
La curiosità per i paesi lontani per altri popoli, come si vestono, cosa mangiano, come sono le loro città, i loro paesaggi, la loro cultura fa parte della storia della fotografia perché grazie alla famosa camera oscura e poi alla sua evoluzione i fotografi si sono lanciati alla scoperta dell’ignoto inteso come ciò che ancora non si conosce. Ecco allora le famose fotografie di Felice Beato che addirittura con una tecnica di coloritura a mano ci fa conoscere il Giappone: un fotografo avventuriero che, verso la fine dell’800, si aggira in terre remote, con un bagaglio di apparecchi pesanti e poco funzionali, per raccontare in patria cosa si poteva trovare oltre i confini del mondo occidentale. Felice Beato, con i suoi fratelli, determinò prepotentemente in Europa l’immagine di una cultura che solo allora cominciava ad aprirsi all’esterno.
Possiamo dire la stessa cosa di Olivo Barbieri e della sua Cina? Dall’epoca di Felice Beato la fotografia è inevitabilmente evoluta grazie alla tecnologia. Olivo Barbieri si identifica per aver saputo esprimere pensieri attraverso le immagini usando la tecnologia a disposizione. Il suo stile è unico. La capacità narrativa è affascinante tanto quanto complessa. E la mostra “Olivo Barbieri. Spazi Altri” presso Gallerie d’Italia di Torino lo dimostra.
Barbieri non ha l’obiettivo di documentare come Felice Beato, non ha la necessità di far conoscere un paese di cui l’iconografia è già stata in larga parte svelata, non sente il bisogno di denunciare una politica che pure lo accoglie proprio nel 1989 durante i tragici fatti di Tiananmen. Barbieri percepisce, con una notevole sensibilità, il cambiamento di un paese come la Cina ed è quello che lui desidera cogliere. Il suo importante lavoro inizia nell’’89 e prosegue per oltre 30 anni andando una o più volte ogni anno in Cina. Grazie alla sua visione dell’immagine e ai suoi tecnicismi ci consente di iniziare a conoscere, a percepire un paese con molte zone di luce e vaste ombre. Olivo Barbieri un significativo maestro italiano della fotografia internazionale che svela in questa mostra anche la sua evoluzione antologica.

Il personaggio
Per mettere a fuoco il personaggio usiamo l’inizio del suo racconto: “Sono nato nel 1954, il 24 giugno: la notte delle streghe. Non so bene per quale motivo ma sono sempre stato affascinato dalle immagini. Il mio lavoro si suddivide sostanzialmente in alcune ricerche e interpretazioni. La ricerca iniziata all’inizio degli anni ’80 sull’illuminazione artificiale della città e proseguita con l’indagine e il racconto della città contemporanea. Negli anni ’90 ho messo a punto la tecnica “del fuoco selettivo” proseguita con questa ricerca trentennale sul grande cambiamento che c’è stato in Cina, sulle megalopoli viste da un elicottero che è l’oggetto della mostra”. Similmente, la possibilità di registrare quei cambiamenti, non solo sociali, ma anche, e soprattutto, architettonici di molte città e lo sviluppo degli spazi urbani avvenuti in questi ultimi anni.
Che cosa è il fuoco selettivo?

Mi viene in aiuto Corrado Benigni, curatore della mostra: “Prendiamo l’immagine realizzata a Lhasa, la capitale del Tibet. È un’ immagine emblematica per il fuoco selettivo: ovvero l’autore sceglie quale parte dell’immagine mettere a fuoco. Ha fotografato la strada principale di Lhasa. Di solito quando noi osserviamo una fotografia tutta la parte dell’immagine è a fuoco, invece in questo caso solamente alcune parti che spesso non sono neanche le più significative, ad esempio in primo piano i cavi elettrici e alcune persone nel centro della scena. È sicuramente una importante peculiarità di Olivo Barbieri indicare dove guardare, da quale parte dell’insieme comincia la sua narrazione. È un complesso meccanismo che ha a che fare con l’esperienza della camera ottica attraverso delle inclinazioni con la macchina fotografica che si riconduce a quanto faceva Leonardo Da Vinci con gli esperimenti della camera obscura. Così come sono complesse anche le citazioni sottese, in questo caso il rimando a Il bambino di Scanno di Mario Giacomelli che avanza in un mondo quasi sfumato.” Barbieri è riuscito a moltiplicare un’icona della fotografia italiana e farla diventare parte di un progetto con un colore abbastanza inedito dovuto proprio alla tecnica del fuoco selettivo.
C’è una immagine che mi sorprende e non mi fa capire quanto sia realtà e quanto sia finzione: quella di Harbin in Cina nel 2010. È un montaggio o è veramente così quel luogo?

