Con una svolta decisiva, il Parlamento venezuelano ha approvato nella giornata di giovedì 29 gennaio la possibilità per gli operatori privati stranieri di acquisire concessioni nel settore petrolifero del Paese latinoamericano senza dover passare dalla cooperazione con il colosso statale Pdvsa.
La sponda di Rodriguez a Trump
Il nuovo provvedimento, il più impattante tra quelli promossi dalla neo-presidente Delcy Rodriguez, si inserisce nel nuovo rapporto con gli Usa dopo l’operazione del 3 gennaio che ha portato alla cattura dell’ex capo di Stato Nicolas Maduro e mira a ridurre la pressione statunitense sul Paese affacciato sul Mar dei Caraibi.
Nelle settimane scorse il presidente statunitense Donald Trump ha indicato nel petrolio uno degli obiettivi strategici per gli Usa in Venezuela, garanzia assieme alla proiezione strategica di un rafforzamento dell’influenza regionale di Washington, e ha riunito alla Casa Bianca i Ceo delle grandi aziende del petrolio, americane e non (presente anche l’Eni con Claudio Descalzi) per capire come mettere a terra un piano da 100 miliardi di dollari per rafforzare la produzione di un Paese che ha le più grandi riserve provate di greggio al mondo ma ad oggi contribuisce per solo l’1% dell’offerta mondiale, ed estrae oltre i due terzi del petrolio in meno rispetto all’inizio dell’era del governo socialista avviato da Hugo Chavez nel 1999.
Come è crollato il petrolio venezuelano
Le sanzioni statunitensi, la crisi interna di un Venezuela da almeno dieci anni in perenne bilico tra il caos e la condizione di Stato fallito, l’arrocco graduale del regime a sistema estrattivista e cleptocratico hanno contribuito a sfasciare il settore, solo lievemente lasciato respirare nel 2023 quando il governo Usa di Joe Biden allentò alcune delle sanzioni internazionali introdotte nel primo mandato di Trump.
Noi di InsideOver ci mettiamo cuore, esperienza e curiosità per raccontare un mondo complesso e in continua evoluzione. Per farlo al meglio, però, abbiamo bisogno di te: dei tuoi suggerimenti, delle tue idee e del tuo supporto. Unisciti a noi, abbonati oggi!
Caracas necessita di importanti investimenti infrastrutturali e produttivi per ricostituire il capitale fisso ed umano del settore estrattivo e la riforma votata dall’Assemblea Nazionale mira ad attrarre attori stranieri desiderosi di aver voce in capitolo, anche se il Real Institut Elcano spagnolo segnala che “applicando il
corollario di Trump alla Dottrina Monroe elaborata nella Strategia per la Sicurezza Nazionale dello scorso novembre, ciò implicherebbe un controllo esclusivo ed escludente delle risorse naturali venezuelane da parte degli Stati Uniti”, in un contesto in cui l’investimento previsto si prospetta ingente:
Secondo Rystad Energy , sarebbe tecnicamente possibile per il Venezuela raggiungere una produzione di 3 milioni di barili al giorno entro il 2040 con un investimento di oltre 180 miliardi di dollari nei settori petrolifero e del gas del Paese nel suo complesso. Per recuperare il picco di 3,5 milioni di barili al giorno, il settore petrolifero avrebbe bisogno di circa 110 miliardi di dollari di investimenti solo in esplorazione e produzione
Il fermento del Venezuela per la ripresa degli investimenti
In Venezuela gli imprenditori spesso confinati ai margini dal regime socialista aspettano con attenzione. L’Ibc, la lista più importante della Borsa di Caracas, ha accelerato dopo l’operazione contro Maduro. Seppur sceso dopo una fiammata post-cambio di governo, scambia in crescita del 61% da inizio anno scommettendo sull’allentamento delle sanzioni e il ritorno degli investimenti internazionali. Investimenti che, però, saranno soggetti a diversi caveat.
S&P Global ritiene, in modo più ottimistico di Rystad Energy, che già nel 2030 si potrebbero vedere degli scenari positivi per il petrolio venezuelano sottolineando che “si prevede che il miglioramento delle condizioni di superficie consentirà un aumento della produzione di liquidi da 800.000 barili al giorno nel 2025 a circa 1,5 milioni di barili al giorno entro il 2030” con una media di investimenti annui di 3,2 miliardi di dollari, ovvero di 16 complessivi.
S&P Global fa il paragone con l’Iraq post-Saddam Hussein: Baghdad, travolta da sanzioni e isolamento internazionale, alla vigilia dell’invasione americana del 2003 produceva solo 1,4 milioni di barili di petrolio. Oggi la produzione è triplicata a circa 4 milioni di barili. C’è però anche il caso della Libia, dove la produzione è di circa il 40% inferiore al periodo precedente la caduta di Muammar Gheddafi nel 2011. Sono almeno tre i fattori che gli Usa devono prendere in considerazione attivamente per capire se la loro strategia di rilancio del petrolio venezuelano e di inserimento nell’orbita a stelle e strisce avrà successo.
Il fronte degli investimenti in Venezuela resta incerto
Il primo ha a che vedere con la volontà delle major americane di aggiungersi all’unica oggi operante in loco, Chevron. C’è, in particolar modo, da segnalare il fatto che il Ceo della prima multinazionale americana, Darren Woods di Exxon Mobil, è quantomeno freddo sul prosieguo dell’avventura in Venezuela. Woods ha detto alla Cnbc che conferma la condizione di Paese “non investibile” del Venezuela, chiedendo il pronto ritorno alla democrazia.
E se Exxon resta scettica, ci sono compagnie come Eni e Repsol che non muoveranno un dollaro prima di aver visto saldato il debito di Caracas nei loro confronti: 6 miliardi di dollari accumulati dal 2019 a oggi.
In secondo luogo, c’è da sottolineare che la sfida del petrolio venezuelano andrà a drenare investimenti da altri settori. Dall’opposizione Maria Corina Machado dichiara che il Venezuela a pieno regime potrà rendere secondari i Paesi del Golfo nel gioco del petrolio mondiale. Un’esagerazione, perché anche a pieno ritmo la produzione non supererebbe l’attuale extra-capacità del mercato globale di 4 milioni di barili al giorno. Piuttosto, gli Usa possono pensare che a perdere quote di mercato sarebbero i produttori interni di shale oil, che hanno un prezzo di pareggio ben più alto.
Il nodo Guyana
Infine, va notato come il Venezuela debba guardarsi da un concorrente alle porte di casa: la caduta di Maduro allenta le minacce che Caracas esercitava sulla confinante Guyana, autrice nell’ultimo quinquennio di un vero e proprio boom petrolifero a cui hanno contribuito gli investimenti della compagnia più scettica sul ritorno sul delta dell’Orinoco, ovvero proprio Exxon Mobil. Georgetown prevede di portare il suo output a 1,5 milioni di barili al giorno entro fine anno e può essere la vera vincitrice di questa fase di caos. Il grande gioco di un petrolio non è strutturato come un domino, dove una tessera cadendo trascina con sé tutte le altre in meccanismi automatici, ma bensì come una scacchiera fatta di giochi di posizione. E nulla va dato per scontato nel suo sviluppo.