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Lo stop alla proposta di Mario Draghi di discutere a luglio dell’opzione di un tetto europeo al gas per contenere il caro-energia nell’Unione e rispondere alla crisi dei prezzi che sta facendo le fortune dell’industria esportatrice russa segnala che tra i Ventisette ci sono spaccature sul tema.

La partita aperta da Draghi si salda, a tal proposito, con un’ulteriore dinamica, quella più ampia dell’agenda energetica europea nel suo complesso. Su cui le tradizionali faglie economicistiche del Vecchio Continente, prima fra tutte quella tra falchi del Nord e colombe anti-austeritarie del Sud, non sono più valide come criteri interpretativi generali delle posizioni dei singoli Paesi. Blocchi diversi, Paesi in bilico, battitori liberi e player di primo piano che non seguono le loro tradizionali responsabilità rendono liquida la partita europea. Rendendo difficile trovare una soluzione precisa.

Italia e Francia dettano la linea

Draghi ha trovato, in primo luogo, in Emmanuel Macron un alleato di peso per promuovere la strategia del tetto al gas. Mossa vitale per l’Italia che intende in questo modo depotenziare la spirale dei prezzi, ridurre la dipendenza energetica dalla Russia e far rifiatare l’industria interna. Ma strategica pure per Parigi, che così facendo vuole espandere la sua partita per sconfiggere sul campo le prospettive di un ritorno all’austerità dopo la discesa in campo della Bce col rialzo dei tassi.

Calmare l’inflazione energetica e la spirale dei prezzi che ne segue è obiettivo comune di Francia e Italia per non dare assist alla possibilità di un rilancio delle prospettive dei rigoristi. Il blocco meridionale e mediterraneo (Grecia, Spagna, Portogallo) è coeso su questo fronte, in un raro caso di minor frastagliatezza dei Paesi del Sud rispetto a quelli del Nord Europa. Certo sussistono dei distinguo: Spagna e Portogallo hanno già approvato i loro personali tetti al prezzo sul fronte interno per raffreddare le tensioni economiche interne e l’evoluzione dei loro mercati può essere un punto di riferimento non secondario per capire la fattibilità della proposta di Draghi. Secondo indiscrezioni raccolte da Inside Over capace di attrarre a suo sostegno anche un Paese estraneo al blocco mediterraneo ma allineato su questa partita: la Slovacchia, che ha già avuto i distinguo richiesti sul petrolio russo e vuole ridurre la dipendenza dal gas.

I Paesi del Sud Europa sono convinti dell’ipotesi di affiancare ai limiti al gas e al suo prezzo una strategia di diversificazione graduale (phasing out) della dipendenza da Mosca, sostengono l’embargo al carbone e un sempre più ampio contenimento del petrolio. Sono inoltre concordi sul nesso tra partita energetica e lotta al rigore. Mentre invece i più ortodossi rigoristi vogliono tenere le due questioni nettamente separate.

Falchi divisi: chi può aprire a Draghi

Sul fronte dei falchi tradizionalmente a favore del rigore e dell’austerità, alcuni Paesi possono aprire alla linea di Draghi. Il presidente del Consiglio può contare infatti potenzialmente sulla necessità di Estonia, Lettonia, Lituania, vicine all’Olanda nella Nuova Lega Anseatica, indicate nei giorni scorsi come in grado di sostenere apertamente una proposta volta a calmierare il prezzo di una materia prima per cui sono completamente dipendenti dall’esterno.

Tra i rigoristi è a favore a un contenimento delle importazioni dalla Russia e del loro prezzo anche l’Austria, a cui si può aggiungere anche la Danimarca qualora la Russia estendesse a Copenhagen le restrizioni alle forniture.

Certo, i tre baltici sono molto più duri con la Russia sul fronte dell’embargo delle importazioni, ma sulla partita del tetto al gas sono più allineate alle logiche mediterranee che a quelle dei rigoristi nordici. Da valutare invece, per questi cinque Paesi la posizione sul ritorno al rigore e la lotta all’inflazione. Chi invece non è ancora pronto a svolte decisive è l’Olanda.