“È così, mi dice sempre Benigni ma è stato tutto ricostruito, è una realtà ricostruita e dentro a questa immagine ci sono tutti gli espedienti di cui fa uso Barbieri: la ripresa dall’alto con gli elicotteri, il focus selettivo e il rapporto del ribaltamento tra positivo e negativo. È una immagine composta da 50/70 scatti che l’autore è andato a riposizionare. È una immagine molto importante”.
Ma non tutte le immagini sono ricostruite come ad esempio quella di Tianmen Mountain, Zhangjiajie, Hunan. In mostra avevo solamente l’immagine di Barbieri e mi sono posta tante domande. Che cosa è questa fotografia: un lago, una pietra, il disegno di un gelato, un inquietante oggetto in mezzo a un lago, un mare, uno schizzo dipinto a rappresentare una clava? Bene sono andata a cercare l’immagine nella realtà e ho scoperto – da vera ignorante in geografia, come credo molti come me – che è un buco. Ebbene sì un buco! nella montagna di Tianmen, una montagna situata all’interno del parco nazionale di Tianmen Zhangjiajie nella parte nord-occidentale della provincia di Cina dell’Hunan.

In questo caso cosa ha fatto Olivo Barbieri? Ha forse voluto giocare con l’ambiguità di una immediata interpretazione?
“Il buco era bianco e ha lasciato il negativo. Ha lasciato sostanzialmente la parte negativa che risulta nera”. Scoperto il mistero di una immagine che un po’ mi inquieta, cerco anche di mettere a fuoco il pensiero del curatore che ha iniziato con la prima mostra di Barbieri cinque anni fa riferita al periodo in cui Barbieri frequentava Luigi Ghirri con Viaggio in Italia e poi lentamente è andato avanti. Benigni è stato affascinato da Barbieri per questa idea di sperimentazione nel senso etimologico del termine, cioè percorrere sia fisicamente i luoghi ma allo stesso tempo percorrere le modalità con cui noi osserviamo e rappresentiamo quei luoghi. ‘’È l’autore più contemporaneo che abbiamo in Italia e ha una forte influenza sulle nuove generazioni.”
Un’altra immagine mi ha stupito e fa sempre parte della montagna di Zhangjiajie, Hunan China dal titolo: Bailong Elevator, Wulingyuan District dl 2018. Il mito che abbiamo noi della montagna è fisico e spirituale: una conquista. In Cina hanno risolto il problema consentendo a tutti di raggiungere alte vedute facendo una operazione eccentrica e ambivalente con uno strumento tecnologico …. costruendo degli ascensori. Anche noi come dice Barbieri pensiamo di avere centri storici, musei ma sono ahimè diventati parchi tematici. Esattamente come la montagna in Cina è diventata un grande parco tematico.

Torniamo a Olivo Barbieri. Il rapporto con la Cina ha influenzato il suo lavoro, la sua visione?
“Il mio lavoro come anticipato si divide in blocchi il racconto della città contemporanea attraverso l’illuminazione artificiale sviluppandosi in un confronto tra oriente e occidente. Ci sono notevoli differenze: noi eravamo abituati alla vie lumiere e poi scopriamo, nel confronto, che era molto più lumiere e anche più colorata. Ma la Cina nel trentennio in cui sono stato ha trasformato e trasformerà la nostra idea di vivere insieme su questo pianeta. Così come mi ha consentito di produrre nuovi pensieri, nuovi sguardi.
Mi ha colpito molto una sua osservazione in cui dichiara che se Robert Franck ha indagato l’America lei, quasi in maniera controcorrente, andava alla ricerca della Cina. Perché?
Io all’inizio mi ero reso conto, ammirando proprio i fotografi americani, che sarebbe stato assurdo andare a fotografare gli Stati Uniti. Mi sono reso conto che se si voleva fare un progetto importante come The Americans di Robert Franck andare in Oriente era la scelta giusta. Soprattutto iniziando con un tipo di rappresentazione che non fosse quella classica del reportage in bianco e nero servendosi proprio di uno strumento come il banco ottico a colori che permetteva una importante resa in un paese in cui quel tipo di tecnica non era mai stata usata. All’inizio però è stata una grande delusione perché quando mostravo i miei progetti e tutti mi dicevano che questa non era la Cina dove i poveri vanno in bicicletta con la tuta blu.
Lei ha citato – durante la sua presentazione – la lettura delle immagini e il senso delle parole.
Ho sempre creduto che le immagini siano traditrici perché liberamente interpretabili ma in realtà questa qualità ricchissima di interpretazione l’hanno le parole. Io ho sempre però creduto molto nelle immagini anche se da ragazzo gli insegnanti mi dicevano che ero bravo nella scrittura. L’idea però di scrivere per poche persone, per i limiti editoriali in Italia, mi ha sempre scoraggiato. Ho ritenuto che le immagini possono essere lette, interpretate, percepite da un olandese, islandese o africano con maggiore facilità. Anche se non è propriamente vero perché ogni cultura, ogni epoca interpreta, legge le immagini con una sensibilità completamente diversa. Anche questo però è già superato: la fotografia è stata l’arte più importante del secolo scorso, e anche se non lo è più, servirà come piattaforma di ragionamento e di pensiero. Noi abbiamo tra l’altro immagini dell’aldilà da uno scrittore come Dante e le abbiamo forgiate dal suo pensiero e dalla sua immaginazione. Le immagini aiuteranno a traghettarci per capire meglio quale sarà il futuro dell’innovazione. In questa mostra “Spazi altri” è il titolo di un libro di Foucault in cui prende in esame tutta una serie di luoghi, quelli delle eterotopie, per indicare quegli spazi che hanno la particolare caratteristica di essere connessi ad altri spazi, ma in modo tale da sospendere o invertire l’insieme dei rapporti che essi riflettono o rispecchiano da un punto di vista della fisicità e dell’interpretazione che noi potremmo dare. Ho scelto questo titolo perché questi trent’anni in Cina sono stati trent’ anni di stupore: mi sono trovato in situazioni completamente inedite rispetto all’Occidente.


