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Donald Trump ha varato importanti sanzioni contro i colossi russi del petrolio come Lukoil e Rosneft, le prime imposte dagli Usa contro Mosca dopo il suo ritorno alla Casa Bianca. Si tratta di una mossa volta a pressare la Russia perché accetti i colloqui sull’Ucraina per il cessate il fuoco ma anche di una manovra che ha una concreta ricaduta interna.

Riparte la “guerra” del petrolio

Sarà più difficile, d’ora in avanti, per Rosneft e Lukoil vendere il proprio greggio a aziende che rischiano di essere colpite da sanzioni finanziarie se avranno rapporti con le major russe o utilizzeranno il dollaro Usa per pagarle. Porre più difficoltà per il petrolio russo di circolare vuol dire contrastare la strategia di espansione dell’offerta decisa dall’Opec+ e invertire il trend decrescente dei prezzi. Un processo, quest’ultimo, fondamentale per proteggere il settore americano, che necessita di prezzi alti per esser sostenibile.

Con 13,4 milioni di barili al giorno gli Usa sono il più grande produttore di petrolio al mondo. Come noto, la strategia estrattiva della fratturazione idraulica della roccia (fracking) ha dato un boost alla produzione ma rappresenta un processo estremamente invasivo e costoso, per la necessità di trarre il greggio dalla frammentazione di grandi depositi di scisti bituminosi che forniscono poco meno di due terzi (64% per la precisione) dell’output americano.

Il nodo dello shale oil

Recenti ricerche suggeriscono che un prezzo ideale per garantire la sostenibilità economica a questo processo estrattivo, che garantisce indipendenza energetica in molti fronti all’America, sarebbe attorno ai 95 dollari al barile, contando l’intera filiera. Circa l’attività di trivellazione “attorno ai 60 dollari al barile”, valore sostanziale dei prezzi negli ultimi mesi, “ci si avvicina pericolosamente al punto in cui i prezzi del petrolio non generano più profitti adeguati per le nuove trivellazioni”, ha dichiarato a Bloomberg TV Dwight Scott di Quantum Capital Group.

Sanzionare i colossi russi per riuscire a competere

Il benchmark di 95 dollari per la sostenibilità dell’intero settore shale (estrazione, commercializzazione, distribuzione, raffinazione e via dicendo) è un valore molto più alto del prezzo del petrolio sui mercati internazionali nell’epoca dell’aumento dell’offerta da parte di Russia, Paesi arabi e molti altri membri dell’Opec+.

In tal senso, le sanzioni di Trump a Lukoil e Rosneft sono anche una leva per aumentare la quota degli Usa nei mercati internazionali, rendere più competitivo il greggio a stelle e strisce e sottrarre quote alla Russia, riducendo il prezzo di break-even per l’industria americana. L’aumento del 5% del prezzo del petrolio imposto dalle sanzioni a Lukoil e Rosneft, con il Brent arrivato a 65 dollari al barile, va nella direzione di dare respiro ai produttori Usa.

Trump non ha da temere contraccolpi eccessivi sul fronte interno: il prezzo della benzina, “termometro” della soddisfazione americana per l’economia, si aggira attorno ai 3,2 dollari al gallone in media e di recente Washington ha potuto permettersi di rimpinguare con acquisti mirati la Strategic Petroleum Reserve, la scorta nazionale piena al 60%. Le sanzioni mirano a mettere pressione sull’offerta russa e a rendere più competitivo economicamente e soprattutto sul piano politico il greggio Usa.

Sanzioni, prezzi, surplus: il grande gioco del petrolio

Gli Usa si sono mossi all’unisono con il Regno Unito, che ha imposto sanzioni simili, e con l’Unione Europea, fresca del diciannovesimo pacchetto di sanzioni dall’invasione dell’Ucraina a oggi, consci che, come ricorda il Financial Times, “il mondo non è più a corto di greggio. L’Agenzia Internazionale per l’Energia prevede un surplus di offerta di petrolio crescente di 3,2 milioni di barili al giorno (b/g) da questo mese a giugno 2026. In precedenza aveva stimato un surplus di 2 milioni di b/g che sarebbe durato fino al prossimo anno”.

Trump riprende i fili interrotti della guerra energetica con Mosca, bersaglio di un’ambiziosa strategia che vuole veder gli Usa tornare a presidiare e conquistare i mercati globali. Vale per il gas naturale, dove la strategia condotta con il sostegno all’export di Gnl fu avviata da The Donald nel suo primo mandato, e ora anche per il petrolio (e soprattutto per i prodotti derivati ad alto valore aggiunto). Le frizioni con Vladimir Putin sui colloqui di pace per l’Ucraina hanno offerto l’assist per una manovra che ha, forse, principalmente valore interno. E una grande ricaduta economica per un’amministrazione che cerca successi da sbandierare per mostrarsi capace di consolidare la prosperità dell’America.

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