fotografico di Marino Da Costa e Gerardo Bonomo che nasce dal desiderio di riportare la pellicola Ferrania nei luoghi che hanno contribuito a costruirne la storia e l’identità culturale.
È un viaggio di ritorno, prima ancora che un reportage.
La pellicola Ferrania nasce nello stabilimento di Ferrania, a Cairo Montenotte, nell’entroterra savonese, all’interno di una delle più importanti esperienze industriali italiane legate alla produzione di materiali fotosensibili. Da quella fabbrica, per decenni, sono usciti rullini e pellicole destinati alla fotografia e al cinema, attraversando confini geografici e culturali e contribuendo alla costruzione dell’immaginario visivo del Novecento.
Se Ferrania rappresenta il luogo della nascita materiale della pellicola, Roma ne rappresenta una delle grandi case adottive.
È nella Capitale, e in particolare nel rapporto con Cinecittà e con il cinema italiano, che quella materia sensibile incontra il racconto cinematografico, i teatri di posa, le scenografie, gli attori, le strade e la luce di Roma. La pellicola diventa così qualcosa di più di un semplice supporto tecnico: diventa uno degli strumenti attraverso i quali una parte dell’immaginario italiano viene fissata e consegnata alla memoria.
Da questa consapevolezza prende forma il viaggio di Marino Da Costa e Gerardo Bonomo.
I due fotografi riportano fisicamente i rullini Ferrania a Roma, nei teatri di posa di Cinecittà e nelle strade della Capitale, affidando nuovamente alla pellicola il compito di osservare e registrare quei luoghi.
Un gesto semplice, ma fortemente simbolico: la pellicola torna nei territori dell’immaginario che ha contribuito a costruire.
Tra la città reale e la città immaginata
L’indagine fotografica si concentra sulla romanità, sulla sua architettura, sui monumenti e sugli spazi urbani che nel corso del Novecento sono diventati contemporaneamente luoghi della vita quotidiana e scenari privilegiati della rappresentazione cinematografica.

Roma viene osservata nella sua continua oscillazione tra realtà e finzione.
Da una parte c’è Cinecittà: il luogo nel quale la realtà viene ricostruita, trasformata, illuminata e messa in scena. Una città dentro la città, capace di generare mondi, epoche e geografie differenti.
Dall’altra ci sono le strade della Capitale, dove la vita procede senza sceneggiatura. Monumenti, edifici, persone, gesti, ombre, incontri e situazioni impreviste compongono una scena urbana continuamente mutevole.
Tra queste due dimensioni si muove la ricerca di Da Costa e Bonomo.
Il reportage non cerca quindi di ricostruire nostalgicamente la Roma del grande cinema, né di riprodurne le immagini più celebri. Cerca piuttosto di mettere nuovamente la pellicola di fronte alla città, lasciando che sia il presente a impressionarne l’emulsione.
La Roma fotografata è quella di oggi, ma inevitabilmente porta con sé tutte le Rome che il cinema ha costruito, raccontato e consegnato alla memoria collettiva.
La pellicola come protagonista
In Roma: IL VIAGGIO VERSO CASA, la pellicola non è soltanto il mezzo utilizzato per realizzare le fotografie. È parte integrante del progetto.
La scelta di lavorare con Ferrania introduce infatti una relazione precisa tra materia, luogo e memoria. Ogni fotogramma mette in comunicazione il luogo nel quale la pellicola è nata con quello nel quale viene nuovamente utilizzata.
Ferrania e Roma diventano così i due estremi dello stesso percorso. Da un lato la fabbrica, la ricerca chimica, la produzione industriale e il sapere tecnico necessario a creare una superficie capace di reagire alla luce. Dall’altro il cinema, la fotografia, la città e la trasformazione di quella stessa materia in immagine. Il viaggio verso casa è dunque anche il viaggio della materia verso la propria memoria. Due sguardi, una stessa pellicola
Il progetto nasce dall’incontro di due differenti esperienze fotografiche. Marino Da Costa porta nel lavoro il linguaggio del reportage e della fotografia documentaria, l’attenzione per la strada, per il paesaggio umano e per ciò che accade nello spazio reale. Gerardo Bonomo porta una profonda conoscenza della fotografia argentica, dei materiali sensibili, dell’esposizione, dello sviluppo e della stampa, insieme a una ricerca costruita nel tempo intorno alla materialità e alla consapevolezza del processo fotografico.
