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Energia

Trattative con l’Iran e nuove rotte, l’Iraq cerca di far uscire il suo petrolio dal blocco di Hormuz

L'Iraq prova a cercare una via d'uscita per il suo petrolio, paralizzato dall'assalto di Usa e Israele all'Iran e dal blocco di Hormuz.

L’Iraq prova a districarsi nel quadro della Terza guerra del Golfo e a cercare una via d’uscita per il suo petrolio, paralizzato dall’assalto di Usa e Israele all’Iran e dalla risposta di Teheran che ha portato al sostanziale blocco dello stretto di Hormuz. In campo trattative dirette con l’Iran per il transito delle petroliere e la riscoperta di un vecchio oleodotto: misure d’emergenza per fermare il rischio di una decapitazione energetica del Paese mediorientale.

La guerra assedia il petrolio iracheno

La guerra è stata infatti un colpo durissimo per un Paese che nel 2025 ha prodotto mediamente oltre 4 milioni di barili di petrolio al giorno, con picchi di 4,5 destinandone sempre almeno 3,5 all’esportazione, adeguandosi alle modifiche dell’output decise dal gruppo Opec+ e fondando sull’oro nero una quota dominante (poco meno del 90%, 87 miliardi di dollari) del proprio budget.

Si capisce, dunque, cosa possa significare per l’Iraq, coinvolto tramite la regione del Kurdistan e le basi americane sul suo territorio nella rappresaglia iraniana, aver dovuto ridurre di due terzi la produzione a circa 1,3 milioni di barili al giorno, quanto basta per non dover fermare completamente gli impianti, non sovraccaricare gli stoccaggi e contribuire al fabbisogno interno.


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I terminal petroliferi dell’Iraq in difficoltà

Pressoché fermi i giacimenti critici di Rumaila, Qurna Ovest e Majnoon, che alimentavano un traffico orientato a contribuire alla lunga marcia attraverso Hormuz delle petroliere, capaci di rifornire circa il 20% del mercato mondiale dal Golfo. Per un Paese già colpito da alta inflazione e tensioni interne, e coinvolto come prima linea della guerra per l’ampio confine che lo divide dall’Iran, il conflitto è davvero una minaccia esistenziale all’economia e alla sicurezza domestica.

Il ministro del petrolio iracheno Hayan Abdel-Ghani ha confermato nella giornata di martedì 17 marzo che Baghdad sta dialogando serratamente con Teheran per assicurarsi un transito sicuro delle petroliere partite dai terminal di Bassora e Khor al-Amaya, sul Golfo Persico, e dirette verso l’Oceano Indiano per esportare nel mondo l’oro nero iracheno. L’Iran ha colpito navi nelle acque territoriali irachene e bombardato siti di produzione e basi curde e americane sul suolo del Paese limitrofo, e continuando a interdire il traffico nella ridotta via d’acqua che è giugulare dell’oro nero mondiale.

“Gli analisti ritengono che un eventuale accordo con l’Iran per consentire il transito di merci irachene attraverso il porto di Hormuz potrebbe offrire un sollievo temporaneo all’industria petrolifera irachena, ma i rischi per la navigazione rimangono elevati poiché i combattimenti perturbano il commercio marittimo in tutto il Golfo”, nota Iraqi News.

Riapre l’oleodotto della discordia?

E non finisce qui: l’Iraq ha anche riattivato un oleodotto strategico sulla direttrce Kirkuk-Ceyhan entrante in Turchia che può portare 200-250mila barili di greggio su una capacità di 400-450mila, quantità paragonabile a quella che oggi secondo Oil Price viene venduta tramite camion e rotte improvvisate verso la stessa Turchia, la Siria e la Giordania. Riaprire la linea impone di superare antiche faglie tra il governo centrale di Baghdad e le autorità regionali curde di Erbil. Nella serata del 17 marzo è arrivato l’ok di queste ultime.

“L’oleodotto”, ricorda il Middle East Institute, “è stato chiuso nel marzo 2023 dopo che la Camera di Commercio Internazionale si è pronunciata a favore di Baghdad, ordinando alla Turchia  di pagare circa 1,5 miliardi di dollari di risarcimento per aver agevolato esportazioni illegali di petrolio curdo tra il 2014 e il 2018″,  e la risposta turca della chiusura dell’oleodotto ha contribuito a una crisi dai danni cumulati stimati dal Mei in 35 miliardi di dollari. L’Iraq si trova a dover rimediare all’errore strategico di aver pensato sicuri, certi e garantiti i flussi via Hormuz e di aver ritenuto secondario il rafforzamento della resilienza energetica regionale. La ricerca di soluzioni autonome passa per Turchia e Iran. Paesi che in tempi tanto caotici mostrano comunque di aver un ruolo nel risiko energetico regionale. Su cui attori come gli Usa hanno, anche con lo schieramento militare in atto, difficoltà a toccare palla.

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