
Da pochi giorni si è aperta a CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino la mostra fotografica Henri Cartier-Bresson e l’Italia fino al 6 aprile di quest’anno. La mostra su Henri Cartier-Bresson, l’occhio del secolo, propone un racconto dedicato al legame tra il fotografo francese e l’Italia, uno dei Paesi da lui più frequentati e amati.


Nel 1932 Henri Cartier-Bresson compie il suo primo viaggio in Italia insieme all’amico scrittore André Pieyre de Mandiargues e alla pittrice Leonor Fini : le fotografie in acqua fanno parte di una serie tra le più sensuali della sua intera produzione. Ha abbandonato da poco l’idea di diventare pittore, ha realizzato alcune fotografie durante un lungo soggiorno in Africa e ha appena comprato una Leica che diventerà la sua inseparabile compagna per oltre quarant’anni. In questo viaggio di piacere, che tocca diverse località, da Trieste a Livorno, da Siena a Salerno, Cartier-Bresson realizza alcuni dei suoi capolavori, unendo la vena surrealista – che ha conosciuto e coltivato nella frequentazione del circolo bretoniano a Parigi – alla sua straordinaria capacità compositiva, che gli permette di realizzare immagini in perfetto equilibrio tra istantaneità e sospensione temporale.
Una golosa occasione per parlare con Clément Chéroux ,direttore della Fondazione Henri Cartier Bresson, curatore della mostra insieme a Walter Guadagnini.
INTERVISTA A CLÉMENT CHÉROUX
Perché l’Italia è stata così importante per Cartier Bresson?
In Italia come in Spagna e in altre città del Mediterraneo c’è una vita fuori dalle case contrariamente ai paesi nordici, dove Bresson si è recato, ma dove ha fatto meno fotografie. Lui ha sempre amato ritrarre momenti particolari della vita di strada. Riprendere la vita di Cartier Bresson in Italia è un’operazione inedita, mai stata fatta prima grazie a Walter Guadagnini. Un’occasione fondamentale per tirare fuori immagini anche inedite.


Perché, secondo lei, Henri Cartier Bresson è diventato il “re della fotografia” nel mondo?
É qualcosa che si spiega molto bene grazie ad una concatenazione di riconoscimenti tra la mostra del 1947 al MOMA – il primo fotografo francese ed europeo ad aver avuto una mostra al MOMA – e poi la pubblicazione nel 1952 di un libro che sarebbe diventato un testo di riferimento, “Image à la sauvette”, seguito da una mostra al Louvre nel 1955. C’è stata quindi una significativa sequenza di eventi nell’arco di dieci anni, tra il 1947 e la metà degli anni Cinquanta seguiti anche da una mostra a Londra, a Firenze, che arrivò fino in Giappone. All’epoca non c’era nessun fotografo, nemmeno negli Stati Uniti, che avesse un tale riconoscimento. In realtà Cartier Bresson, come fotografo, ha rappresentato il riconoscimento della fotografia come arte. Egli ha incarnato quel momento della storia della fotografia del XX secolo in cui la fotografia è diventata un’arte. Questo spiega perché è stata così importante nel XX secolo e continua a esserlo nel XXIesimo.
Secondo lei l’interesse e l’amore che Cartier Bresson nutriva per l’Italia ha contribuito a modificare il suo sguardo da fotografo?
Io penso che Bresson fosse qualcuno che amava molto la vita, era immerso nella vita. Non era un artista concettuale, era qualcuno che amava davvero la vita …. in alcune interviste si percepisce che la vita e l’energia debordano da lui e penso che questo l’abbia provato in Italia per il modo in cui le cose passano per strada. Ancora oggi io, come francese, posso dire che quando vengo in Italia sento la vitalità ovunque nelle strade. Cartier Bresson era molto sensibile a questo e ha cercato di catturare questa vita attraverso le sue magnifiche immagini. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta Cartier-Bresson lavora a numerosi servizi sulle città di Roma, Napoli e Venezia, nei quali si può apprezzare da un lato la sua capacità di interpretare la vita quotidiana delle città e dei loro abitanti, dall’altro la sua abilità di ritrattista anche degli intellettuali del tempo, tra cui Pier Paolo Pasolini, Roberto Rossellini e Giorgio de Chirico.



Per Martine Franck come per Bresson il viaggio, occupa un posto importante nella carriera dei due fotografi. Spesso si accompagnano nei loro viaggi, a volte fotografando lo stesso soggetto. Alcune immagini la Fondazione Henri Cartier Bresson in questo ultimo periodo, come piccole “capsules” su un social network. Hanno fatto viaggi insieme in Italia?
È vero che Martine Franck incontra Cartier Bresson nel 1966 e si sposano nel 1970. Non saprei per l’Italia ma è vero che hanno viaggiato molto insieme e hanno condiviso alcune scene che entrambi hanno fotografato. Come Fondazione volevamo assolutamente mostrare queste immagini una accanto all’altra perché a volte quelle di Cartier Bresson sono migliori di quelle di Martine Franck ma è anche vero che a volte quelle di Martine Franck sono molto migliori di quelle di Cartier Bresson. Lo stesso Cartier Bresson lo ha riconosciuto su un’immagine scattata in Inghilterra: “Quella di Martine è davvero migliore”. Quindi l’idea, così come la Fondazione presenta queste opere, è che di fronte allo stesso soggetto due fotografi agiscono in modo molto diverso e interpretano ciò che vedono in modo diverso.

