La Turchia sta emergendo come un hub energetico chiave, un crocevia fondamentale per il gas naturale tra Oriente e Occidente. Al centro di questa posizione c’è il gas russo: mentre l’Europa riduce le importazioni dirette da Mosca a seguito della guerra in Ucraina e delle sanzioni, Ankara mira a farsi ponte tra la domanda europea e le forniture russe. Il presidente Vladimir Putin ha proposto di dirottare verso la Turchia il gas destinato all’UE dopo il sabotaggio del gasdotto Nord Stream nel 2022 , aprendo la strada a un potenziale “hub” del gas russo sul territorio turco. Il governo di Ankara, pur essendo membro della NATO, ha deciso di non allinearsi alle sanzioni occidentali contro la Russia, motivando la scelta con la propria dipendenza energetica da Mosca . In questo contesto, la Turchia intravede un’opportunità per consolidare il proprio ruolo di snodo energetico, con implicazioni geopolitiche ed economiche di vasta portata.
La dorsale di questa strategia è il gasdotto TurkStream, che collega la Russia alla Turchia attraverso il Mar Nero per poi proseguire verso i Balcani. La sua capacità annuale di 31,5 miliardi di metri cubi è attualmente sfruttata solo in parte, con volumi ben inferiori al massimo pompati nel 2022 . Ciò lascia a Mosca margine per aumentare le esportazioni via Turchia e, infatti, Putin ha suggerito di potenziare ulteriormente TurkStream aggiungendo due nuove linee gemelle, raddoppiandone la capacità a circa 63 bcm annui . Tale espansione equivarrebbe, non a caso, al volume totale che la Russia forniva un tempo ai paesi dell’Europa sudorientale (Austria, Italia, Ungheria, Balcani) insieme al mercato turco prima della guerra . In pratica, Ankara diventerebbe il nuovo corridoio per rifornire l’Europa centrale e meridionale al posto delle rotte tradizionali via Ucraina o Baltico.
La diffidenza dell’Europa
Bruxelles guarda però con cautela a queste manovre. Sebbene l’UE non abbia imposto un embargo completo sul gas russo, diversi Governi temono che un hub in Turchia permetterebbe di “ripulire” il gas di Gazprom cambiandone etichetta . Un dirigente di Gazprom ha già suggerito che in futuro “non sarà gas russo, ma gas dell’hub” quello venduto ai clienti europei, segno che Mosca conta di mescolare il proprio metano con altre forniture per eludere le restrizioni. Meccanismi analoghi si osservano già nel mercato globale del GNL, dove carichi russi rivenduti da intermediari appaiono privi di provenienza “made in Moscow” . Per il Cremlino, il vantaggio di una piattaforma turca sarebbe chiaro: mantenere entrate dall’Europa nonostante le sanzioni (già ridotte di oltre il 40% nell’ultimo anno) vendendo gas a paesi che non vogliono comprarlo direttamente dalla Russia .
La Turchia, dal canto suo, sta giocando su due tavoli, cercando di massimizzare i benefici senza compromettere i rapporti né con Mosca né con l’Occidente. Ufficialmente Ankara sostiene l’integrità territoriale dell’Ucraina, ma sul piano energetico ha mantenuto aperto il canale con la Russia – da cui tuttora proviene oltre la metà del gas che importa via gasdotto . Risulta impraticabile per i turchi rinunciare improvvisamente al metano russo, dato che il fabbisogno interno (circa 50 bcm annui) rimane elevato e le alternative immediate sono limitate. Mosca e Ankara hanno quindi iniziato a discutere fin dal 2022 i dettagli di questo hub del gas, sebbene non senza attriti: sono emerse divergenze su chi debba avere il controllo della piattaforma . Fonti vicine ai negoziati riferiscono che le due parti “litigano su chi debba gestire l’hub”, un braccio di ferro societario che finora ha rallentato l’avanzamento del piano .
Parallelamente, la realizzazione concreta dell’hub sta prendendo forma attraverso iniziative unilaterali di Ankara. Ad agosto 2024 le autorità turche hanno annunciato quella che è stata definita una sorta di “TurkStream 2”: la compagnia statale BOTAŞ potrà esportare 7–8 miliardi di metri cubi di gas all’anno verso l’Europa attraverso la Bulgaria, sotto un nuovo marchio denominato Turkish Blend . Si tratta di gas miscelato da varie origini, in cui quello russo costituirebbe inizialmente circa il 40% – quota che potrebbe in realtà essere più alta – mentre il resto proverrebbe da altre fonti come l’Azerbaigian o gas naturale liquefatto rigassificato. In altre parole, la Turchia intende presentarsi come un rivenditore unico di un mix energetico diversificato, celando almeno in parte la provenienza del metano. Già un accordo siglato nel gennaio 2023 con la Bulgaria consente a BOTAŞ di utilizzare il proprio network per far arrivare fino a 3,6 bcm annui in territorio bulgaro , aprendo un nuovo canale di fornitura verso il resto d’Europa e massimizzando l’impiego del TurkStream con circa altri 4 bcm di gas russo “camuffato” .
