Taiwan in crisi energetica: geotermia e offshore per blindare l’industria dei chip

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Sfruttare la geotermia, potenziare le rinnovabili e rilanciare l’offshore per lanciare una rivoluzione energetica senza precedenti e blindare così la strategica industria nazionale dei semiconduttori. Lavori in corso a Taiwan, dove il governo guidato da William Lai sta affinando nuovi approcci per scongiurare i rischi di blackout e ogni altra minaccia in grado di paralizzare il settore dei chip.

La situazione è delicatissima, e non solo perché potrebbe scoppiare da un momento all’altro una grave crisi militare con la Cina. Taipei ha infatti già proceduto con la dismissione delle sue centrali nucleari, deve fare i conti un sostanziale declino dell’opzione offshore ed è consapevole che l’importazione di Gnl è rischiosa dal punto di vista geopolitico.

Come se non bastasse i prezzi dell’elettricità hanno ormai raggiunto livelli record per aziende e industrie. Negli ultimi anni Taiwan ha registrato incrementi significativi delle sue tariffe energetiche. Alcuni esempi? Dal 2022 in poi sono aumentate del 3-5% per le piccole utenze e addirittura del 25% nel caso di utenti industriali intensivi. Lo scorso marzo si stava per prospettare l’ennesimo aumento medio del 6 %, ma il governo è intervenuto per contenere l’inflazione.

Taiwan si affida alla geotermia

Una soluzione concreta ed efficiente al caro energia di Taiwan potrebbe arrivare dalla geotermia. I leader dell’isola, ha scritto Foreign Policy, avrebbero modo di sfruttare il calore sotto i loro piedi. Il motivo? Semplice: stretta tra due placche tettoniche sul Pacifico, Taiwan è ricca di risorse geotermiche. Fino a questo momento sono rimaste inutilizzate ma qualcosa potrebbe presto cambiare.

Lai ha espresso un forte sostegno all’espansione dell’impronta geotermica di Taiwan per produrre più energia pulita e rafforzare la rete elettrica locale. Non solo: il ministero dell’Economia taiwanese ha introdotto nuove linee guida per incoraggiare lo sviluppo geotermico.

Nel frattempo, ad aprile, Google ha annunciato un accordo con Baseload Capital, società svedese specializzata in sviluppo geotermico, per la costruzione in loco di un piccolo impianto pilota di energia geotermica. La sua utilità? Alimentare i data center taiwanesi. Le trivellazioni sono già iniziate sulla costa orientale di Taiwan.

L’importanza di una rivoluzione energetica

Taiwan rappresenta circa un quinto della capacità produttiva globale di semiconduttori e detiene oltre il 90% della capacità mondiale di produrre microchip avanzati. Il futuro non è affatto incoraggiante. Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (Tsmc), il gigante taiwanese dei chip, nel 2024 ha consumato da sola più energia nel 2024 di quanta ne abbia consumata l’Islanda in un anno intero. E, stando ad alcune proiezioni governative, il fabbisogno energetico del settore aumenterà di otto volte entro il 2028, in primis a causa della domanda di intelligenza artificiale.

Nel momento in cui scriviamo circa il 97% dell’energia dell’isola proviene dalle importazioni. È per questo che l’esecutivo di Lai parla di geotermico e ha puntato con decisione sull’eolico offshore trasportato verso terra da spessi cavi sottomarini corazzati. Non c’è più tempo da perdere perché Tsmc e le altre aziende dei chip formano lo scudo di silicio che ha fin qui difeso l’isola da ogni possibile attacco da parte di Pechino.

Tuttavia, da quando i reattori nucleari taiwanesi hanno iniziato a spegnersi, nel 2018, i prezzi dell’elettricità sono aumentati e i blackout diventati più frequenti. Tsmc ha già fatto sapere di star pagando prezzi dell’elettricità tra i più alti del mondo. Ecco perché Taiwan vuole cambiare pagina e inaugurare una nuova era energetica.