INSIDEOVER LIVE – Intervista a Alex Martin Astley, il giornalista che ha smascherato la propaganda dell’IDF in Libano

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Il 12 aprile, il colonnello dell’IDF Avichay Adraee ha pubblicato su X un post in cui accusava Hezbollah di utilizzare l’ospedale di Bint Jbeil, nel sud del Libano, per scopi militari, diffondendo fotografie di armi come presunta prova.



A mettere in dubbio questa ricostruzione è stato il giornalista investigativo Alex Martin Astley, che ha deciso di verificare direttamente le affermazioni contattando le Israel Defense Forces attraverso i canali ufficiali riservati alla stampa, inclusa un’unità attiva anche su WhatsApp. Astley, non riconoscendo nei luoghi mostrati i locali dell’ospedale, ha chiesto chiarimenti sulla provenienza delle immagini: la risposta ricevuta è stata che “la foto serve come prova; le armi sono state prese dall’ospedale e fotografate in un posto vicino”, una dichiarazione che di fatto conferma l’assenza di prove fotografiche della presenza di armi all’interno della struttura sanitaria.



Dopo che il giornalista ha reso pubblici questi scambi di messaggi, un secondo portavoce dell’IDF ha rilanciato un video su X taggando Astely e sostenendo nuovamente che il video condiviso era una prova delle armi in ospedale, ma anche in questo caso, come sottolineato da Astley, non vi è stato alcun elemento verificabile che lo dimostrasse e, a distanza di settimane, non esistono ancora prove conclusive a supporto della versione iniziale.



Intervenuto in una diretta su X Live con Raffaele Riccardo Buccolo il 27 aprile, e pubblicata sul canale YouTube di InsideOver, il giornalista ha descritto quello che considera un modello ricorrente degli attacchi di Israele in Libano e a Gaza: prima l’attacco e poi il tentativo di legittimarlo attraverso la guerra informativa. Racconta Alex, “un caso emblematico e simile è quello del giornalista libanese Ali Shaib, ucciso settimane fa, la cui immagine in uniforme di Hezbollah era stata diffusa dalle IDF, circolando per molto. Solo successivamente riconosciuta come ritoccata e non reale. Un caso identico a quello delle armi in ospedale”.

La vicenda si inserisce in un contesto più ampio di operazioni che, come riporta la reporter in Libano Courtney Bonneau, vedono Israele colpire sistematicamente professionisti medici e strutture sanitarie sia durante la guerra sia durante la cosiddetta “tregua”, atti che si configurano come crimini di guerra: dal 2 marzo, secondo le autorità sanitarie libanesi, oltre 100 operatori sanitari sono stati uccisi e più di 120 feriti, mentre circa 136 strutture mediche — tra ospedali, centri sanitari e ambulanze — sono state colpite.

Più di cinque ospedali sono stati evacuati e oltre 50 centri di assistenza primaria hanno chiuso, riducendo drasticamente la capacità di risposta del sistema sanitario. Episodi specifici documentano un’escalation particolarmente grave: il 15 aprile, a Mayfadoun, 4 paramedici sono stati uccisi mentre cercavano di soccorrere i feriti dopo un raid, e nello stesso giorno un centro ambulanze e l’area dell’ospedale governativo di Tebnine sono stati bombardati provocando un vasto incendio; a Nabatieh è stata registrata una “triple tap”, con ambulanze colpite in sequenza all’arrivo, durante il soccorso e poco dopo, causando almeno quattro morti e sei feriti tra i paramedici; il 13 marzo, a Burj Qalaouiyah, un singolo bombardamento ha ucciso 14 operatori sanitari in servizio.

Nel complesso, dal 2023 si stimano oltre 330 attacchi contro strutture sanitarie in Libano e più di 300 operatori sanitari uccisi. Astley ha descritto le condizioni estremamente pericolose in cui operano i giornalisti che documentano gli attacchi di Israele: “Gli ultimi due anni sono stati tra i peggiori mai registrati per i giornalisti. L’anno scorso, secondo il Comitato per la Protezione dei Giornalisti, è stato il peggiore in assoluto, il più letale, con 129 giornalisti uccisi, due terzi dei quali dalle forze israeliane. Purtroppo il Libano non fa eccezione. Qui, almeno 21 giornalisti e operatori dei media sono stati uccisi da ottobre 2023. Ora, è difficile parlare di questo argomento come giornalista straniero perché i giornalisti che ne sono maggiormente colpiti, quasi esclusivamente, salvo poche eccezioni, sono libanesi. Sono i giornalisti libanesi a essere per lo più uccisi e feriti. Sono loro che svolgono il lavoro di reportage più coraggioso, più vicini alla prima linea di chiunque altro osi andare, spesso vivendo nel Sud per lunghi periodi. Sul campo indossiamo sempre i nostri giubbotti stampa, ma temo che stiamo arrivando al punto in cui il giubbotto antiproiettile, che in teoria dovrebbe proteggerci, sta diventando sempre più un bersaglio. Quindi, a prescindere dalle precauzioni che prendiamo quando andiamo nel Sud per documentare la guerra, non ci sentiamo mai completamente al sicuro. E credo che, in definitiva, gli attacchi contro giornalisti e operatori sanitari siano facilitati da un senso di impunità. Ogni volta che un giornalista libanese viene ucciso, per gli israeliani non ci sono quasi mai conseguenze… Lo abbiamo visto a Gaza, e ora lo vediamo in Libano, lo stesso livello di impunità”.