In mostra a Brescia l’universo visivo di Gabriele Micalizzi: le persone al centro della Storia

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Fotografia /

Ne è passato di tempo dagli orrori della guerra ritratti da Goya o dai dipinti delle eroiche battaglie ottocentesche. L’epoca in cui l’arte storicizzava o glorificava la guerra e i suoi protagonisti è finita, il pubblico è interessato alla realtà. Tutto è cominciato con la prima guerra documentata dai giornali e dalla televisione: la guerra in Vietnam. Da quel momento la guerra è entrata per la prima volta nelle case degli occidentali e non vi è più uscita.

Oggi i fotoreporter non sono solo giornalisti, ma anche artisti e le loro opere fotografie d’arte esposte in musei e gallerie. È in quest’ottica che il Museo di Santa Giulia a Brescia propone la mostra Legacy. Materia-Storia-Identità (visibile fino al 1° settembre 2024), terzo appuntamento del VII Photo Festival bresciano, dedicato quest’anno al tema “Testimoni”. L’esposizione propone un viaggio nell’universo visivo di Gabriele Micalizzi, il fotoreporter di origini milanesi, tra i fondatori del collettivo indipendente Cesura. Micalizzi ha iniziato a occuparsi di fotografia di guerra nel 2009 con un primo servizio in Afghanistan, per poi documentare gli scontri durante le Primavere Arabe in Tunisia ed Egitto, fino ai combattimenti per la liberazione del territorio libico e del Nord Africa dalle forze dello Stato Islamico. Durante le offensive curde a Baguz, l’ultimo bastione dell’ISIS, venne colpito da un RPG (lanciagranate anticarro) con la possibilità che la vista rimanesse seriamente compromessa, ma si salvò grazie alla sua Leica. 

Molti anche i reportage di Micalizzi dal territorio italiano: si è occupato della criminalità milanese, incistata proprio nel cuore della sua città e, con i suoi scatti, è stato anche testimone degli effetti della pandemia di COVID-19 nel nord Italia. Gli ultimi reportage hanno documentato la guerra in Donbass, soprattutto per conto di testate straniere; mentre più di recente si è occupato della situazione in Medio Oriente nei luoghi degli attacchi terroristici.

Brescia propone il percorso del fotoreporter in 50 fotografie, in tecniche miste, alcune delle quali inedite, come quelle della persecuzione dei cristiani da parte dell’ISIS o le immagini raccolte in Iraq durante il viaggio pastorale di papa Francesco. Accanto a essi, i video dei suoi reportage più rilevanti dai vari teatri di guerra. 

Le opere di Micalizzi esibiscono alcuni dei momenti più significativi della storia contemporanea, ponendo al centro le persone, vere testimoni del tempo, ma non trascurano nemmeno i paesaggi urbani, o quel che ne resta, i quali, sebbene non fatti di carne, risultano eloquenti quanto le vittime di guerra. Attraverso l’uso del bianco e nero il fotografo accentua il ricordo del passato, il tempo che sta finendo, mentre con il colore rafforza la presenza, la crudezza dei fatti tanto da farli apparire surreali. 

© Gabriele Micalizzi

«Stiamo vivendo una rivoluzione industriale digitale, siamo in mezzo a uno spaccato della Storia e la Storia è l’argomento principale della mia visione», dice il fotografo che, con il suo lavoro, ha sviluppato una riflessione sull’immanenza della fotografia nell’epoca del digitale e dell’intelligenza generativa. Le immagini di guerra popolano il nostro quotidiano, ne siamo completamente assuefatti. Come scriveva già nel 2003 Susan Sontag – una delle voci più autorevoli tra gli intellettuali del Novecento –, la continua esposizione a violenza e sofferenza ha provocato una “pornografia del dolore”: ovvero una spettacolarizzazione da parte dei media di questo genere di immagini, che fanno leva su quello strano interesse umano per la crudeltà. Eppure, la comprensione della guerra per chi non ne ha diretta esperienza, avviene soprattutto attraverso la visione delle immagini che ne sono testimoni dirette: non avremmo mai conosciuto lo scandalo di Abu Grabe se quelle atrocità non fossero state fotografate, o non avremmo un’idea così definita dei campi di concentramento se non ci fossero stati gli scatti di Bergen-Belsen, Buchenwald o Dachau all’indomani dalla liberazione dei campi. «Un evento diventa reale – agli occhi di chi è altrove e lo segue in quanto “notizia” – perché viene fotografato», afferma Sontag. Ma, d’altra parte, le fotografie di guerra finiscono per diventare una sorta di retorica, perché «reiterano. Semplificano. Scuotono. Creano l’illusione del consenso». 

L’immagine è uno “shock” e l’immagine è un “cliché”, due facce della stessa medaglia che fanno leva sulla paura di chi le guarda. Esorcizzarle o ingabbiarle?