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L’avanzata della controffensiva ucraina e la ritirata della Russia da molte aree occupate nell’Est del Paese invaso hanno segnato le ultime settimane e portato, anche in Europa, a un crescendo di attenzione sul conflitto ai confini orientali del Vecchio Continente. Da Annalena Baerbockleader dei Verdi tedeschi e ministro degli Esteri con l’elmetto di Berlino, a Giuseppe Conte, ex pacifista ri-folgorato sulla via di Kiev dai successi ucraini, molti leader politici e di governo hanno elogiato le mosse ucraine e rivendicato la necessità del sostegno al Paese invaso. Sostegno che, invero, resta meno ampio di quello fornito da Stati Uniti e Regno Unito sia sul fronte degli armamenti che su quello dell’intelligence ma c’è e potrebbe essere presto sostenuto da ulteriori sanzioni comunitarie.

Come reagirà Mosca? Uno scenario che si può ipotizzare è che di fronte alle difficoltà sul campo e a un possibile stallo accelerato dall’arrivo dell’autunno e dei tradizionali pantani di fango delle pianure sarmatiche la Russia possa muoversi colpendo l’Europa con le sue controsanzioni più attese, ovvero manovre manipolatorie sui mercati dell’energia, gas in primis, volte a far sentire con forza gli effetti della crisi in atto sul Vecchio Continente.

L’embargo al gas come manovra di alleggerimento contro l’avanzata ucraina o dissuasiva contro un rafforzamento del sostegno politico e militare non è da ritenere un semplice caso di studio, ma una plausibile ritorsione che una Russia politicamente messa all’angolo potrebbe provare a giocare per spezzare il fronte occidentale. E, al contempo, compattare quello interno sul fronte politico e retorico, rilanciando la visione di una nazione assediata intenta a difendersi con ogni mezzo.

Da settimane, del resto, la “morsa energetica” della Russia nei confronti dell’Europa si sta via via trasformando in un pressing sempre più serrato. Lo scorso fine settimana, ennesimo climax di un processo iniziato tra aprile e giugno con il taglio al gas a Polonia e Bulgaria e le “sanzioni” a ben dodici nazioni comunitarie, Gazprom ha dichiarato che Nord Stream resterà chiuso, e così il gas russo diretto verso l’Europa via Germania resterà ai livelli attuali di flusso nella pipeline baltica, con consegne quotidiane ridotte del 75% rispetto ai livelli pre-crisi.

“A più di sei mesi dall’invasione russa dell’Ucraina, le importazioni europee di gas russo si sono ridotte del 73% rispetto all’inizio del 2021″, nota l’Ispi, e questo ha portato la Russia a essere sorpassata dalla Norvegia come primo fornitore di oro blu all’Unione. Una riduzione, nota il centro studi di Palazzo Clerici, “che l’Europa è riuscita sinora in buona parte a compensare grazie all’aumento delle importazioni di GNL: da gennaio a fine agosto 2022 le importazioni totali europee sono rimaste pressoché invariate rispetto all’anno scorso (273 miliardi di metri cubi nel 2021 contro i 278 Gmc/a del 2022, addirittura un +1,8%)”. Ma che oggi si deve scontrare col doppio vincolo della necessità di tempi lunghi per la sostituzione con fonti stabili come le esportazioni extra da Algeria e Azerbaijan.

In tal senso la Russia ha promosso una “guerra psicologica” per condizionare il prezzo del gas stringendo più volte le viti delle forniture energetiche e proclamando autonomamente tagli delle consegne così da far alzare il prezzo e mantenere solidi guadagni anche in assenza delle stesse forniture del passato. Un embargo invernale in tal senso rischierebbe di mettere l’Europa a terra e di generare effetti a cascata sull’industria, sul mercato interno e sulla coesione sociale. L’allarme recessione della Germania, i primi casi di chiusure aziendali in Italia, la tempesta dei prezzi nel mercato secondario dell’elettricità sono tutti campanelli d’allarme in visto di un autunno e di un inverno che si preannunciano caldi.

Ma la Russia può avere contraccolpi non secondari da questa mossa. In primo luogo, farebbe saltare completamente i pochi ponti negoziali con l’Europa, aprendo a un territorio inesplorato nei rapporti con l’Occidente. In secondo luogo, questione cruciale, danneggerebbe però la stessa economia di Mosca avviata verso una dura recessione dalle sanzioni occidentali e dalla fuga di capitali e salvata solo, per ora, dalla rendita energetica e dalla parallela strategia di difesa del cambio della Banca Centrale di Elvira Nabiullina. Per mesi i prezzi in volo del gas e del petrolio hanno alimentato i forzieri di Mosca. Ma ora, nota il Financial Times, qualcosa è cambiato: “Il surplus di bilancio della Russia per il 2022 è quasi evaporato dopo che un forte calo delle esportazioni di energia nel mese di agosto ha portato a un deficit mensile di ben 360 miliardi di rubli (5,9 miliardi di dollari). “I ricavi”, prosegue il quotidiano della City, “sembrano destinati a peggiorare dopo la sospensione da parte della Russia di Nord Stream 1”. L’economia russa si è “contratta del 4,3% nel luglio 2022 rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, secondo il ministero dell’economia del paese. Gli analisti di Aton, un broker russo, si aspettano che l’economia si contragga di un ulteriore 5% nel 2023 a causa del calo della produzione di energia”.

Staccare il gas all’Europa sarebbe una mossa non priva di conseguenze economiche e politiche per la stessa Russia, contraddicendo dunque il mantra di un certo mondo mediatico secondo cui solo l’Ue starebbe soffrendo per le sanzioni. In questa fase, comporterebbe a portare le relazioni strategiche con l’Occidente in un territorio inesplorato e a generare instabilità. Se questo sarà l’obiettivo di Mosca, sarà indubbiamente un messaggio preoccupante per le prospettive della pace in Europa. Perturbate, non si sa per quanto tempo, dalla sempre più arrancante invasione dell’Ucraina e dalla susseguente tempesta energetica.

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