Lo stop di Snam all’acquisto del 24,99% di Open Grids Europe, operatore tedesco delle reti energetiche, dopo settimane in cui i presunti legami cinesi del colosso italiano delle infrastrutture per gas e petrolio avevano fatto discutere in Germania è il secondo indizio della tensione esistente a Berlino nei casi in cui player industriali e finanziari della Penisola compiono scalate nella “Locomotiva d’Europa”.
Snam-Oge come UniCommerz?
Difficile non guardare a questo caso in parallelo alle tensioni suscitate in due governi tedeschi – quello di Olaf Scholz e quello di Friedrich Merz – dall’ingresso in forze di Unicredit nel capitale di Commerzbank. Andiamo con ordine. Snam era in trattativa da mesi per rilevare un quarto del capitale di Oge con l’attuale azionista, l’emiratina Adia, dunque un attore non di nazionalità tedesca. Nelle scorse settimane, nel pieno di un rafforzamento delle tensioni tra Germania e Cina e della definizione di Pechino come rivale strategico della Germania, molte fonti tedesche hanno alzato dubbi sulle presunte ombre cinesi dietro Snam.
L’avvocato Luca Picotti su Formiche ha definito “indiretto e per certi versi forzato” il nesso tra la Cina e l’azienda di San Donato Milanese, ricordando che “Snam ha come socio di maggioranza relativa CdP Reti al 31%”. CDP Reti è “controllata al 59% da Cassa Depositi e Prestiti, a sua volta controllata all’87% dal Ministero dell’Economia e delle Finanze; il nesso con la Cina? Il secondo socio in Cdp Reti, con il 35%, è State Grid Europe Limited, società del gruppo State Grid Corporation of China”.
Insomma, per quanto problematica nel piano politico complessivo visti gli attuali contesti critici in campo geoeconomico, la partecipazione di State Grid in Snam è, come nota Picotti, indiretta e comunque residuale in termini di impatto sul capitale. Il vero dato è sul piano operativo: a Berlino l’idea di una conquista straniera, a maggior ragione italiana, di un suo attore economico scontenta. Contraddice la narrazione di un’Europa a trazione tedesca in cui Roma è satellite e secondaria. Snam avrebbe investito 920 milioni di euro, ma la Germania ha bloccato l’autorizzazione di sicurezza nazionale, portando l’affare a tramontare.
Snam bloccata nel suo progetto europeo
Del resto, in questo campo l’affare in questione avrebbe mostrato che il vero colosso tra i due attori è Snam, protagonista delle infrastrutture energetiche tra Mediterraneo ed Europa meridionale, che ha avuto nel 2024 un fatturato superiore ai 3,5 miliardi di euro, più che doppio rispetto agli 1,5 di Oge, con cui un’integrazione contribuirebbe ad ampliare le prospettive d’investimento e rafforzare le necessarie economie di scala. La mossa di Snam, che ha iconicamente sede in Via Maastricht, avrebbe contribuito a consolidare questa integrazione tra attori comunitari, presentata come doverosa anche dai rapporti di Mario Draghi e Enrico Letta sulla competitività e il mercato interno pubblicati nel 2024.
Per Berlino, che rivendica una volontà di leadership europea, fermare un’integrazione del genere col pretesto securitario è potenzialmente controproducente. Il solipsismo nazionale ferma una mossa di taglia comunitaria come l’ingresso di Snam nel capitale di Oge. E le “buone pratiche” europee diventano controproducenti quando impattano sullo status quo germanico.
La Germania, locomotiva economica e freno politico
Non si può non tracciare un parallelo con l’affare Unicredit-Commerzbank, fortemente avversato dai due esecutivi tedeschi alternatisi nel 2025, e che per Berlino non è la premessa alla creazione di un potenziale polo finanziario di rango europeo ma bensì la possibile base di una conquista straniera alla seconda banca tedesca, peraltro ben più modesta di dimensioni rispetto al gruppo di Piazza Gae Aulenti. La Germania è allergia alle intrusioni straniere nella sua economia.
Per l’Italia, prima di Snam e Unicredit, ci fu il caso Pirelli, che nel 1990 fu fermata da Helmuth Kohl nel tentativo di scalare il produttore tedesco di pneumatici Continental, mentre nel 2012 fu Angela Merkel a sabotare la convergenza tra Airbus e la britannica Bae nel settore della difesa e dell’aerospazio. Insomma, Berlino chiude la porta ai capitali stranieri quando sa di non essere parte vincente di un accordo. E questo segnala lo iato tra volontà europeiste e realtà dei fatti da parte di un Paese troppo spesso freno politico prima ancora che locomotiva economica del Vecchio Continente. Un atteggiamento che genera conseguenze strategiche palesi per l’intera competitività europea.
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