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Nord Stream 2 è stato fermato dal regolatore tedesco dell’energia, con l’agenzia federale per le reti, la Bundesnetzagentur che ha rilevato un problema riguardo alla forma giuridica della società battente bandiera svizzera sotto cui il consorizo russo-tedesco è stato costituito. Come ha giustamente ricordato Marco Valle su queste colonne, si tratta dell’ennesima tappa di un romanzo energetico e geopolitico che vede coinvolti, assieme a Mosca e Berlino, anche i partner dell’Alleanza Atlantica. 

Angela Merkel ha convinto Joe Biden a non ostacolare il via libera al completamento dell’ultimo tratto del gasdotto pensato dalla Cancelliera e da Vladimir Putin nel corso dei lunghi anni di relazioni politiche bilaterali. Ma sia in campo euroatlantico che in seno allo Stato, sia palese che profondo, tedesco ci sono forti rimostranze. Nelle stesse ore in cui l’autorità tedesca per l’energia fermava l’approvazione del gasdotto, da Londra Boris Johnson tuonava contro la potenziale minaccia russa all’Ucraina, sottolineando che approvare Nord Stream 2 avrebbe voluto dire di fatto abbandonare Kiev tagliandola fuori dalle rotte energetiche. E non può esser sottovalutata la coincidenza temporale tra la mossa del regolatore e l’esplosione della crisi dei migranti al confine tra Polonia e Bielorussia. Putin maltollera la “guerra ibrida” portata a Varsavia dallo scomodo alleato Lukashenko, la Merkel in uscita dalla Cancelleria, invece, invita alla calma il vicino polacco contro la sua montante russofobia.

La mancata certificazione del gasdotto, inoltre, non ha effetto sul completamento dell’opera, ma sull’avvio delle forniture. E dunque fa improvvisamente evaporare le conseguenze della mossa distensiva di Putin che nelle scorse giornate ha ordinato al colosso energetico Gazprom di riprendere a pompare l’oro blu verso l’Europa.

La mossa risulterà in una crepa per le relazioni russo-tedesche? Questo è l’auspicio dei vertici compagnia energetica statale ucraina Naftogaz, destinati ad essere i grandi perdenti dell’integrazione russo-tedesca, ma anche delle frange più anti-russe della politica statunitense che, criticando la pur tiepida distensione operata da Biden, chiedono sanzioni dirette alle aziende coinvolte nel Nord Stream 2. Ma l’ostacolo burocratico in questione, pur apparendo decisamente spiazzante visto l’incedere della stagione fredda, non sembra destinato a danneggiare in profondità la convergenza strategica russo-tedesca.

La “GeRussia” si è consolidata nel tempo non come alleanza, ma come partnership sistemica. Riscoprendo il dettame di Otto von Bismarck sulla complementarietà dei due sistemi, Merkel e Putin hanno promosso una relazione franca, sistemica, altamente pragmatica. Una relazione rispettosa dei rispettivi interessi e slegata da ogni altra considerazione di carattere strategico, capace di convivere con le sanzioni europee alla Russia così come con le fasi più acute della rivalità tra Mosca e la Nato. Solo negli ultimi anni, al passaggio tra le amministrazioni Trump e Biden, non sono stati pochi gli ostacoli doppiati. Logico supporre che quello che Merkel lascerà al suo successore, con ogni probabilità Olaf Scholzsarà un percorso ben avviato. E nemmeno la presenza nel futuro governo dei ferocemente anti-russi e anti-gas Verdi tedeschi potrà invertire la rotta già scritta verso un’integrazione sistemica tracciata da tempo.

Come sottolinea StartMag, gli ecologisti proveranno a giocare la loro partita facendo leva su nuove partite burocratiche o giudiziarie: in particolare, “in questi giorni il tribunale amministrativo di Greifswald, cittadina sul Mar Baltico vicina al terminale tedesco del gasdotto, esaminerà un ricorso presentato da una combattiva associazione ambientalista, Deutsche Umwelthilfe, contro l’autorità mineraria di Stralsund (Bergamt Stralsund), accusata di aver approvato all’inizio del 2018 la costruzione e l’esercizio del gasdotto dopo aver respinto la richiesta della stessa associazione ambientalista di rivedere l’autorizzazione per motivi di tutela del clima”. Ma a cose fatte, a gasdotto da 9 miliardi di euro completato e a avvio vicino, è difficile aspettarsi cambi di rotta.

In quest’ottica Nord Stream 2 avrà sempre di più un grande sponsor nei presidenti dei Lander tedeschi, gli Stati federali del Paese, che temono ricadute in termini di consenso in caso di crisi energetica. Di recente, ad esempio, in un’intervista a “Funke Mediengruppe” il presidente della Csu e primo ministro della Baviera, Markus Soeder, ha perorato con forza l’entrata in vigore del gasdotto. “Il Nord Stream 2 potrebbe diventare una base affidabile per forniture di gas stabili alla Germania”, ha sottolineato, aggiungendo che “non possiamo semplicemente stare da parte e guardare i prezzi crescere in vista del freddo inverno”. L’urgenza rema nella stessa direzione degli scenari di medio-lungo periodo. E per la Germania e la Russia l’opera diventata un simbolo della volontà di un’integrazione economcia crescente è ormai diventato una asset irrinunciabile: fermarsi già tempo fa avrebbe voluto dire condannarsi a un vergognoso dietrofront, ora sarebbe un suicidio strategico. Non è ancora ora di cantare il de profundis alla GeRussia.