I loro sguardi si incontrano attraverso lo stesso materiale. Non si tratta di uniformare due modi di fotografare, ma, al contrario, di lasciare che la medesima pellicola attraversi due sensibilità differenti. Il risultato è un racconto a due voci nel quale il linguaggio documentario e la cultura della fotografia analogica dialogano continuamente.
Dalla luce alla materia
Il progetto non termina con lo scatto. Le immagini vengono sviluppate e successivamente stampate a mano in camera oscura su carta baritata, completando un processo interamente analogico nel quale ogni passaggio conserva una componente fisica, manuale e irripetibile. La luce attraversa l’obiettivo e impressiona la pellicola; il negativo viene sviluppato; l’immagine ritorna alla luce dell’ingranditore e prende infine corpo sulla carta.
In questo modo il processo stesso diventa parte del racconto. In un presente caratterizzato dalla produzione e dalla circolazione immediata delle immagini digitali, Roma: IL VIAGGIO VERSO CASA sceglie deliberatamente un tempo differente: quello dell’attesa, della materia e della trasformazione.
La fotografia non appare immediatamente. Deve essere attesa. Deve essere sviluppata. Deve essere stampata. E soltanto allora può essere osservata.
Il viaggio verso casa
Alla fine del percorso, ogni fotografia conserva una doppia memoria. Quella di Ferrania, dove la materia sensibile ha avuto origine, e quella di Roma, dove quella materia torna a incontrare il cinema, l’architettura, la strada e la vita.

Tra la finzione del set e la realtà della città, tra industria e cultura, tra memoria e presente, Marino Da Costa e Gerardo Bonomo costruiscono così un racconto nel quale la fotografia diventa essa stessa protagonista del viaggio. Perché questo non è soltanto un reportage su Roma. È il racconto di una pellicola che attraversa il tempo, ritorna nei luoghi del proprio immaginario e, dopo molti anni, ritrova la strada verso casa.
Marino Da Costa
Marino Da Costa (Lucca, 1985) è fotografo e fotoreporter. Si avvicina alla fotografia inizialmente da autodidatta, proseguendo successivamente la propria formazione attraverso corsi ed esperienze professionali. Dopo alcune collaborazioni con un’agenzia di fotografia sportiva e uno studio fotografico, concentra progressivamente la propria ricerca sul reportage e sui progetti personali, sviluppati prevalentemente in autonomia e seguendo tematiche legate ai propri interessi e alla propria esperienza dei luoghi.
Un passaggio importante nel suo percorso è rappresentato dalla Newsroom Academy di InsideOver, dove segue il corso di fotografia tenuto da Ivo Saglietti, tra i più importanti fotoreporter italiani e vincitore di tre World Press Photo. Nel 2022 il suo lavoro viene selezionato da Saglietti tra i portfolio vincitori della masterclass. Da questa esperienza nasce e si consolida la collaborazione con InsideOver, testata dedicata al reportage e all’approfondimento internazionale.
Tra i suoi lavori figura India sospesa. Signora libertà, signorina anarchia, progetto realizzato durante un viaggio in India e selezionato tra i reportage vincitori della Newsroom Academy. L’esperienza indiana rappresenta un momento significativo nella sua ricerca: il confronto con una realtà complessa e imprevedibile lo porta a sviluppare una fotografia più immediata e intuitiva, nella quale osservazione, composizione e racconto si costruiscono nell’incontro diretto con ciò che accade davanti all’obiettivo.
