La grande secca del Danubio: la crisi idrica che mette in ginocchio il sistema energetico dell’Europa Orientale

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Negli ultimi mesi il livello idrico del Danubio ha raggiunto i minimi storici.

L’ondata di calore e la prolungata siccità stanno rendendo sempre più evidente la vulnerabilità dei paesi dell’Europa centro-orientale, il cui approvvigionamento energetico dipende dal fiume.

Non si tratta soltanto di un’emergenza ambientale, ma di una vera e propria crisi energetica a catena. Il grande fiume svolge diverse funzioni: dal raffreddamento dei condensatori delle centrali nucleari all’alimentazione degli impianti idroelettrici.

In questo scenario, le ripercussioni subite da Ungheria, Romania e Serbia sono emblematiche.

L’epicentro dell’ emergenza si trova a Paks, dove sorge l’unica centrale nucleare ungherese. Collocata ad una novantina di chilometri a sud di Budapest, la struttura a quattro reattori di fabbricazione sovietica garantisce quasi la metà dell’elettricità prodotta nel Paese e un terzo dell’intero fabbisogno nazionale

Per funzionare in sicurezza, l’impianto necessita di un flusso ininterrotto di circa 100 metri cubi d’acqua al secondo, prelevati direttamente dal Danubio per il raffreddamento dei condensatori

Con il fiume ridotto al lumicino, le bocche di aspirazione sono rimaste a secco. 

Péter Magyar, il neoeletto Presidente ungherese, ha dichiarato che la produzione dell’impianto ha subito un crollo drammatico: dai normali 2.000 megawatt (MW) di potenza nominale, la capacità erogata è scesa prima a 965 MW per poi sprofondare nella notte del 2 agosto fino a 240 MW: poco più del 10% del totale. 

Il punto critico è legato al livello del fiume. A Paks, una quota idrometrica pari a -134 cm impone per protocollo lo spegnimento totale dei reattori, motivo per cui raggiunta quota -144 nei primi giorni di agosto è iniziata la procedura di spegnimento.

Parimenti l’acqua del Danubio è essenziale per il raffreddamento della centrale nucleare di Cernavodă la quale, unica in Romania, garantisce una fetta consistente dell’energia nazionale.

Mutatis mutandis, le autorità romene hanno programmato di far cessare l’attività di uno dei reattori della centrale nucleare. 

Tale misura risulta essere l’inevitabile conseguenza della crisi registrata in seno allo snodo idrico di Izvoarele. In tale snodo il fiume si biforca nel braccio di Bala e nel braccio del “Vecchio Danubio” (Dunărea Veche), quest’ultimo diretto verso la centrale nucleare. 

Recentemente la località di Izvoarele e il relativo impianto idrico sono stati al centro di gravi disservizi nell’erogazione dell’acqua potabile. Le forti precipitazioni hanno causato esondazioni degli affluenti del fiume Teleajen, ostruendo di detriti e fango le infrastrutture di filtraggio e la presa d’acqua.

L’elevata torbidità dell’acqua ha reso impossibile il normale processo di potabilizzazione, lasciando temporaneamente a secco diverse migliaia di residenti nel comune e nei centri abitati limitrofi.

La situazione a Izvoarele si è fatta talmente disperata da richiedere l’intervento della marina militare rumena: con 180 chili di esplosivo subacqueo, i genieri hanno fatto brillare le formazioni rocciose sul letto del fiume per deviare la corrente verso il braccio del “Vecchio Danubio” e garantire l’afflusso d’acqua necessario ai canali di raffreddamento della centrale. Con l’abbassamento del fiume, il livello dell’acqua nei canali di presa rischiava di scendere sotto la soglia minima di sicurezza per il funzionamento dei reattori.

Poco più a sud, in Serbia, anche la centrale idroelettrica di Đerdap 1 (la più grande del Paese) si è vista tagliare la produzione ad appena il 20% della capacità nominale per mancanza di portata.

Le difficoltà nel raffreddamento hanno 

colpito, altresì, i complessi a carbone di Kostolac, spingendo il governo serbo a convocare vertici d’urgenza e a chiedere alla popolazione di moderare l’uso dei condizionatori, mentre le temperature 

estive spingono alle stelle la richiesta di elettricità per il condizionamento.

La secca del Danubio ha portato alla luce un cortocircuito strutturale che minaccia l’intera Europa. È esattamente durante questi picchi che le centrali idroelettriche e nucleari sono costrette a tirare il freno a mano per mancanza d’acqua o per il superamento delle temperature massime consentite per la tutela degli ecosistemi fluviali, una dinamica già osservata lungo il Rodano e la Loira in Francia. 

Senza piogge all’orizzonte e con il termometro stabilmente sopra i 38 °C, i Paesi dell’Europa orientale si trovano oggi costretti a importare energia a caro prezzo dai mercati vicini e a pianificare contingentamenti per le industrie, nel tentativo di proteggere la tenuta delle rispettive reti elettriche.