Trovo sempre avvincente la storia di chi evita di sentirsi vittima, reagisce alle condizioni avverse, osa uscire dalla condizione che non lo soddisfa per cercare una vita che possa almeno far pensare al futuro. La storia che sto per raccontarvi naturalmente riguarda la fotografia e io l’ho scoperta in Germania, a Fellbach, vicino a Stoccarda.

Alcuni anni fa, nel 1983, in diverse città tedesche fu allestita la mostra “L’altra America”; tra le numerose esposizioni dedicate alla storia, all’arte e alla cultura del movimento proletario americano, ve ne erano alcune di Hansel Mieth e Otto Hagel. Le immagini sono state realizzate negli anni ’30 e sono una documentazione dell’epoca della depressione in America, della disperazione dei disoccupati del Nebraska e della determinazione politica dei lavoratori agricoli in sciopero in California.
Per la prima volta, dopo un lungo periodo, l’opera di Hansel e Otto fu esposta in Germania. Quasi nessuno dei visitatori sapeva di avere l’opportunità di incontrare due importanti fotoreporter americani degli anni Trenta e Quaranta originari di Fellbach. Ma cosa hanno di speciale questi personaggi da meritare che la loro storia venga raccontata e celebrata? L’incoscienza, la curiosità, la non consapevolezza di avere talento, l’improvvisazione con una grande capacità di adattamento, una accentuata sensibilità umana affiancata alla attenzione che negli Stati Uniti si ha nei confronti della fotografia; e la fortuna di trovarsi in un periodo storico assai particolare.

Entrambi nascono nel 1909 e provengono da una famiglia modesta. Il nonno di Otto, che lo ha cresciuto a Fellbach era un agricoltore. Otto scatta le sue prime fotografie quando il nonno muore e inizia a lavorare nella falegnameria del padre. Lavoro che non gli piace; avrebbe preferito studiare musica. Hansel Mieth (chiamata Joanna alla nascita) nacque in una famiglia povera e religiosa a Oppelsbohm, in Germania (vicino a Stoccarda) e arrivò a Fellbach nel 1920 quando suo padre Ernst Mieth aprì una drogheria e costruì accanto un garage per le moto. Hansel Mieth, una ragazza un pò maschiaccio, fu probabilmente la prima donna di Fellbach a portare i pantaloni lunghi e anche a guidare una moto.
Otto e Hansel si conobbero all’età di 15 anni; ogni mattino prendevano il treno per andare a lavorare, lui da un orologiaio e lei in un negozio da parrucchiera. Hanno ambizioni diverse: lui vuole diventare compositore e lei medico. Insieme nel 1927, dopo un lungo giro in bicicletta in Francia, Spagna e Italia, decisero che Fellbach era troppo stretta per loro.La loro storia di vagabondi per l’Europa dormendo sotto i ponti e guadagnandosi da vivere fotografando sia i bohémien che gli operai in difficoltà e suonando musica per strada è un libro pieno di pagine sottolineate. Senza soldi all’età di 18 anni arrivano a Vienna e decidono di continuare a viaggiare: meta l’India passando l’Ungheria, Jugoslavia e Bulgaria e arrivando alla Turchia a piedi.
Dalla Germania fino in America
Determinati, curiosi, prendono appunti e Otto ha sempre con sé la sua macchina fotografica. Questi tentativi di uscire dalla vita del villaggio che non offre alcuna prospettiva interessante di vita coincide con gli anni in cui il nazionalsocialismo avanza e Adolf Hitler cerca di conquistare il potere. Nel 1926 viene pubblicato da una casa editrice di Monaco il volume intitolato “Il Movimento Nazionalsocialista” che definisce già i contorni pericolosi del progetto politico del Terzo Reich. Nel 1933 Hitler arriva al potere legalmente. Tutti, gli industriali, le chiese, molti intellettuali sono certi che sarà una malattia passeggera che servirà alla umiliata Germania a non mangiare più la polvere dei francesi. Diventerà la morte inevitabile, la morte in massa, la morte industriale, ma morte totale del corpo, del cuore, dell’anima, di un popolo, dell’ umano.
Ad esplorare con coscienza le ragioni che spingono i due giovani a decidere ad emigrare – favoriti anche dalla migrazione di diversi parenti di Otto in America – si abbia più di quanto abbiano fatto Otto e Hansel in Europa. L’ombra nera della svastica non poteva adescare due ragazzi che avevano esplorato da vicino la realtà dei diseredati che non potevano aver cittadinanza nel Reich millenario. Sembra anche che i libri che nutrivano il desiderio di andare in America fossero quelli di Jack London, il cantore degli emarginati, che avevano divorato insieme a metà degli anni Venti a Fellbach e che Otto portava sempre con sé nei suoi viaggi. Quando Otto riuscì, nel 1928, come lavapiatti a salire su una nave che lo portò fino negli Stati uniti con soli 25 centesimi in tasca, era convinto che la sua partenza fosse sì una opportunità personale ma anche una via d’uscita dall’oscurità in cui stava sempre più affondando la Germania.


