Potrebbe essere un accordo energetico di ampia portata quello annunciato dal presidente Usa Donald Trump e dal capo di Stato ad interim del Venezuela, Delcy Rodriguez, nella giornata del 28 agosto e riguardante lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio del Paese latinoamericano, principale asset strategico di una nazione che secondo molte stime detiene le maggiori riserve provate al mondo. 100 miliardi di dollari di investimenti previsti, 17 giacimenti potenzialmente sviluppabili con una capacità provata di 65 miliardi di barili di petrolio: questi i dettagli che il comunicato ufficiale della presidente ad interim venezuelana subentrata a Nicolas Maduro dopo la cattura ad opera delle forze Usa il 3 gennaio scorso rivela.
L’accordo Usa-Venezuela e la proiezione americana
Il Financial Times ha citato fonti della Casa Bianca sottolineando che Washington potrebbe controllare il 55% dell’output di una joint venture con un partner privato (per ora anonimo) che trasferirebbe sostanzialmente sotto le redini della superpotenza a stelle e strisce una quota significativa del sistema estrattivo dello Stato caraibico. L’Associated Press ha aggiunto informazioni ulteriori ottenute tramite le proprie fonti secondo cui i barili che finiranno nelle scorte a stelle e strisce “saranno destinati alle riserve strategiche petrolifere statunitensi e alle forze armate”. La concessione al nuovo soggetto economico dei giacimenti che saranno sviluppati sarebbe di durata di cento anni.
Energia e potere
Trump ha trionfalmente celebrato l’accordo, collegandolo anche alla volontà di abbattere i prezzi dei carburanti negli States e rivendicando che il controllo delle riserve sarà strategicamente in mano alla Casa Bianca. In tal senso, la ratio strategica dell’accordova analizzata nel quadro della postura operativa degli Usa in America Latina e come parte di una proiezione complessa di Washington nei confronti di partner e avversari. Come ha detto l’analista geopolitico Brahma Chellaney, oggigiorno “l’energia non è solo una commodity ma la fondazione della vita economica moderna”, e a Washington le fonti di approvvigionamento servono, in prospettiva, per molte motivazioni.
Al primo produttore al mondo di petrolio e gas naturale una filiera efficiente e controllata serve per garantire stabilità alla produzione di benzina e altri carburanti e raffreddare le tensioni del mercato; serve per garantire costanza alla generazione di energia e alimentare il grande e estremamente energivoro boom dell’intelligenza artificiale e dei data center; a Washington, inoltre, proiettare il proprio controllo sui giacimenti venezuelani potrebbe servire per fini geostrategici importanti. In primo luogo, per rafforzare la presenza in America Latina, indicata nei documenti di sicurezza nazionale assieme al resto dell’Emisfero Occidentale come zona di pertinenza primaria per la sicurezza nazionale a stelle e strisce; in secondo luogo, per mandare un messaggio agli avversari, dalla Cina alla Russia, circa la volontà di rifiutare ogni tentativo di incunearsi nell’area di riferimento di Washington.
Un messaggio (anche) per l’Opec?
In tal senso, l’operazione-Venezuela da gennaio sta risultando in un crescendo di convergenze politiche tra un Paese a lungo rimasto tra gli avversari irriducibili di Washington nella regione. Rodriguez ha riportato Caracas a dialogare con gli Usa, ha aperto il settore energetico agli investimenti privati, ha ricevuto delegazioni d’alto rango del Congresso e perfino il direttore della Cia John Ratcliffe, da ultimo ha annunciato come potenzialmente dirompente l’accordo sul petrolio. Un passaggio strategico notevole nel dopo-Maduro che ben farà contenti coloro, come il segretario di Stato Marco Rubio, che in seno all’amministrazione Usa peroravano da tempo il contrasto ai regimi socialisti della regione.
In terzo luogo, è da sottolineare il fatto che l’accordo potrebbe sommarsi con un’altra svolta da parte di Caracas. A tal proposito è degno di nota l’elemento posto in essere dall’analista specializzato in questioni energetiche Giacomo Prandelli, che ha segnalato come rilevanti le discussioni riguardanti la possibilità che il Venezuela, membro storico del cartello petrolifero dell’Opec, possa uscire in prospettiva dall’alleanza dei produttori storicamente guidata dall’Arabia Saudita e oggi in dialogo con la Russia e altri attori nel formato Opec+. Un passaggio che rappresenterebbe un segnale politico rilevante nel campo energetico internazionale.
Bloomberg nei giorni precedenti l’affare sottolineava che il dialogo tra funzionari di Washington e Caracas includeva anche la possibilità di un ritiro venezuelano dal gruppo con sede a Vienna e, in tal senso, un passaggio de facto della regia sull’estrazione di parte delle sue riserve di greggio in mani Usa rappresenterebbe un colpo politico non secondario a un’aggregazione già segnata nei mesi scorsi dall’uscita degli Emirati Arabi Uniti.
In tal senso, come dice giustamente Prandelli, il significato principale sarebbe “strutturale, non volumetrico”, dato che pur avendo raggiunto il massimo da sette anni la produzione venezuelana (poco più di 1,2 milioni di barili al giorno secondo quanto comunicato di recente dal governo), è lontana dal picco di 3,4 milioni di barili al giorno raggiunto nel 1998 e il Paese pur potendo contare su oltre 303 miliardi di barili di riserve (il 17% del totale globale), assomma a circa l’1% della produzione globale. Dunque, se lo scenario si concretizzasse per l’Opec il colpo sarebbe soprattutto politico e aprirebbe un dibattito sulla sua capacità di condizionare in profondità i mercati energetici.