Una mostra che racconta in parte la storia dell’evoluzione stilistica di Cartier Bresson e in parte quella di un pezzo di Storia della nostra Italia. Alcune iconiche immagini rimandano alla sua celebre frase “Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in una frazione di secondo un evento e il rigoroso assetto delle forme percepite con lo sguardo che esprimono e significano tale evento. È porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore. È un modo di vivere”. Un insegnamento soprattutto per i giovani che non sanno chi è Cartier Bresson e che quasi nulla conoscono della storia della fotografia. Storia che aiuta a sviluppare una forma mentis critica se si mettono a confronto maestri e pensieri di un linguaggio che continua, fortunatamente, a modificarsi. Ugo Mulas, ad esempio, un altro maestro della fotografia replica al pensiero e al metodo bressoniano «non riuscivo ad accettare l’idea di tutta una vita passata alla macchina in attesa di questo raro evento …. Io rifiuto questa idea o teoria dell’attimo fuggitivo, perché penso che tutti gli attimi siano fuggitivi e in un certo senso uno valga l’altro, anzi, il momento meno significativo forse è proprio quello eccezionale……ciò che veramente importa non è tanto l’attimo privilegiato, quanto individuare una propria realtà….». Un invito, confrontando linguaggi e immagini diverse, a cercare quella realtà che aiuta a sviluppare la nostra sensibilità verso il senso umano della vita.
BIOGRAFIA
Henri Cartier-Bresson (Chanteloup-en-Brie, 1908 – Montjustin, 2004). Abbandona il liceo per dedicarsi alla pittura, per la quale nutre una grande passione, ma il vero colpo di fulmine avviene con una Leica nel 1932, anno in cui viaggia per la prima volta in Italia e comincia la sua attività di fotografo. Ottiene da subito un riscontro positivo e già nel 1933 le sue fotografie sono esposte, per la prima volta, alla Julien Levy Gallery di New York. Negli anni Trenta intraprende una serie di viaggi in Europa, Messico e Stati Uniti, dove entra in contatto con esponenti di rilievo della fotografia americana. Parallelamente nutre la passione per il cinema che lo porta a lavorare come assistente di Jean Renoir. Viene catturato dai nazisti nel 1940, ma riesce a evadere nel 1943, unendosi alla Resistenza francese fino alla liberazione. Nel 1945 fotografa la liberazione di Parigi con un gruppo di giornalisti professionisti e realizza il documentario Le Retour (Il ritorno), sul ritorno in patria dei prigionieri di guerra. Nel 1947 è co-fondatore dell’agenzia fotografica Magnum, insieme a Robert Capa, George Rodger, David “Chim” Seymour e William Vandivert. Dopo tre anni in Estremo Oriente, tra il 1951 e il 1952, Cartier-Bresson torna in Italia per un viaggio che lo porta a esplorare in particolare Roma, l’Abruzzo e la Basilicata, visitando le terre rese celebri dal romanzo “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi, che fotografa personalmente a Roma. Nel 1952, pubblica il suo primo libro Images à la sauvette (noto in Italia come “Il momento decisivo”) e tiene la sua prima mostra italiana alla Strozzina di Firenze. Nel 1953, durante un viaggio per il magazine Holiday, visita nuovamente Roma e altre città italiane, tra cui Venezia e Firenze. Nel 1956, la grande retrospettiva delle sue opere, esposta inizialmente a Parigi, arriva in Italia con tappe a Milano, al Palazzo della Società delle Belle Arti, e a Bologna, presso il Circolo della Provincia. Due anni dopo, nel 1958, si trova a Roma per documentare l’elezione di Papa Giovanni XXIII. L’anno seguente, nel 1959, realizza una serie di scatti nella capitale italiana, concentrandosi anche sulle periferie urbane e immortalando personaggi culturali come Pier Paolo Pasolini. Nel 1960 lavora a Napoli, documentando l’attività nella fabbrica Olivetti di Pozzuoli, mentre nel 1962 si reca in Sardegna per un servizio fotografico commissionato da Vogue. Tra il 1971 e il 1972, Cartier-Bresson torna a fotografare il sud Italia, questa volta soffermandosi su Napoli, Palermo e Venezia. L’anno successivo, nel 1973, a vent’anni di distanza dal suo primo viaggio in Basilicata, vi fa ritorno per documentare i cambiamenti della regione. Nel 1974 lascia la Magnum, donando all’agenzia la gestione del suo prezioso archivio. Da quel momento, si allontana dalla fotografia professionale per dedicarsi al disegno. Nel 2000, insieme alla moglie e alla figlia, fonda la Fondation Henri Cartier-Bresson. Ha ricevuto un numero straordinario di premi e riconoscimenti, oltre a una laurea honoris causa. Muore il 3 agosto 2004 nella sua casa in Provenza, poche settimane prima di compiere novantasei anni.