Nel 2023 realizza insieme a Manuelbruno Usai Mala Terra, reportage dedicato a Gela e alle conseguenze sociali e ambientali della lunga storia industriale legata al polo petrolchimico. Il progetto, finanziato e pubblicato da InsideOver, indaga attraverso fotografia e testo il complesso rapporto tra industrializzazione, territorio, ambiente e comunità locale.
Nel 2024 pubblica S(k)in. L’acido sull’anima, reportage realizzato a Mumbai sulle donne sopravvissute agli attacchi con l’acido. Il progetto affronta attraverso il bianco e nero le conseguenze della violenza, ma anche i percorsi di resistenza e ricostruzione delle donne incontrate durante il lavoro. Le fotografie sono state successivamente presentate in diverse sedi espositive, tra cui Palazzo Ducale a Lucca, Palazzo Bastogi a Firenze e, nel 2025, il Palazzo Comunale di Capannori.
Nel suo percorso figura inoltre una mostra personale nell’ambito degli Urban Photo Days 2020 e, nell’edizione 2021 della stessa iniziativa, il raggiungimento della selezione finale per il book award.
La ricerca di Marino Da Costa si muove così principalmente nell’ambito della fotografia documentaria e del reportage, privilegiando storie nelle quali il paesaggio umano, le trasformazioni sociali, il territorio e le esperienze individuali diventano strumenti per interrogare realtà più ampie. Il suo approccio mantiene una forte componente autoriale, cercando nella fotografia non soltanto la testimonianza di ciò che accade, ma una forma di relazione diretta con i luoghi e con le persone che li abitano.
Gerardo Bonomo
Gerardo Bonomo (1958) è giornalista, fotografo, docente e divulgatore, da decenni impegnato nello studio e nella diffusione della cultura fotografica, con una particolare attenzione alla fotografia analogica e al bianco e nero.
Il suo rapporto con la fotografia inizia nel 1970, quando comincia a fotografare e a confrontarsi direttamente con l’intero processo argentico, dalla ripresa allo sviluppo del negativo fino alla stampa in camera oscura. È proprio questa conoscenza completa del processo fotografico a diventare nel tempo uno degli elementi centrali della sua ricerca e della sua attività di divulgazione.
Nel corso di quasi cinquant’anni di attività ha approfondito tecniche, materiali e strumenti appartenenti a differenti stagioni della storia della fotografia, dedicandosi tanto al piccolo e medio formato quanto al grande formato e al banco ottico, oltre che ai processi di sviluppo e alla stampa tradizionale. La sua ricerca si concentra in particolare sulla materialità dell’immagine fotografica e sulla conoscenza del processo fisico-chimico che conduce dall’esposizione della pellicola alla stampa finale.
Accanto alla pratica fotografica, Bonomo ha sviluppato un’intensa attività di formazione e divulgazione. Attraverso corsi individuali e collettivi, workshop, articoli, incontri pubblici e contenuti audiovisivi accompagna fotografi professionisti, appassionati e nuove generazioni alla conoscenza della fotografia argentica. La sua didattica comprende l’utilizzo delle fotocamere, la scelta delle pellicole, l’esposizione, lo sviluppo del negativo e la stampa manuale con ingranditore, mantenendo una particolare attenzione alla trasmissione dell’intero processo fotografico analogico.
Parallelamente porta avanti un’importante attività di divulgazione attraverso il proprio sito e i suoi contenuti online, divenuti negli anni un punto di riferimento per una comunità interessata alla fotografia su pellicola, alla camera oscura, alle attrezzature storiche e alla sperimentazione con materiali e processi fotografici.
La sua attività si estende inoltre a incontri, festival e manifestazioni dedicate alla cultura fotografica, nei quali affronta la fotografia analogica non soltanto dal punto di vista tecnico, ma anche come patrimonio di conoscenze, pratiche e linguaggi da trasmettere alle nuove generazioni.
La ricerca di Gerardo Bonomo si colloca così nel punto d’incontro tra conoscenza tecnica, memoria fotografica e sperimentazione contemporanea. La fotografia analogica non viene interpretata come semplice recupero nostalgico di una tecnologia del passato, ma come un linguaggio ancora vivo, fondato sulla consapevolezza del processo, sulla conoscenza della materia e su una relazione più lenta e meditata con la costruzione dell’immagine.
