L’amministrazione americana di Joe Biden e la vicepresidente Kamala Harris temono che un attacco di Israele all’Iran generi un effetto-cascata sull’inflazione per le conseguenze di un eventuale raid sugli assetti petroliferi della Repubblica Islamica. Il fatto non è da sottovalutare, perché a due settimane dalle elezioni di martedì 5 novembre anche un minimo smottamento può causare una frana. E la frana in quest’ottica può essere una fiammata dei prezzi dell’energia che crei uno scontento nella cittadinanza americana.
Certo, un effetto diretto sulle tasche degli americani non si verificherebbe immediatamente: ma i report che parlano di un rischio di shock energetico in caso di attacco di Israele non vanno sottovalutati. E del resto dare sostanzialmente semaforo verde a Benjamin Netanyahu per i raid consigliati anche da strateghi del calibro di Edward Luttwak, che ha consigliato a Tel Aviv di ignorare le strutture nucleari dell’Iran per colpire gli impianti petroliferi, aprirebbe una serie di crisi imprevedibili. Sia sul piano politico che su quello geostrategico ed economico. Oltre a creare il controintuitivo effetto di dare un assist politico a Donald Trump, avversario di Harris alle presidenziali, incentivando di fatto una mossa auspicata dall’ex presidente, ovvero contenere con durezza l’Iran, ma pagandone in prima persona le conseguenze.
La testata tedesca Deutsche Welle ha lanciato l’allarme nei giorni scorsi, segnalando l’aumento del 17% dei prezzi del greggio dall’inizio delle tensioni più gravi tra Iran e Israele all’inizio di ottobre: “Se Israele dovesse danneggiare le risorse petrolifere più critiche dell’Iran, potrebbe rimuovere quasi 2 milioni di barili al giorno dal mercato petrolifero globale, portando alcuni trader a speculare su un ritorno ai prezzi del petrolio a tre cifre. Il prezzo del petrolio ha superato per l’ultima volta la soglia dei 100 dollari al barile poco dopo che la Russia ha lanciato la sua invasione su vasta scala dell’Ucraina nel febbraio 2022”, ricorda Dw. La testata riporta l’opinione di chi come Bjarne Schieldrop, analista capo delle materie prime presso la banca svedese SEB, prevede che un attacco di Israele all’Iran possa portare a 200 dollari al barile i prezzi.
Da qui nasce la precipua attenzione del duo Biden-Harris a contenere l’incendio appiccato nelle scorse settimane in Medio Oriente col sostanziale via libera a ogni colpo di testa israeliano che Washington è parsa avallare non frenando l’ambizione bellica di Netanyahu tra Libano e Siria dopo l’avvio dei raid contro Hezbollah e sostenendo la logica della risposta sul territorio iraniano. Salvo poi negoziare con Netanyahu una linea rossa dopo l’altra: dai raid sul nucleare a quelli sul petrolio, per poi scendere alla ricerca di bersagli militari
StartMag riporta che in caso di attacco l’Iran “potrebbe decidere di chiudere lo Stretto di Hormuz – una delle tre strozzature evidenziate sulla mappa. Da lì passa il 20% del petrolio mondiale. Un quarto di questo petrolio va verso il Mediterraneo attraverso Bab el-Mandeb e Suez“. La finestra da qua alle elezioni Usa può dunque esser contraddistinta da una problematica dopo l’altra e se da un lato il boom del petrolio in corso appare destinato a non fermarsi, dall’altro negli Usa questo si mescola con la percezione politica dei problemi del Paese. Tema su cui Trump intende agire puntando soprattutto sul cavallo di battaglia economico, che nei sondaggi lo vede ritenuto più affidabile di Harris. Trump picchia duro sui democratici accusandoli di non aver saputo gestire l’alta inflazione nell’ultimo biennio. Uno shock petrolifero alla vigilia del voto, in quest’ottica, sarebbe presentato politicamente come una conferma di questa narrazione. Con le chiare conseguenze elettorali sfavorevoli ai dem che si possono immaginare.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