Olanda e Lussemburgo: falchi fino in fondo

Sostenuta dal vicino Lussemburgo, infatti, L’Aja non ritiene pienamente fattibile la strategia del tetto al prezzo del gas che del resto farebbe vacillare la strategia mercantilista e pro-concorrenza dell’Europa su cui l’Olanda gioca la sua partita come potenza commerciale e esportatrice.

I due Stati del Benelux, che pure hanno grandi tassi di dipendenza energetica dall’estero, hanno inoltre ripreso da tempo la loro retorica austeritaria. Si trovano nella peculiare posizione di Paesi contrari tanto all’embargo totale al gas russo, che importano, quanto al price cap ma favore a ristabilire le regole la censura su conti pubblici e bilancio.

L’Olanda è inoltre sede della Borsa del Gas di Amsterdam a cui sono prezzati quotidianamente i listini e gli indici dell’oro blu commerciato nell’Unione. Diverse compagnie nazionali e straniere fanno affari e un ampio settore di finanza prospera proprio sul sistema connesso al commercio energetico che Draghi vuole irreggimentare col tetto ai prezzi. Il rischio di un colpo economico giustifica per i due Paesi il freno imposto, nella prassi più che nelle parole, ai negoziati in tal senso.

Chi vuole l’embargo a oltranza

Alcuni Paesi non hanno espresso posizione precisa sul tetto ai prezzi del gas ma sono certe sul secondo punto, la gestione delle importazioni energetiche dalla Russia a cui rispondono proponendo l’opzione nucleare dell’embargo energetico. Sono i Paesi a cui Mosca ha tagliato il gas (Finlandia, Svezia, Polonia) e che guardano con forza a Regno Unito e Usa prima ancora che all’Ue sulla loro strategia per l’Est. Da valutare la posizione di questi attori nella partita sul tetto al gas, che nei prossimi mesi potrebbero subordinare a un più duro approccio dell’Ue contro Mosca sotto altri fronti.

Germania e Ungheria, battitori liberi

Last but not least, rimangono da considerare i casi più problematici, quelli di Germania ed Ungheria. A loro modo interessate a un tetto ai prezzi ma, al contempo, timorose di strappar duramente con Mosca.

Olaf Scholz ha accettato l’ipotesi di Draghi durante il recente viaggio comune in Ucraina ma non ha ancora avuto la forza di esplicitare una posizione tedesca sul tetto ai prezzi del gas. La presenza dei Liberali nel governo invita a cautela il Cancelliere nell’affrontare un tema delicato sulla concorrenza e il futuro delle imprese, mentre i Verdi hanno già compiuto molte giravolte e non vogliono che un calmiere ai prezzi apra a un prolungamento delle tempistiche di riduzione del peso del gas nel mix nazionale. Inoltre, Berlino non vuole provocare la Russia imponendo, col tetto ai prezzi, un calo indiretto delle lucrative entrate di Mosca capace di scatenare un embargo unilaterale.

Quest’ultimo punto è vero anche per l’Ungheria di Viktor Orban che ha incassato un successo politico venendo esentata dallo strappare sul petrolio e ora sul gas vuole preservare la sua isola felice fatta di legami consolidati con Mosca. L’ipotesi di un Orban dilatatore del processo decisionale europeo sul tetto al gas non è da escludere. E i distinguo di Budapest e Berlino mostrano come siano proprio i battitori liberi i Paesi capaci di far pendere l’ago della bilancia a favore di chi propone il tetto ai prezzi e una strategia pragmatica contro l’energia russa o di mantenere l’attuale situazione di caos in cui l’Europa si è, mese dopo mese, impantanata. E perdere tempo è il problema più grave in cui rischia di imbattersi un’Ue che necessita di vere svolte politiche per non farsi travolgere dall’ondata recessiva chiamata dalla crisi energetica.

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