“Alle pendici del cielo”
Progetto fotografico di Pietro Nicola Bonetta
Alle pendici del cielo è un progetto fotografico di Pietro Nicola Bonetta dedicato alla ricerca e al racconto delle vite d’alta montagna.

Il lavoro nasce dall’incontro con un territorio nel quale il rapporto tra essere umano e ambiente sembra assumere proporzioni differenti. In un mondo in cui la presenza antropica tende progressivamente a occupare e trasformare ogni spazio disponibile, l’alta montagna rimane una dimensione in controtendenza: dura, inospitale e impossibile da dominare completamente. Qui l’essere umano è costretto a misurarsi con ciò che lo circonda e a trovare continuamente forme di convivenza con l’ambiente.
Il progetto prende forma attraverso l’incontro con alcuni abitanti dell’Alta Valtellina, in particolare allevatori e animali, osservati all’interno di un paesaggio che sembra continuamente ridefinire la loro presenza. Di fronte alla scala delle Alpi, uomini e animali diventano figure minute, quasi impercettibili. Presenze temporanee adagiate sulle spalle di montagne che sembrano appartenere a un tempo infinitamente più lungo di quello umano.
Oltre le loro cime, soltanto il cielo.

È proprio nel contrasto tra queste differenti dimensioni che si costruisce il racconto di Bonetta: la fragilità dell’essere umano e la monumentalità del paesaggio, il tempo quotidiano del lavoro e quello apparentemente immobile della montagna, la necessità di trasformare l’ambiente e l’impossibilità di controllarlo completamente.
La ricerca di una possibile autenticità nel rapporto tra uomo e natura non passa quindi attraverso una visione idealizzata della vita in montagna. La convivenza raccontata dalle fotografie è fatta anche di fatica, durezza e necessità. Il paesaggio non è soltanto contemplazione, ma spazio vissuto e luogo di lavoro.
Per intercettare questa relazione, Bonetta sceglie di utilizzare la pellicola ortocromatica Ferrania Orto 50. Il bianco e nero contribuisce a sottrarre il paesaggio alla sua rappresentazione più immediatamente spettacolare. Le montagne diventano cornice e, contemporaneamente, presenza dominante; al loro interno si inseriscono brevi incursioni nelle vite dei soggetti fotografati, colti soprattutto durante i momenti di lavoro.
L’autore non cerca di assumere lo sguardo di chi appartiene a quei luoghi. Mantiene piuttosto consapevolmente la propria posizione di ospite.
È uno sguardo che arriva, osserva e incontra, senza pretendere di possedere completamente ciò che vede. La fotografia diventa allora una forma di avvicinamento: il tentativo di comprendere, attraverso frammenti di vita quotidiana, una relazione con l’ambiente costruita nel tempo.
Alle pendici del cielo racconta così una condizione di equilibrio fragile. Tra uomo e natura. Tra permanenza e passaggio.
Tra il lavoro quotidiano di chi abita la montagna e l’immensità di un paesaggio che sembra ricordare continuamente all’essere umano la propria misura. Piccole presenze sulla superficie delle Alpi, alle pendici di un cielo che segna il limite ultimo dello sguardo.
Pietro Nicola Bonetta
Pietro Nicola Bonetta (Brescia, 1998) è fotografo e aspirante fotogiornalista, laureato in Scienze Storiche.
Il suo incontro con la fotografia avviene all’età di quattordici anni, quando ritrova la Canon FT del nonno e inizia a sperimentare con il mezzo fotografico. È l’inizio di un percorso inizialmente istintivo e personale, che accompagna gli anni del liceo e che, dopo una fase di interruzione durante l’emergenza pandemica, trova una nuova consapevolezza nel periodo universitario. È proprio in questi anni che Bonetta riscopre il significato dell’immagine e comincia a interrogarsi sulle possibilità della fotografia come strumento di conoscenza e racconto.