L’applicazione concreta richiederà tempo
Tali scenari appaiono complementari tra loro e convergenti con la prospettiva che Washington intenda consolidare la sua proiezione nei mercati energetici e sostanzialmente mirare a fare degli investimenti in territorio venezuelano un fattore di sviluppo della propria industria, mirando inoltre a convincere le autorità di Caracas del Partito Socialista Unito Venezuelano a accettare la convergenza con Washington. E intende convincerle facendo leva sull’effetto che gli investimenti possono creare in termini di capacità produttive, generazione di royalties e ritorno nei mercati internazionali di uno Stato su cui le sanzioni americane hanno profondamente impattato negli ultimi anni, ma che ha anche pagato duramente il prezzo dell’inefficienza amministrativa e del disastro gestionale del settore energetico da parte del regime.
Al contempo, va sottolineato che gli ostacoli da superare per concretizzare gli affari e ottenere i dividendi sperati dall’amministrazione Trump non sono secondari. Programmare una mole tanto consistente di investimenti in conto capitale non sarà facile e richiederà ampia collaborazione da parte del settore energetico e infrastrutturale statunitense, oltre che una decisa volontà di fare del Venezuela una nuova frontiera dell’espansione delle major del petrolio a stelle e strisce. In tal senso, Reuters ha rivelato che un colosso Usa, Chevron, starebbe lavorando per espandere la propria presenza nel Paese latinoamericano proprio mentre prende piede questo deal. Inoltre, andrà accuratamente analizzata la necessità di un crescente fabbisogno di competenze, capacità industriali e di rifornimento per permettere ai nuovi progetti di prendere piede.
Brad W. Setser, Senior Fellow del Council of Foreign Relations a gennaio, dopo il raid contro Maduro, ipotizzava uno scenario di dieci anni per ridare vita al settore energetico della Repubblica Bolivariana e riportare a 3 milioni di barili la produzione di un Paese che al netto di tutto sconterà un sentiero di risanamento oltremodo complesso. Il definitivo rientro del Venezuela nell’orbita statunitense appare strutturalmente completato sul piano politico ma ci vorrà molto tempo per capire gli effetti concreti della partnership ad ampio stretto che, sicuramente, animerà una geopolitica dell’energia sempre più decisiva per gli equilibri sistemici su scala mondiale.
Gli Usa sempre più protagonisti in America Latina
La ricerca di profondità strategica per le riserve Usa, la volontà di costruire un quadro certo per mobilitare gli investimenti delle major americane, la proiezione geopolitica nella regione a scapito dei tradizionali patroni e partner del Venezuela e dell’Opec da parte di Washington, le prospettive concrete di rilancio del settore estrattivo in un Paese che siede su un vero e proprio tesoro naturale: molto è in gioco in Venezuela anche per capire gli scenari futuri dell’America Latina, dove passo dopo passo la presenza statunitense si fa sempre più assertiva. Ma una vera valutazione dell’accordo potrà essere fatta quando si trasmetterà in accordi e iniziative concrete per trasformarlo in capacità estrattiva reale, investimenti e prospettive di sviliuppo ben definite. Roma non è stata costruita in un giorno, un settore estrattivo destabilizzato da anni di mala gestione e sanzioni non potrà essere riedificato velocemente. Resta un valore politico non secondario e un messaggio sempre più chiaro: l’energia è sempre più un fattore di potere e influenza. E gli Usa non intendono lasciarsi sfuggire la capacità di condizionarne le dinamiche su scala globale.
Fonti
- Annuncio dell’accordo da parte di Delcy Rodriguez – https://x.com/delcyrodriguezv/status/2093499301674508497/photo/1
- Analisi di Giacomo Prandelli su possibile uscita del Venezuela dall’Opec – https://x.com/jackprandelli/status/2093359550023799113
- Increasing Venezuela’s Oil Output Will Take Several Years—and Billions of Dollars, Council of Foreign Relations, 8 gennaio 2026 – https://www.cfr.org/articles/increasing-venezuelas-oil-output-will-take-several-years-and-billions-dollars
- Can Venezuela’s Broken Oil Industry Be Rebuilt?, IER (Institute for Energy Research), 8 gennaio 2026 – https://www.instituteforenergyresearch.org/international-issues/trump-wants-to-rebuild-venezuelas-broken-oil-industry/
- The Collapse of the Venezuelan Oil Industry: The Role of Above-Ground Risks Limiting FDI, Baker Institute for Public Policy – https://www.bakerinstitute.org/research/collapse-venezuelan-oil-industry-role-above-ground-risks-limiting-fdi
- Venezuela Weighs OPEC Exit as US Discusses Oil Fields Stake, Bloomberg, 27 agosto 2026 – https://www.bloomberg.com/news/articles/2026-08-27/venezuela-weighs-opec-exit-after-decades-as-it-deepens-us-ties
- Venezuela oil output reaches highest level since 2019, UPI.com, 25 agosto 2026 – https://www.upi.com/Top_News/World-News/2026/08/25/latam-venezuela-oil-higher-production/3741787673775/
- Chevron to complete deal in Venezuela to migrate, expand oil projects, sources say, Reuters, 28 agosto 2026 – https://www.reuters.com/business/energy/chevron-complete-deal-venezuela-migrate-expand-oil-projects-sources-say-2026-08-28/
- Trump says US to take control of 65bn barrels of Venezuelan oil, Financial Times, 29 agosto 2026 – https://www.ft.com/content/2f88581f-4fbc-46a2-8127-830bb630c2f2?syn-25a6b1a6=1
- What we know about Trump’s deal giving US access to vast oil reserves in Venezuela, Associated Press, 30 agosto 2026 – https://apnews.com/article/venezuela-oil-trump-deal-unknown-questions-reserves-c229bc39b6e1a3d5dd16f7f9e67fef3f