Le avvisaglie erano state chiare e altrettanto chiaramente ignorate. E adesso la crisi non solo è conclamata ma si sta pericolosamente allargando, aprendo nuove crepe nel tessuto già slabbrato della’Unione Europea. Ci riferiamo allo scontro tra Ucraina da una parte e Ungheria e Slovacchia dall’altro, con al centro l’oleodotto russo Druzhba (Amicizia), che sia nel tratto Nord sia nel tratto Sud corre in parte sul territorio ucraino. Ungheria e Slovacchia, si sa, sono i signor No dell’Unione Europea, soprattutto per quanto riguarda la futura ammissione dell’Ucraina. Che per parte sua, non ha perso tempo nel cercare la rivincita.
Verso la fine del 2025 Viktor Orban ha ottenuto da Donald Trump un’esenzione dalle sanzioni contro il petrolio russo, pur accettando di acquistare 600 milioni l’anno di GNL americano. Il petrolio russo, ovviamente meno costoso, arriva in Ungheria attraverso l’oleodotto Druzhba di cui sopra. Situazione più o meno analoga in Slovacchia: il Paese guidato da Robert Fico dipende ancora molto dalle forniture di Mosca, tanto che circa tre quarti del gas e del petrolio che consuma arrivano dalla Russia.
Quale sia il parere degli ucraini in proposito è noto: nessun rapporto con la Russia. Se unito, come si diceva, allo scetticismo di Orban e Fico per il futuro europeo di Kiev, il dissenso politico si trasforma facilmente in aperto rancore. Tanto che gli ucraini, che quanto a sabotaggio di gasdotti e oleodotti hanno ormai maturato una tradizione, hanno bombardato il Druzhba almeno tre volte quest’anno: in agosto e settembre 2025 e nel gennaio scorso. L’Ucraina agisce così potendo approfittare dello status di Paese intoccabile agli occhi della Ue, che deve in qualche modo ripagare gli enormi sacrifici, in termini di vite e di strutture, che gli ucraini fanno, come si dice di continuo, “combattendo per noi”. Così l’ultimo bombardamento all’oleodotto è stato attribuito, dalle fonti Ue, a un attacco di droni russi (come si era detto, a suo tempo, per il sabotaggio del Nord Stream) e di fronte alle proteste ungheresi e slovacche le stesse fonti hanno replicato che non c’è da essere in allarme per Ungheria e Slovacchia, considerando invece che questa crisi dimostra “quanto ancora l’Europa dipenda dalle forniture russe” (sic!).
Come si diceva, il ruolo di bastian contrari che Ungheria e Slovacchia si sono assunte nei confronti di Bruxelles (che palesemente ride sotto i baffi) non le aiuta in questa circostanza. Come non aiuta Orban il continuo endorsement degli Usa di Donald Trump, non più amatissimi dagli europei: nella recentissima visita a Budapest, il segretario di Stato Marco Rubio si è profuso in apprezzamenti per il premier magiaro, con frasi come “Il successo di Orban è il nostro successo”, “Stiamo entrando nell’età dell’oro per le relazioni tra i nostri Paesi” e anche “Finché sarai il primo ministro e il leader di questo Paese, è nel nostro interesse nazionale che l’Ungheria abbia successo”, con un’implicita minaccia nei confronti di chi pensasse a sostituire Orban.
La poco o punta voglia di Bruxelles di aiutare Ungheria e Slovacchia non ha però loro impedito di reagire. Il primo provvedimento, preso finché gli ucraini non provvederanno a riparare il Druzhba (o a riavviarlo, perché secondo Fico il guasto è già stato sistemato), è stato di bloccare le riesportazioni verso l’Ucraina di carburanti e diesel, destinati ora solo al mercato interno. Tenendosi per future eventuali polemiche l’arma più potente, ovvero lo stop alle forniture di energia elettrica. Da Ungheria e Slovacchia, infatti, arriva ora quasi il 70% della corrente consumata degli ucraini, che ogni giorno fanno i conti con le distruzioni inflitte dai russi alle loro infrastrutture.
Come sempre avviene, c’è chi fa i conti di quanto potrebbe guadagnare da questa crisi. Ci riferiamo alla Croazia, che non ha mai digerito le posizioni ungheresi in termini di importazione di petrolio. Per lungo tempo JANAF (Jadranski Naftovod, ovvero Oleodotto Adriatico), l’azienda para-statale che si occupa della distribuzione del greggio, ha trattato con l’ungherese MOL (Magyar Olaj- és Gázipari Nyrt, Compagnia ungherese del petrolio e del gas s.r.l.) per aumentare le forniture, scontrandosi con la pesante concorrenza del petrolio russo attraverso il famoso Druzhba. Con l’oleodotto russo sabotato dagli ucraini, le parti ovviamente si invertono e la JANAF fa la voce grossa.
Per completare l’opera, il 12 aprile si vota in Ungheria, con Viktor Orban nei panni dell’inseguitore (stando almeno ai sondaggi, che in ottobre-novembre lo davano in ritardo anche di sette-otto punti) rispetto ai rivali del partito Tisza. Inevitabile che il Governo ungherese accusi Kiev (e non sarebbe la prima volta) di ingerenze nelle sua faccende interne, cercando di mettere l’opposizione alla berlina per intelligenza con il nemico.
Non resta che aspettare l’evoluzione degli eventi. Ma lo strappo, questa volta, pare difficile da rammendare. E se Orban riuscisse a conservare il potere, il veto all’ingresso dell’Ucraina nella Ue, più volte minacciato, diventerà una certezza.
