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Le guerre sono tutte uguali: morti, feriti, case che crollano, città distrutte con ammassi di cemento impolverati dai detriti, bambini feriti, madri che piangono, gente che si muove per salvare, trovare aiuti, scappare, pregare. Le immagini delle guerre sono tutte uguali poiché le guerre sono tutte uguali.

Eguali sono anche le critiche al Festival del fotogiornalismo di Perpignan: “sempre le stesse immagini, sempre tutto uguale”. Quest’anno poi! Addirittura tre premi sono stati assegnati a fotografi di Gaza che hanno documentato la guerra in Palestina. Un caso, come si dice, politico. 

Sempre uguale, tutto che si ripete. Si alza allora un urlo di rabbia, di protesta: il mio urlo!

Forse tre premi sono pochi per una guerra, per le guerre. Ne avremmo bisogno di più. Per capire. Per indignarci. Per fare. I fotografi sono lì a testimoniare, a riprendere, documentare l’orrore, la tragedia che sta avvenendo. Rischiano la vita, fanno vedere a noi che siamo qui lontano dalla guerra l’orrore, la tragedia. È sempre uguale? Non è quello che conta Interessa che il mondo sappia che in questo momento da qualche parte a causa di una guerra le persone, i bambini, gli uomini, i giornalisti, i fotografi, le mamme, le nonne, i medici muoiono! Muoiono! E noi abbiamo il diritto di saperlo. E se una guerra per ragioni complesse diventa l’emblema di una strage a cielo aperto è obbligatorio saperlo.

Non mi importa se tutto è uguale, se i critici cercano le immagini, il linguaggio più artistico, meno artistico, più spettacolare, meno spettacolare. Riusciamo a capire il senso? Il punto è che Visa pour l’Image esiste e lavora per farci arrivare lì e per premiare le immagini che non vorremmo vedere, che non vorremmo sentire. Ben tre premi Visa d’or sono stati assegnati a fotografi palestinesi della Striscia di Gaza. Per chi usa il bilancino, una immagine di qua e una di là, questo e quello, il sette ottobre e il dopo sette ottobre, non va bene. È schierarsi, è politica.

@Mahmud Hams
@Loay Ayyoub. Palestinesi trasportano alcuni feriti all’interno dell’ospedale medico Al-Shifa dopo un attacco aereo israeliano su una casa nel quartiere di Al-Sabra, nel centro di Gaza City, 11 ottobre 2023. (Foto di Loay Ayyoub per The Washington Post)
 

Apriamo bene gli occhi: se l’orrore è sempre uguale non dobbiamo abituarci a questo orrore. Dobbiamo guardare ogni dettaglio, soffermarci su ogni lacrima e pensare che forse non ne abbiamo viste ancora a sufficienza di fotografie per indignarci, per provare ogni volta compassione, per essere rattristati di appartenere a questa triste umanità. Guardiamo. E basta.

Quest’anno il conflitto israelo-palestinese incendia il festival di fotogiornalismo di Perpignan: verrebbe da dire, inevitabile, giusto che ciò accada. Alcuni fatti inediti: una manifestazione pro-palestinese per le strade di Perpignan e un sindaco, Louis Aliot del Front Nationale, assente alla cerimonia di premiazione – durante la serata al Campo Santo (la piazza dell’anfiteatro si chiama così) straripante di persone – per la cerimonia di consegna del premio al giovane Loay Ayyoub, esposto al Convent des Minimes con il lavoro svolto per il Washington Post: La tragedia di Gaza.

@Loay Ayyoub. Persone ispezionano ciò che resta della torre residenziale Al-Aklouk, distrutta da un attacco aereo israeliano a Gaza City, l’8 ottobre 2023. (Foto di Loay Ayyoub per The Washington Post)
@Loay Ayyoub. Il corpo del giornalista Adel Zorob, una delle vittime di un attacco aereo israeliano contro la casa della sua famiglia, viene deposto davanti all’obitorio dell’ospedale Abu Youssef Al-Najjar, a Rafah, nella Striscia di Gaza, il 19 dicembre 2023. (Foto di Loay Ayyoub per The Washington Post)

 
@Loay Ayyoub. Una madre palestinese in lutto piange il figlio ucciso in un attacco aereo israeliano a Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza, il 5 dicembre 2023. (Foto di LoayAyyoub per The Washington Post)

Louis Aliot – che già in apertura aveva avuto uno scambio con il direttore Leroy – ha attaccato Visa pour l’image per la mancanza di “equilibrio” e per l’assenza di una mostra parallela dedicata ai massacri del 7 ottobre 2023. Su France Bleu ha accusato il fotografo di essere vicino ad Hamas, criticandolo per criticandolo per aver definito l’organizzazione jihadista sui suoi social network come “la resistenza palestinese”.

