L’assalto americano al Venezuela, la cattura di Nicolas Maduro e le pressioni sulla neo-presidente Delcy Rodriguez per concessioni chiare a Washington nel settore energetico possono tagliare la strada a colossi europei come Eni e Repsol, che si trovano di fronte a crescenti crediti accumulati con Caracas e non incassabili, da un lato proprio per le sanzioni Usa al Paese latinoamericano e dall’altro per la concorrenza arrembante delle rientranti aziende a stelle e strisce.
La sfida di Eni e Repsol in Venezuela
Il Cane a sei zampe e l’omologa spagnola, complessivamente, vantano crediti per 6 miliardi di dollari verso Pdvsa, la compagnia energetica statale venezuelana, per attività nel settore del petrolio e del gas naturale. In particolare, Eni e Repsol operano congiuntamente in un impianto gasiero, quello del giacimento offshore Perla-Cardon IV, che garantisce la copertura di un terzo della generazione elettrica del Venezuela ma sono finite incartate nel gioco delle sanzioni americane e dei favoritismi di Donald Trump ai colossi statunitensi. In sostanza, per diversi anni Eni e Repsol hanno potuto lavorare ma non incassare per gli sforzi industriali compiuti nel Paese caraibico.
Dal 2019, nel suo primo mandato, Trump aveva concesso solo a Chevron di operare ricevendo pagamenti in dollari per non incorrere nelle sanzioni secondarie del Dipartimento del Tesoro contro le compagnie che violano gli embarghi a Paesi rivali. Caracas ha rimediato con uno scambio in compensazione: Eni e Repsol venivano pagate con petrolio in cambio delle forniture di gas, mentre da quando Washington ha fatto scadere la concessione a Chevron si sono accumulati i crediti.
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6 miliardi di dollari alla prova delle mosse Usa
I crediti, unitamente al petrolio non versato, assommano a circa 3 miliardi di dollari a testa per i due colossi. Per Repsol, nota il Financial Times, la situazione è particolarmente critica perché il Venezuela “appresentava il suo secondo mercato per volume di produzione dopo gli Stati Uniti, a pari merito con Trinidad e Tobago” e custodisce il 15% delle riserve energetiche del gruppo.
Per Eni parliamo di un non indifferente danno commerciale che potrebbe palesarsi se nel nuovo corso del Venezuela gli Usa avessero un ruolo e condizionassero favorevolmente a Washington la gestione degli asset energetici nazionali, ridimensionando le richieste dei colossi europei.
“Il Cane a sei zampe resta concentrato sul recupero dei crediti relativi alle forniture di gas destinate al mercato domestico venezuelano. Questa voce alla fine dello scorso giugno figurava in bilancio per ben 2,3 miliardi di dollari, con un valore di carico di 900 milioni al netto del fondo di svalutazione” e che nel frattempo è lievitato, scrive Milano Finanza. Non sarà la priorità del nuovo regime con a capo la Rodriguez quella di compensarli, non sarà certamente Eni, esponente di un Paese la cui premier Giorgia Meloni ha sostenuto l’azione Usa del 3 gennaio, a poter godere di favori particolari per nuove attività. E nessuna compagnia europea in futuro avrà la benedizione Usa per una corsia preferenziale per il greggio e il gas oggi estratto da Pdvsa se la transizione voluta da Trump si concretizzasse.
L’energia e la “dottrina Donroe”
La “dottrina Donroe” parla chiaro: l’emisfero occidentale è degli Usa, sul piano geopolitico come quello economico. E dunque la corsa al Venezuela è anche una sfida a qualsiasi ruolo dell’Europa nel settore energetico del Paese. Così come in generale non saranno tollerate ingerenze. Un monito, questo, per riflettere sulle prospettive future del rapporto economico tra Europa e America Latina. Con il Trattato Mercosur in bilico, la ricerca di nuovi mercati può apparire prioritaria ora che anche Caracas, già condizionato negativamente, sembra chiudersi. E le major dell’energia potrebbero essere le prime ad accorgersene.