E per diffondere la cultura sul linguaggio della fotografia? Lo sa che gli studenti non conoscono nessun nome famoso di fotografo neanche quello di Cartier Bresson?
Ma nemmeno gli storici dell’arte! Germano Celant trent’ anni fa e Achille Bonito Oliva che ha scritto per me alcuni testi. Trent’anni fa mi dicevano che non conoscevano la fotografia ma stimavano il mio lavoro. E trent’anni dopo mi riportavano la stessa cosa: non è necessario per essere una persona colta conoscere la storia dell’immagine meccanica. Mentre Laszlo Moholy-Nagy diceva: “Non colui che ignora l’alfabeto, bensì colui che ignora la fotografia sarà l’analfabeta del futuro”. E anche nel presente colui che non è in grado di leggere le immagini. È un problema della scuola.
E quali sono per lei i più significativi maestri della fotografia italiana?
Giuseppe Cavalli, Luigi Ghirri, Mario Giacomelli, Ugo Mulas, Franco Vimercati, Guido Guidi.
E naturalmente lei caro Olivo Barbieri! stupisce per l’invito continuo che fa con il suo instancabile pensiero a guardare immagini per scoprire mondi, fantasie, illuminazioni anche là dove sembra non esserci più luce, anche là dove girato l’angolo il buco nero inghiotte le anime di Dante. Il cambiamento avanza e più che mai oggi a Shouhang in Cina – nella centrale solare termodinamica con sali fusi, dotata di 12.000 eliostati, ognuno fatto di più specchi che seguono il percorso del sole – si racchiudono gli elementi che caratterizzano la contemporaneità delle immagini di Olivo Barbieri: la luce, l’energia, il colore. Nuove immagini? Chissà! verso una spinta a pensare a guardare e a sorridere come solamente gli emiliani sanno fare.
Biografia Olivo Barbieri (Carpi – Modena, 1954) studia Pedagogia e II DAMS a Bologna, iniziando nel 1971 a sviluppare il suo interesse per la fotografia. Tra le sue prime serie c’è Flippers (1977-1978), esposta alla Galleria Civica di Modena. Nel 1984 partecipa a Viaggio in Italia, mostra seminale per la fotografia italiana. Negli anni ’80 inizia la serie sull’illuminazione artificiale nelle città europee e orientali, pubblicando Notte (1991) e Illuminazioni artificiali (1995). Dal 1989 viaggia costantemente in Cina, sviluppando una ricerca – ancora in corso – sui temi dei grandi cambiamenti in atto e sulla loro rappresentazione pubblicando lavori come Appunti di viaggio in Cina (1989) e Paesaggi in miniatura (1991). Nel 1996 il Folkwang Museum di Essen gli dedica la prima retrospettiva. A metà anni ’90 sperimenta una tecnica fotografica che gli permette di mantenere a fuoco solo alcuni punti dell’immagine, pubblicando Virtual Truths (2001). Nel 2003 avvia il progetto site specific_, studio sulla forma di cinquanta città e metropoli contemporanee, e nel 2013 Aperture pubblica site specific_03-13. Realizza diverse serie fotografiche e filmiche (2003–2017), tra cui Parks (2006-2015) Real Words (2008–2013), Images (1978–2007), Virtual Truths (1996–2002) e Artificial Illuminations (1980-2014), riflettendo sulla percezione della realtà. Con Davide Quadrio realizza site specific_SHANGHAI 04, fotografie e film. Nel 2006 partecipa alla Biennale di Siviglia con il film SEVILLA –› (∞) 06. Nel 2010 realizza il Dolomites Project per il MART di Trento e Rovereto. Nel 2015 espone ERSATZ LIGHT case study #1 east west al Festival della Fotografia Europea di Reggio Emilia, e il MAXXI di Roma in una sua retrospettiva espone Images 1998 – 2014 e il film La Città Perfetta. Due film della serie site specific_ (site specific_LAS VEGAS 05 e SEVILLA –› (∞) 06) sono nella collezione del MoMA di New York. Le sue opere fanno parte di musei e collezioni in Europa, Cina e Stati Uniti.
La mostra “Olivo Barbieri. Spazi Altri” presso Gallerie d’Italia a Torino rimarrà aperta fino al 7 settembre 2025.