Non solo gas russo
Parallelamente, la spinta della Turchia a diventare hub non si basa solo sul gas russo. Negli ultimi anni Ankara ha diversificato gli approvvigionamenti: dal 2018 è operativo il gasdotto TANAP dall’Azerbaigian e, a fine 2022, Turchia e Azerbaigian hanno concordato di raddoppiarne la capacità a 32 bcm annui per accrescere le forniture dirette verso l’Europa . Inoltre, i due Paesi valutano scambi di gas che coinvolgono la Russia: di recente Gazprom ha avviato forniture verso la SOCAR azera per 1 bcm, alimentando il sospetto di un meccanismo di swap atto a liberare gas dell’Azerbaigian da reindirizzare nell’UE . La Turchia ha anche investito in terminal di GNL sulle proprie coste, aumentando gli acquisti di gas liquefatto da fornitori come Stati Uniti e Qatar. Ciò è tornato utile soprattutto dopo che le sanzioni finanziarie occidentali hanno complicato i pagamenti a Gazprom nel 2024: di fronte all’incertezza, Ankara ha incrementato le importazioni di GNL per garantire la domanda invernale . Queste alternative – a cui si aggiungono le recenti scoperte di gas nel Mar Nero, appena avviate alla produzione – rafforzano la posizione di Ankara come snodo energetico multi-fonte, non esclusivamente dipendente da Mosca.
Questa crescente centralità della Turchia nel gas si riflette già nelle dinamiche europee più recenti. Con la scadenza a fine 2024 del contratto di transito attraverso l’Ucraina, i flussi di gas russo via quel Paese si sono azzerati, costringendo nazioni come la Slovacchia a cercare vie alternative . Il neo-premier slovacco Robert Fico, critico verso le sanzioni UE, ha indicato il TurkStream (che attraverso Bulgaria e Ungheria arriva nei Balcani) come soluzione per il fabbisogno nazionale, rivolgendosi proprio ad Ankara – oltre che a Mosca – per ricevere aiuto. In un incontro ad Ankara il 20 gennaio 2025, il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha assicurato a Fico la volontà turca di contribuire a risolvere la carenza di gas, riferendo di discussioni in corso con Putin e con le autorità di Bratislava per convogliare maggiori volumi attraverso TurkStream . Pochi giorni prima, Fico si era persino recato a Mosca per colloqui sul tema con Putin, diventando uno dei pochi leader UE a incontrare il presidente russo dall’inizio della guerra . L’episodio evidenzia come Ankara sia ormai un intermediario imprescindibile: Paesi europei un tempo legati al transito ucraino ora guardano alla Turchia come nuovo gatekeeper dell’energia russa.
Un gioco d’equilibrio
La strategia turca come hub del gas si gioca dunque sul filo della diplomazia internazionale. Da un lato, Ankara deve negoziare con gli alleati occidentali per evitare ripercussioni: nel 2024 ha avviato colloqui con Washington e Mosca per ottenere una deroga alle sanzioni che le consenta di pagare la russa Gazprombank per le forniture di gas. Il ministro dell’Energia Alparslan Bayraktar ha ricordato che, se la Turchia non potesse effettuare i pagamenti a causa delle restrizioni, non potrebbe neppure comprare il gas necessario al Paese. Proprio rifacendosi a un precedente con l’Iran, Ankara ha chiesto agli Stati Uniti un’esenzione mirata simile a quella che le permise in passato di continuare a importare gas iraniano malgrado le sanzioni .
Dall’altro lato, Stati Uniti e Unione Europea monitorano attentamente qualsiasi mossa che appaia come un aggiramento del regime sanzionatorio contro Mosca. Un eccessivo allineamento energetico della Turchia con la Russia potrebbe esporre Ankara a nuove pressioni occidentali o persino a sanzioni secondarie rivolte a entità turche. Del resto, i segnali di tensione non mancano: il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha persino accusato gli Stati Uniti di aver tentato di sabotare il gasdotto TurkStream – un indicatore di quanto questa infrastruttura sia divenuta cruciale nello scontro geostrategico tra Russia e Occidente.
In definitiva, la posizione unica della Turchia come intermediario energetico le conferisce un’influenza crescente, ma richiede anche un delicato esercizio di equilibrio. La sua strategia futura sarà plasmata dall’andamento delle sanzioni e dai calcoli geopolitici delle grandi potenze. Da un lato Ankara mira a trarre vantaggio economico dal suo ruolo di hub del gas per l’Europa; dall’altro dovrà evitare di compromettere i rapporti con gli alleati occidentali o di dipendere eccessivamente da Mosca. Nei prossimi mesi le trattative internazionali – dalle esenzioni sui pagamenti del gas russo alle possibili evoluzioni del conflitto ucraino – influenzeranno le scelte turche. Ciò che appare certo è che, grazie al gas, la Turchia oggi siede a un tavolo di primaria importanza, in grado di orientare gli equilibri energetici regionali e ritagliarsi un ruolo da protagonista tra Est e Ovest.