La prima fotografia che ritrae Otto è del 1929 – ottenuta grazie ad un otturatore automatico – mentre lavora come lavavetri sopra le strade di San Francisco, dove è arrivato dopo un lungo viaggio a piedi e nascosto nei vagoni della ferrovia. Tenace e fiducioso partecipa al concorso fotografico di un giornale e vince il primo premio di 10 dollari: il suo primo reddito ottenuto grazie alla fotografia. Hansel lo raggiunse due anni dopo in quella che diventerà la sua patria d’elezione. L’America che li accoglie non è quella del sogno ma quella della crisi del 1929 con il crollo della Borsa, le migrazioni all’interno degli Stati Uniti, la povertà, la disoccupazione. Il numero di persone che vivono al limite della sussistenza raggiunse ben il 75% della popolazione nel 1932. Eppure Hansel non scese a compromessi nell’accettare lavori,fiera della sua femminilità e probabilmente decisa a trovare la strada giusta. Ripresero la vita da migranti: entrambi cercando impiego di fattoria in fattoria solo per il breve periodo del raccolto prima del cotone poi delle fragole, delle pesche, delle cipolle. La loro casa erano i campi e le tende.


@ Hansel Mieth/Otto Hagel Raccoglitore di cotone


Hansel definirà questo periodo come l’”Università della Vita”.
Come avevano già fatto nei loro primi viaggi in Europa, portavano sempre con sé una macchina fotografica per immortalare le condizioni di vita dei lavoratori ambulanti, che erano al loro fianco. Insieme hanno fotografato i raccoglitori di cotone nei campi, accanto al fuoco, hanno documentato gli Hoover – Villes, cittadine disperate, sorte durante la depressione vicino alle discariche. Prendevano il nome da Herbert Hoover, il presidente, che assisteva al disastro senza intervenire con scelte politiche a favore dei poveri.
Lavorare con la fotografia
I pochi soldi guadagnati servivano ad acquistare il materiale per la fotografia. Già a metà degli anni Trenta la collezione di fotografie di Hansel e Otto, intitolata “La grande fame”, era diventata così famosa da procurare loro ordini e contratti. Hansel iniziò a lavorare per il progetto della Works Progress Administration (WPA) e nel 1934 strinse una collaborazione per il “Progetto Giovani della Costa Occidentale”. Da quel momento la storia di Hansel è scandita da collaborazioni con autorevoli testate come Time, Fortune e Life che con il suo primo numero, uscito nel 1936, riuscì a vendere 466.000 copie in sole 4 ore. Hansel Mieth a 28 anni insieme a Margaret Bourke-White furono le uniche donne fotografe a lavorare per Life. Un’immigrata tedesca armata di convinzioni, perseveranza e talento, si è coraggiosamente ritagliata una carriera nel mondo del fotogiornalismo, dominato dagli uomini, in un’epoca in cui pochissime donne erano accettate in questa professione. Una vera storia americana! Contemporanea e amica di fotografi stimati come Imogen Cunningham, Peter Stackpole, Dorothea Lange, Carl Mydans e Margaret Bourke-White, Hansel Mieth rimane una delle grandi fotoreporter di questo secolo, ma ancora da scoprire. Durante l’“età d’oro del fotogiornalismo” (anni ’30-’50), il suo lavoro è apparso praticamente su tutte le riviste di fotografia del mondo. La regista Nancy Schiesari le dedica anche un documentario intitolato: Hansel Mieth Vagabond Photographer.

@Hansel Mieth, Men begging for jobs, San Francisco waterfront, 1932
Otto fu chiamato, come free-lance, a fare il ritratto di Franklin D. Roosvelt per la campagna elettorale che lo portò alla presidenza e una di queste foto apparve sulla copertina di LIFE il 18 novembre del 1940. Durante il loro lavoro per LIFE Robert Capa divenne uno degli amici più cari di Hansel e Otto. Capa e Otto si sposarono per convenienza – al fine di ottenere la cittadinanza americana e per placare i redattori di LIFE – in una frettolosa cerimonia di doppio matrimonio e proprio in quegli anni Robert Capa divenne uno dei loro più intimi amici.

@Hansel Mieth L’addetto al censimento Seymour Weiss interroga la signora George B. Townsend, South Bend, Indiana, 1940




RITORNO A FELLBACH
Hansel ritornò a Fellbach nel 1948 per assicurare una vita dignitosa ai suoi genitori. Otto la seguì qualche anno dopo. Entrambi non hanno mai nascosto la avversione nei confronti del regime nazista e spesso per questo litigarono con i loro parenti. I contatti tra Otto e la sua famiglia furono interrotti dopo che la madre gli scrisse, prima dell’inizio della guerra, che il fratello minore portava la stessa acconciatura di Hitler. Otto le rispose con queste parole:” Forse tu pensi si debba essere orgogliosi di questa acconciatura, ma sono sicuro che se le cose in Germania andranno avanti così non diventerà abbastanza vecchio per portare i baffi come Hitler ….. La sua vita finirà prima che abbia l’età per farsi crescere la barba…”. Il fratello Helmut morì nel 1946 in un campo di prigionia americano di polmonite. Otto tornò come cittadino americano a fianco degli Alleati nella Germania distrutta. Le mille domande sulla Germania distrutta e su cosa i tedeschi pensassero del loro colpevole passato divennero le loro fotografie scattate presso parenti e amici. Un servizio che fu pubblicato su LIFE nel giugno del 1950 con il titolo “Torniamo a Fellbach”.

Una vita che sembra un romanzo: mette in luce il materiale di egregio valore fotografico – ahimè ancora poco conosciuto – scattato da entrambi i fotografi in America la loro nuova patria e il pensiero opprimente di una patria, quella vera, che aveva mutato volto e trasformato tra malefici di ogni specie i tedeschi per sempre. Un esempio di come i confini siano identità artificiali e il senso di Patria sia dove chiunque può trovare le ragioni per crescere, per lavorare, per vivere: possa esprimere se stesso senza violenze e possibilmente comprendendo le sofferenze degli esseri umani.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

