VUOI FARE UN'INCHIESTA? REALIZZALA CON NOI

Il prezzo dell’energia elettrica in Italia, le bollette per il gas e il riscaldamento nel nostro Paese e il prezzo di diversi carburanti (Gpl e metano in testa) stanno conoscendo da diversi mesi un’impennata considerevole, il nostro Paese assieme al resto del Vecchio Continente si trova in una fase in cui sul fronte del gas naturale è difficile ricostruire le scorte e stare dietro a dipendenze esterne e tensioni geopolitiche (il caso della Russia insegna) e, finalmente, appare in tutta la sua gravità uno dei problemi maggiori legati alla gestione degli asset energetici nazionali.

Stiamo parlando dell’inopinata decisione presa ai tempi del governo Conte I su iniziativa del Movimento Cinque Stelle con il benestare del partner di governo di allora, la Lega, di fermare e depotenziare le capacità estrattive dell’Italia e di bloccare le trivelle operanti nell’offshore del Mar Adriatico. Decisione che anche il governo Conte II a trazione M5S e Partito Democratico ha, di slancio, confermato e che fino ad ora il governo Draghi non ha ribaltato.

L’Italia, un Paese in bolletta

Da gennaio a settembre l’Italia per la precisione ha consumato 53,2 miliardi di metri cubi (+6,8% rispetto ai primi nove mesi del 2020), di cui solo 2,48 (un calo del -20,2%) sono stati estratti dai giacimenti residui nella Pianura Padana e dai grandi campi estrattivi offshore situati nell’Adriatico settentrionale, al largo della Basilicata e, in misura contenuta, in Sicilia.

L’Italia registra una elevata dipendenza all’estero per il gas, con un peso delle importazioni nette (import-export) sull’energia disponibile del 95,1% a fronte dell’89,7% della media Ue. Negli ultimi dodici mesi le stime di Confartigianato sottolineano che le importazioni di gas sono tornate a superare i 10 miliardi di euro di valore e su base annuale si prevede che entro fine anno supereranno di slancio i 70 miliardi di metri cubi, tornando ai livelli del 2019 dopo la fisiologica flessione dell’anno di inizio della pandemia.

La parte del leone nel mix gasiero italiano la facevano, secondo le proiezioni del primo semestre, i due hub di riferimento principali: Russia (46,4% delle importazioni) Algeria (33%), complessivamente fonte dei quattro quinti della domanda di importazioni da parte dell’Italia.

A questo si aggiunge il fatto che il gas in Italia costa sempre di più: ad esempio la generazione a mezzo gas di energia elettrica ha visto i suoi prezzi quintuplicare nel corso dell’anno dai 25 euro per MWh agli oltre 120 di ottobre. Tutto questo si ripercuote sui costi finali dei consumatori.  I dati di Energy Live, infatti, segnalano che Roma, già in testa alla classifica del costo per i consumatori in termini di euro per megawatt/ora nel mese di settembre, ha accelerato la sua spirale a ottobre, passando in meda da 158,59 €/MWh a 217,63 €/MWh (+37,22%), un aumento che batte quelli di Spagna (a ottobre 199,90 €/MWh, +28%), Francia (172,58 €/MWh, +27%) e Germania (139,59 €/MWh, +8,74%). I  primi dati di dicembre lasciano presagire un balzo fino ai 300 euro, oltre sei volte i dati di un anno fa. E questo, tenuto conto del fatto che l’Italia registra una quota di elettricità prodotta con il gas pari al 48,3%, più del doppio del 19,6% della media Ue a 27 Stati, è un problema legato direttamente alla partita degli approvvigionamenti.

Per le famiglie e gli utenti finali si stima un rincaro del 22,2% dei costi energetici alla fine dell’anno, con un aggravio della spesa di 3,6 miliardi di euro sottratti a investimenti, consumi, risparmi e destinati a alimentare il circolo dell’inflazione o a sottrarre risorse allo Stato se, dopo i primi decreti-tampone, il governo Draghi sceglierà la strada della Francia (contributo anti-inflazione sulle bollette per i redditi inferiori) o della Spagna (decurtazione dell’Iva sull’energia) contro il caro-bollette.

Trivelle ancora ferme

In questo cotnesto, ci ritroviamo a parlare, una volta di più di un danno autoinferto. Ai sensi del Dl Semplificazioni del 2019, approvato dal governo Conte I, infatti, ogni nuova possibilità per il Paese di offrire concessioni per prospezioni geologiche e ricerche di idrocarburi nei giacimenti nazionali è subordinata all’approvazione di un documento, il cosiddetto Pitesai (Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee), che ai sensi della legge dovrebbe normare le prospettive operative per la ricerca e individuare i territori idonei. Destinato sulla carta a vedere l’approvazione definitiva in diciotto mesi, il Pitesai è ancora palleggiato tra commissioni e strutture burocratiche. Ultimo avanzamento è stato quello del 30 settembre scorso, quando era in programma l’inizio di un suo esame da parte della Conferenza Stato-Regioni.

