Era partito con Drill, baby drill e con il rilancio della strategia di energy dominance, ma ora il grande piano di Donald Trump sulla leadership americana nel settore del gas naturale rischia un cortocircuito nell’elemento più banale: le bollette dei cittadini americani.
Essenzialmente quel che è successo è un meccanismo che ha profondamente condizionato il mercato americano interno. Gli Usa hanno aumentato nettamente l’export di gas naturale liquefatto e nel 2025 si prevede che ci sarà un aumento del 21,7% rispetto al 2024, passando da 12 a 14,6 miliardi di piedi cubici (quasi 4 miliardi di metri cubi), circa due terzi dei quali diretti verso l’Europa che ottiene da Washington il 27% del suo gas.
La priorità data all’export, secondo l’Energy Information Administration degli Stati Uniti, ha contribuito a una maggiore volatilità dei prezzi per i consumatori americani, su cui si è anche scaricata l’emersione del nuovo trend dell’Intelligenza artificiale.
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Il boom del gas Usa erode il vantaggio con l’Europa
Come scrive Oil & Gas Middle East, “ciò che preoccupa di più l’amministrazione è la crescente evidenza che le esportazioni di GNL stanno iniziando a far aumentare i prezzi del gas nazionale, un rischio da tempo evidenziato dai consumatori di gas industriale”, creando il dilemma del dominio energetico di Washington, nella consapevolezza che “una riduzione del divario tra i prezzi del gas negli Stati Uniti, in Europa e in Asia potrebbe indebolire la competitività del GNL statunitense sul mercato globale”. Il raffronto con l’Europa insegna molto.
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“Follow the Money”: come finanza e geopolitica si influenzano
A inizio dicembre, complice un’ondata di freddo sul continente americano, il prezzo del gas americano è schizzato a 5,3 dollari per milioni di unità termiche britanniche metriche (MMBtu, 1 Btu è la quantità di energia necessaria a riscaldare una libbra d’acqua di un grado Fahreneit). Il prezzo è poi rientrato verso i 4 dollari per MMBtu, scontando comunque un rincaro di un terzo in tre mesi. Nel frattempo, il mercato di destinazione preferito del gas naturale esportato via nave dagli Usa, l’Unione Europea, ha visto il prezzo del gas dimezzarsi in un anno, a poco più di 27 euro al megawattore (MWh, 31,6 dollari).
In tre anni, un gap che si è ristretto
Dato che un megawattora è equivalente a 3,4 Btu, possiamo armonizzare i prezzi sui due mercati sottolineando come gli Usa paghino il gas 18 dollari al megawattora e, se pure il prezzo europeo supera ancora del 75% quello americano, è chiaro che la forbice si è nettamente ristretta rispetto a inizio anno. Quando gli Usa conobbero l’ultima fiammata di prezzo, a inizio dicembre 2022, i prezzi erano a 6,2 dollari per MMBtu, ovvero 21 dollari per MWh, contro i 142 euro (166 dollari) europei, un rapporto di 8 a 1 favorevole agli Usa oggi ristrettosi al pur considerevole 1,75 a 1 su cui Trump intende però costruire la nuova attrattività industriale americana, proprio a scapito dell’Unione Europea.
Il costo della vita e il costo del gas
Qui entrano in gioco dei fattori economici e politici. Il primo tema è quello dell’inflazione. Alti prezzi dell’energia costituiscono una palude su cui si sedimentano le componenti più vischiose dell’alto costo della vita, rendendo più difficile dunque tanto affrontarla con gli strumenti della politica monetaria quanto, a maggior ragione, prevedere i tagli dei tassi da parte della Federal Reserve su cui Trump punta nel 2026.
In secondo luogo, c’è la parola d’ordine della politica americana di questi tempi: affordability, intesa sia come sostenibilità del costo della vita che accessibilità a servizi di alto valore a prezzi ragionevoli. In un Paese senza un welfare strutturato, un tema fondamentale.
Trump rischia la stessa trappola del Partito Democratico alla fine dell’era di Joe Biden: confondere i brillanti risultati di un’economia che cresce trainata dalla spesa in conto capitale per l’Ia e la tecnologia con una attitudine da macroeconomisti dei cittadini che, invece, guardano a dati ben più concreti come l’impatto sul costo della vita dei rincari alimentari, dei mutui e, appunto, dell’energia. La vittoria di Zohran Mamdani a New York ha aperto, in tal senso, una finestra politica tutt’altro che banale sul tema. E con le elezioni di medio termine nel 2026 in arrivo, anche il dato energetico può pesare.
La sfida di reindustrializzare l’America
Il terzo tema è quello del progetto di reindustrializzazione del Paese, che deve guardare alla competitività su ogni fronte per riportare la manifattura in un’America che in quarant’anni l’ha dimenticata. “L’Industrial Energy Consumers of America, un gruppo che rappresenta i grandi produttori che consumano energia, ha affermato che i responsabili politici statunitensi dovrebbero dare priorità ai clienti nazionali rispetto alle esportazioni di gas naturale liquefatto”, nota il Financial Times. Prese di posizione che aprono al fatto che nel 2026 Trump debba affrontare dei cortocircuiti tra diversi obiettivi della sua agenda e dovrà essere chiamato a delle scelte tutt’altro che neutrali.
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