Un momento decisivo arriva nel 2022, con la partecipazione a un workshop tenuto dal fotoreporter Ivo Saglietti presso la redazione di InsideOver. La selezione da parte di Saglietti per la realizzazione di un reportage condiviso modifica profondamente il suo rapporto con la fotografia e apre una nuova fase della sua ricerca. Da questa esperienza prende avvio anche la frequentazione della città di Taranto, progressivamente trasformata in un progetto fotografico di lungo periodo.
Nello stesso anno pubblica su InsideOver “Emergenza siccità”, reportage realizzato nella bassa padana durante la crisi idrica del 2022. Nel 2024 viene pubblicato un primo nucleo del lavoro dedicato a Taranto, “Taranto macerie”, ricerca sulle tracce e sulle permanenze del passato siderurgico della città. Accanto a questi lavori sviluppa progetti dedicati al rapporto tra essere umano e natura, alla senilità e alla vita delle persone prive di fissa dimora.
La sua ricerca si concentra prevalentemente su tematiche sociali, affrontate con una particolare attenzione alla dimensione storica, intesa come strumento necessario per comprendere le trasformazioni che attraversano l’essere umano e il mondo in cui vive.
Il reportage fotografico diventa così il linguaggio privilegiato attraverso il quale indagare l’individuo nella sua dimensione storico-esistenziale e nella relazione con l’ambiente. Centrale nel suo lavoro è inoltre la ricerca dell’individualità e della dignità dei soggetti fotografati. Lo sguardo, spesso cercato direttamente nel ritratto, diventa uno spazio di relazione: un canale immediato tra chi osserva e chi viene osservato.
Fotografia e formazione storica convergono quindi in una ricerca che utilizza l’immagine non soltanto come testimonianza del presente, ma come strumento attraverso cui interrogare il tempo, le trasformazioni sociali e il rapporto dell’essere umano con i luoghi che abita.
“Milano”
Progetto fotografico di Mauro Carrannante
Milano è un progetto fotografico a lungo termine che Mauro Carrannante porta avanti dal 2019. Non nasce con l’intento di descrivere la città in maniera esaustiva, né di costruirne un ritratto riconoscibile attraverso i suoi luoghi simbolici. Milano diventa piuttosto il territorio all’interno del quale sviluppare una ricerca personale sul rapporto tra spazio urbano e presenza umana.
Il progetto si costruisce intorno a tre tensioni fondamentali: la prevalenza della città sull’elemento umano, i contrasti che attraversano Milano e il dialogo continuo tra presenza e assenza.
Nelle immagini di Carrannante la città sembra spesso assumere una dimensione dominante. Architetture, superfici, linee e spazi urbani costruiscono una struttura all’interno della quale l’essere umano appare come una presenza fragile, temporanea, talvolta marginale.
È la città a determinare la scala dell’immagine.
L’individuo la attraversa, compare al suo interno, lascia una traccia e scompare. Da questa relazione emerge il primo nucleo della ricerca: il confronto tra la permanenza dello spazio urbano e la transitorietà della presenza umana. Milano non è soltanto lo scenario nel quale si svolge la vita, ma diventa una presenza con la quale l’individuo è costantemente chiamato a misurarsi.
A questa tensione si aggiunge quella del contrasto. Un contrasto che è certamente architettonico e visivo, ma che diventa soprattutto relazionale. La città accosta continuamente realtà differenti, genera prossimità e distanze, produce incontri e separazioni. Carrannante osserva queste frizioni senza cercare necessariamente di risolverle, lasciando che siano le immagini a custodirne l’ambiguità.
Al centro del progetto emerge infine il rapporto tra presenza e assenza umana. Ciò che appare all’interno dell’inquadratura dialoga continuamente con ciò che rimane fuori. Una figura può occupare fisicamente uno spazio e, allo stesso tempo, apparire distante; un luogo apparentemente vuoto può conservare le tracce di chi lo ha attraversato.
La fotografia diventa così un modo per interrogare la distanza tra ciò che vediamo e ciò che esiste realmente.