“Quello italiano è metano il cui costo di estrazione si aggira sui 5 centesimi al metro cubo”, ha scritto Il Sole 24 Ore, sottolineando che tale prezzo è da dieci a quattordici volte inferiore a quello che l’Italia deve pagare per importare. “Le stime delle riserve italiane di gas pubblicate dal Pitesai conteggiano i giacimenti accertati”, indicati in 92 miliardi di metri cubi, “e non possono immaginare quelli ancora da cercare. Ma nuovi giacimenti non si cercano: gli investimenti delle compagnie sono fermi”, soggette al dilemma dell’approvazione del Pitesai, che blocca ogni possibilità di avanzamento operativo e strategico. Troppo rischioso mettere anche un solo euro laddove gli investimenti potrebbero essere decapitati da un blocco indicato nel Pitesai definitivo.

Il blocco delle trivelle è stato giustificato dal governo gialloverde con motivazioni di tutela ambientale che alla prova dei fatti si sono rivelate fallaci: i giacimenti offshore non sfruttati sono stati semplicemente presi di mira dai Paesi della riva orientale dell’Adriatico. La Croazia, il Montenegro e la Grecia si sono lanciati nelle loro acque territoriali allo sfruttamento intensivo del gas lasciato libero dall’Italia. In Adriatico, ad esempio, ci sono trivelle posizionate in acque croate (e che quindi continuano ad essere presenti nel panorama e più in generale nell’ecosistema del mediterraneo) libere di cercare ed estrarre petrolio e metano mentre le aziende italiane devono stare ferme a guardare. Nel 2019  Assomineraria, di categoria delle società dell’estrazione energetica, ha sottolineato che lo stock di investimenti a rischio è pari a 400 milioni di euro, mentre l’occupazione messa a rischio dal bando alle trivellazioni è pari a 20mila persone, 10mila delle quali nella regione Emilia-Romagna, con 4.500 addetti nel distretto di Ravenna.

In questo contesto, all’Italia basterebbe raggiungere una quota produttiva pari al 60% del picco raggiunto nel 2001 (quando nel Paese si estraevano 17 miliardi di metri cubi di gas naturale l’anno) per poter mettere in campo strategie in grado di creare un valore aggiunto per l’intera economia, abbattere i costi delle bollette e rafforzare la sicurezza energetica nazionale. Portare l’estrazione in Adriatico da meno di 6,2 a 15,5 milioni di metri cubi al giorno, cioè 100.000 barili di petrolio equivalente secondo l’analista geopolitico Gianni Bessisarebbe il necessario punto di partenza per difendere lo stock di investimenti e rilanciare la produzione nazionale, favorendo anche l’attività di player come Eni, che è per il 30% di proprietà dello Stato ma realizza in Italia solo il 7% della sua produzione.

Le prospettive future

In quest’ottica, il Ministero della Transizione Ecologica guidato da Roberto Cingolani e il Ministero dello Sviluppo Economico di Giancarlo Giorgetti spingono da tempo perché il Pitesai sia approvato e si possa tornare a fare chiarezza dopo la moratoria di ispirazione grillina.

Indiscrezioni raccolte da Il Fatto Quotidiano lasciano propendere che qualcosa si stia per muovere: le Regioni approverebbero il Pitesai  a patto che nella sua strutturazione operativa “si accolga un emendamento per garantire che, nelle aree idonee definite dal piano, possano proseguire solo le attività legate ai permessi di ricerca di gas (escludendo il petrolio). La richiesta, per l’esattezza, riguarda i permessi di ricerca ‘congelati’, ossia quelli vigenti al 13 febbraio 2019 (data in cui è scattata la moratoria) e sospesi fino al 30 settembre 2021, ma anche quelli già sospesi prima della moratoria (per un periodo non superiore a sette anni) per richiesta delle stesse compagnie”.

Certo, anche in questo modo gli investimenti operativi e strategici non riprenderanno prima del 2022 avanzato. Tutto questo mentre la crisi energetica morde e i prezzi dei futures lasciano presagire che la fase di alti costi dell’oro blu e inflazione persistente supererà perfino l’inverno. Stati, operatori di mercato, colossi energetici, attori finanziari e regolatori prevedono un periodo di tensioni in cui i prezzi del gas naturale sono previsti ancora in salita per il primo trimestre del 2022, con aumenti tra il 30 e il 40% che permetterebbero di sfondare ogni record precedentemente registrato. Tutto questo in previsione di una maggiore domanda durante i mesi più freddi di un inverno molto rigido e di una discesa che non avverrà se non con la fine della primavera. Si prevede che i prezzi potranno tornare a livelli pre-pandemia con l’inizio del 2023, ovvero a tre anni dai primi contagi di Covid-19.

Per l’Italia dunque la partita delle trivelle e dell’estrazione nazionale assume valenza vitale per resistere all’alta marea della crisi energetica. Va ricordata la lezione di Enrico Mattei, per il quale l’energia a basso prezzo per imprese e cittadini era la prima garante della sicurezza economica. Aggiungiamo noi: anche per programmare la transizione energetica, processo in cui il gas può giocare un ruolo cruciale, serve la sicurezza nel presente. E finché Roma continuerà a castrare l’output gasiero interno potremo parlare di un duro danno autoinferto.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.