Quando la potenza dell’arte si sprigiona dalle opere con tale forza simbolica viene da chiedersi cosa ha spinto l’autore a realizzarle. È questa domanda che mi ha suggerito la visita alla mostra di 153 Peter Belyi. The Silences of the Apocalypse che è stata, tra l’altro, prorogata fino alla fine di maggio alla Galleria San Fedele di Milano.
Peter Belyi, artista russo di rilievo internazionale, vive e lavora a San Pietroburgo, vincitore di numerosi premi tra cui l’Innovation Prize nel 2014, per la mostra Signal, e il Sergey Kuryokhin Award nel 2010 per il miglior progetto di arte visiva. Le opere esposte alla Galleria-Museo San Fedele – tutte site specific – impongono attenzione alla materia, alla forma e al significato. Mi rivolgo a tutti coloro che non hanno confidenza con l’arte contemporanea che non sono specialisti d’arte. Mi rivolgo a tutti coloro che cercano di trovare delle espressioni, dei simboli per esprimere il significato di un mondo che sta andando verso la distruzione e per trovare linguaggi in grado di rappresentarne la vertigine dello sconforto, della sofferenza. Il linguaggio di Belyi mi ha convinto poichè ho ritrovato nelle sue opere ciò che generalmente vedo nelle immagini fotografiche di reporter che riprendono gli effetti della guerra, delle dittature, sulle persone sulle cose nell’aria negli spazi. Bene, Belyi allontana dal visivo reale e porta su una dimensione astratta ma assolutamente percepibile, inquietante.
Le bandiere della Pace che piangono sbiadite dai loro colori originali – quelle che si vedono sbandierate nei cortei, sulle piazze – sono più credibili di tante fotografie di bambini mutilati, di donne piangenti, di bare, fosse, case distrutte. Non a caso il titolo dell’opera è “Lament” descritta come un’imponente fontana funebre, una scultura del lutto. La bandiera solennemente abbassata è vicina alla plasticità del corpo in lutto, a una postura lamentosa delle membra — spalle e testa avvolte, velate. Un lamento sgorga dalla figura incurvata. Ogni 15 minuti si aziona il congegno che fa piangere le bandiere. Il lamento di chi cerca la Pace di chi si ostina, nonostante tutto ciò che accade, a cercare nel lamento l’alternativa al lamento. Quanto sarebbe straordinario se Belyi un giorno producesse l’opera al contrario accostandola a questa: da una vasca colorata le bandiere riprendono lentamente i colori della Pace. Queste bandiere sprigionano un messaggio così forte che producono l’invito a trovare soluzioni per cancellare tristezza dolore sofferenza.
“Silence”, non poteva chiamarsi diversamente, è la prima grande scultura che accoglie appena si entra in mostra, è realizzata con legni spezzati che si trasformano in una grande stella “esplosiva”. Girando intorno è necessario fare attenzione alle lunghe schegge ruvide, di un legno grezzo non lavorato, chiaro. Un albero esploso, una stella scoppiata, un falegname che raccoglie i pezzi avanzati dopo un’esplosione? Qualche ombra sul pavimento o sul muro alcune volte forma una croce. È credo casuale così come è casuale morire per una esplosione. Non a caso il titolo della mostra è “I Silenzi dell’Apocalisse”.
Avanzando nella mostra appare l’installazione Dialect, collocata nella cripta della chiesa di San Fedele. Essa ricorda un libro in cui il testo sembra composto da una scrittura misteriosa, una lingua arcaica dimenticata. La straordinarietà della scrittura nasce dal fatto che è realizzata con chiodi raccolti dall’artista, alcuni estratti da assi nelle baracche del gulag di Perm, altri trovati in un palazzo abbandonato di San Pietroburgo. Non è un caso che abbia raccolto i chiodi nel gulag di Perm – nella Russia centrale – uno dei più noti campi di prigionia sovietici, attivo dal 1946 fino al 1989, celebre per aver ospitato dissidenti politici. I chiodi sono il simbolo di repressione, di tortura, di violenza. I chiodi recuperati sono piegati, arcuati, grossi, di ferro – ripuliti certamente – che sembrano formare delle lettere. Anche quelli di Cristo sono chiodi battuti dentro le carni vive di un corpo umano. Cosa si legge dunque in Dialect? Ciò che noi riusciamo a leggere con la nostra sensibilità. L’artista non spiega, non mette didascalie, lascia alla materia la capacità di trasferire il silenzio delle parole caricandole di sgomento. Questi chiodi forse una citazione a Gûnther Uecker, all’ artista che aveva iniziato a utilizzare sempre più spesso i chiodi come mezzo di espressione artistica?
Altre opere disegnano gli spazi espositivi come Pause, una lama di sega appesa a un sottile filo metallico che sparge vernice tutto intorno. Una lama con un grande diametro come le tante che segano alberi, reti metalliche, cancelli. La lama trasforma l’energia del movimento in un’azione coordinata di incisione e sgombero dei detriti di qualsiasi materia essi vengano procurati. La lama così sospesa ricorda un drone, quello che roteando, come una sega, sparge fumo, nero, nubi di paura.
Return to painting, un riferimento all’arte classica, una nuvola in cemento i cui raggi luminosi sono fili di ferro. Il riferimento all’arte classica si manifesta come una decostruzione di un soggetto religioso universale (un bagliore di cemento). L’icona della presenza invisibile dello Spirito Santo come energia luminosa che procede da Dio: il mistero, la fede. In quest’opera il cemento così duro sembra eliminare qualsiasi mistero e i raggi della fede sembrano essersi induriti per non lasciare più spazio a nessuna trasfigurazione ma solamente ad un’arte grigia: il riflesso di una umanità spenta.
Le sue installazioni sono intrise di reminiscenze dell’epoca sovietica, sottoposta però a una continua revisione critica. A differenza degli artisti d’avanguardia degli anni Venti Peter Belyi guarda non al futuro, ma al passato. La “modellazione memoriale” rilegge la storia, la decostruisce, la osserva da vicino con la consapevolezza delle sue speranze destinate al fallimento e delle sue disillusioni irreversibili. Già l’espressione “modellazione memoriale” è un ossimoro: questa pratica artistica unisce due concetti contrastanti in una combinazione impossibile. Un paradosso! una modellazione rivolta all’indietro. Il modello nell’opera di Peter Belyi si volge al passato e lo rende memoriale. Il modello viene così vissuto in modo nostalgico all’interno della sua proiezione destinata al fallimento. Mantenere Memoria: ecco il capolavoro di Beyli. Con le sue installazioni intense e immersive, Belyi ci invita a confrontarci con un silenzio profondo, che interroga il nostro presente e il senso stesso del nostro essere nel mondo. Una mostra potente e visionaria che risuona come un monito per il nostro tempo.
L’opera Obscure light, bacchette di neon bianche avvolte da gomma nera inserite su pareti totalmente nere. Seppur tragica la Memoria di Belyi, con questi materiali, con questa fisicità, sprona a cercare nuovi modelli per costruire la Pace, per ribaltare la sua installazione e strappare il nero per lasciare esplodere il bianco, la luce.
153 Peter Belyi The Silences of the Apocalypse dal 25 marzo al 30 maggio 2026 Galleria San Fedele: da martedì a sabato, ore 14,00 – 18,00 (chiuso i festivi e dal 4 al 6 aprile compresi)