In questa oscillazione tra pieno e vuoto, incontro e solitudine, Carrannante costruisce una Milano personale e interiore. La città osservata attraverso il mirino diventa anche uno spazio attraverso cui l’autore interroga se stesso.
La materia dell’immagine
Le sei fotografie selezionate per l’esposizione sono realizzate utilizzando pellicole Ferrania P30, esposta a 200 ISO, e Ferrania P33, esposta a 400 ISO. Due delle immagini sono state scattate quando la luce naturale era ormai scomparsa.
La scelta della pellicola e del bianco e nero non costituisce quindi soltanto una decisione estetica, ma appartiene alla natura stessa della ricerca di Carrannante. Luce e ombra diventano elementi attraverso i quali la città viene progressivamente sottratta alla sua rappresentazione più immediata per trasformarsi in uno spazio mentale.

Le sei fotografie costituiscono soltanto un piccolo nucleo rappresentativo di una ricerca molto più ampia. Milano è infatti un progetto ancora in divenire, destinato a confluire in un libro di fotografie e testi. Anche la destinazione finale del lavoro introduce una dimensione sociale coerente con i temi affrontati: i proventi della pubblicazione saranno devoluti ad associazioni impegnate nel sostegno delle persone che vivono in condizioni di solitudine.
Il progetto assume così la forma di una lunga interrogazione sulla città contemporanea e sull’individuo che la attraversa.
Una città abitata da milioni di persone può essere anche il luogo della distanza.
Uno spazio pieno può contenere un’assenza.

E una figura solitaria, quasi inghiottita dall’architettura, può diventare il punto attraverso cui tornare a interrogare la misura dell’essere umano dentro la città.

Mauro Carrannante
Mauro Carrannante è fotografo per vocazione e CFO per professione. Nato a Roma, dove vive fino ai trent’anni, dopo un periodo segnato da viaggi e spostamenti legati al lavoro si stabilisce nel Milanese nel 2010.
La fotografia entra nella sua vita nel 2004 e diventa progressivamente uno strumento privilegiato di osservazione e ricerca personale. La sua pratica è legata in maniera rigorosa alla fotografia analogica e al bianco e nero, scelta che Carrannante considera essenziale per concentrare lo sguardo su ciò che realmente desidera raccontare, eliminando gli elementi che potrebbero distrarre dalla relazione più profonda con il soggetto e con l’immagine.
Un riferimento fondamentale della sua ricerca è il fotografo cileno Sergio Larrain, nel cui lavoro Carrannante riconosce una concezione della fotografia fondata sull’emozione prima ancora che sulla perfezione formale. Da questa sensibilità nasce la ricerca di un’immagine umanistica prima che estetica, capace di prendere forma attraverso l’incontro e l’esperienza piuttosto che attraverso la ricerca dello scatto tecnicamente perfetto.
La fotografia assume così una dimensione profondamente personale. Il mondo esterno non è soltanto qualcosa da documentare, ma diventa uno spazio attraverso cui rivolgere lo sguardo verso l’interno. Il mirino rappresenta una soglia tra ciò che accade davanti alla macchina fotografica e ciò che l’immagine è in grado di far emergere nell’autore.
Praticante di Aikido, primo Dan, lettore e viaggiatore, Carrannante riconosce nella propria pratica fotografica gli stessi principi di attenzione, presenza e ascolto che accompagnano queste esperienze. Fotografare significa quindi disporsi all’incontro, osservare e attendere, mantenendo una relazione consapevole con ciò che accade.
La sua ricerca si muove così tra osservazione del reale e introspezione, privilegiando una fotografia nella quale la presenza umana, la solitudine, le relazioni e gli spazi diventano strumenti attraverso cui interrogare tanto il mondo esterno quanto la propria dimensione interiore.
Come sintetizza lo stesso autore: «Non fotografo il mondo che mi circonda: uso il mirino per scavare dentro di me, per dare forma alle ombre che voglio imparare a domare.»
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