Gli altri due premi sono andati a Samar Abu Elouf, donna che collabora con il New York Times, vincitrice del premio Sipa per la stampa quotidiana e a Mahmud Hams, collaboratore di Agence France-Presse (AFP), con il premio più alto, il Visa d’Or News, nella serata finale di sabato 7 settembre.  Immagini che mostrano la tragica realtà della popolazione di Gaza: intere famiglie uccise, sepolte dalle bombe, sfollamenti forzati, tentativi disperati di portare, trovare cibo, acqua, cercare un nuovo riparo, ospitare feriti, curare se stessi. Secondo i dati del Ministero della Sanità di Hamas, il conflitto ha causato più di 40.000 vittime, la maggior parte delle quali civili.

Può essere neutra la fotografia in una guerra così totale e disumana? Una par condicio che allinei in campo neutro le posizioni dei contendenti: i palestinesi da una parte e Israele dall’altra. Sarebbe corretto dal punto di vista politico, sarebbe leale verso i morti, si dice. Spesso però la fotografia non può essere neutrale Il fotografo deve scegliere da che parte stare, decidere cosa vuole fotografare. In questo caso i fotografi non hanno potuto scegliere di riprendere ciò che sta avvenendo a Gaza perché l’esercito israeliano ha impedito fin dal primo giorno l’ingresso alla stampa nella striscia. I fotografi palestinesi, non hanno scelto nulla, erano lì erano parte della guerra come vittime tanto è vero che molti sono stati uccisi nei bombardamenti. Potevano nascondersi, cercare di fuggire. Sono rimasti. Hanno lavorato. Hanno fissato la realtà come documento, come storia come atto di accusa. Questo da loro il diritto di essere premiati. Manca l’equilibrio, si strilla. L’equilibrio di cosa? Quando la quantità dei morti travolge perfino la nostra indifferenza allora è possibile che la tragedia aiuti a mettere a fuoco l’insensatezza della guerra. Guardiamo alcune immagini dei vincitori e osserviamo attentamente la sofferenza, la tortura di queste vite. Le dobbiamo conoscere! Chi non vuole venire a Perpignan non venga, non legga le notizie delle guerre nel mondo, delle sofferenze, del dolore degli altri.

Allora non è più una questione di neutralità ma di indifferenza. Qui i fotografi hanno esplorato la disgrazia non la grazia, l’incontro fatale e non il felice incontro, l’odio non la comunione. Visa pour l’image è il contrario della graziosa scuola francese del reportage poetico-lirico, tutto preso a captare storie di simpatia o di armonia. È l’anti Doisneau. Perchè è la fotografia di questi tempi è intrisa di sangue e di ferro.

@ Mahmud Hams
Samar Abu Elouf – Palestina
© Mahmud Hams

Dal sito di Visa Pour l’Image

Loay e i suoi colleghi hanno trascorso settimane ad accorrere nei luoghi colpiti dagli attacchi aerei, scalando montagne di detriti mentre i soccorritori cercavano i sopravvissuti e i corpi delle vittime, molti dei quali bambini. Hanno documentato il caos fuori dagli ospedali di Gaza, dove madri e padri, zie e zii, fratelli e sorelle e altri parenti che portavano in braccio i loro cari venivano a cercare aiuto da infermieri e medici esausti che avevano esaurito le risorse.

Mentre Israele estendeva la sua campagna militare a Gaza, Loay non ha avuto altra scelta che unirsi alle masse di rifugiati costretti a fuggire dai combattimenti a Khan Younès e a recarsi a Rafah, dove oltre 1,5 milioni di persone erano stipate in campi profughi in una città grande come Perpignan (solo 120.000 abitanti). Israele ha continuato a limitare gli aiuti alla Striscia di Gaza e il Programma Alimentare Mondiale ha stimato che due terzi dei gazesi stavano soffrendo una “vera carestia” e che centinaia di migliaia di bambini soffrivano di malnutrizione e disidratazione. Quando la situazione della sicurezza non ha più permesso a Loay di svolgere il suo lavoro di giornalista, ha potuto lasciare Gaza ed entrare in Egitto alla fine di febbraio 2024. Dal 7 ottobre 2023, più di cento giornalisti sono stati uccisi a Gaza. Loay Ayyoub ha trovato rifugio in Egitto e, mentre il suo lavoro di documentazione del conflitto a Gaza e delle sue ripercussioni si è concluso, la situazione a Rafah e in tutta la Striscia di Gaza è solo peggiorata.

“Mostrare la crisi umanitaria della popolazione civile di Gaza e testimoniare le loro difficoltà di accesso all’assistenza sanitaria e alla protezione è stato il mio obiettivo quotidiano e il mio dovere di fotografo”. Loay Ayyoub

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