Una smentita è una notizia data due volte? Forse, anche se nel caso del presunto affare per la scalata di Bp da parte di Shell si tratta nel breve periodo della garanzia di un rinvio. Due giorni fa il Wall Street Journal ha dato la notizia che Shell aveva intenzione di rilevare per circa 60 miliardi di sterline (oltre 70 miliardi di euro) la rivale, ex British Petroleum, creando a Londra un maxi-conglomerato del greggio e dell’energia verticalmente integrato capace di rivaleggiare a pieno titolo con i colossi pubblici e privati del settore.
Shell ha però, per ora, negato esplicitamente l’affare e, secondo le regole di mercato britanniche, non potrà presentare un’offerta concreta prima dei prossimi sei mesi. La partita a scacchi del mercato mondiale dell’energia sembra però essersi animata attorno a Londra, dopo mesi in cui il direttore generale della Bp, Murray Auchincloss, ha lavorato pancia a terra per tagliare i costi e ottimizzare le sinergie interne di un gruppo che in termini di produzione di barili di petrolio equivalente rivaleggia con Shell ma è stato penalizzato negli anni da investimenti non ripagati, indebitamento e scarse economie di scala.
Questo aveva fatto emergere l’ipotesi di una fusione con Shell e un’unione tra due delle “Sette Sorelle” come successo in passato negli Usa con la nascita di ExxonMobil. L’amministratore delegato della Shell, Wael Sawan, ha nicchiato e parlando col Financial Times a maggio ha dichiarato che la compagnia della conchiglia gialla avrebbe preferito proseguire la campagna di riacquisto di azioni proprie che nell’ultimo triennio ha portato il gruppo di Londra a riportare in pancia almeno 36 miliardi di dollari di emissioni.
Il Ft nota che ad oggi la fusione avrebbe una ratio industriale: per Shell “un accordo con BP potrebbe teoricamente rivelarsi una svolta per Shell, creando un gigante energetico con una capacità di pompaggio di quasi 5 milioni di barili di petrolio e gas al giorno, più di ExxonMobil o Chevron, titolare inoltre di un quarto del mercato mondiale del gas naturale liquefatto”. Insomma, un grande colosso capace di manovrare in una partita globale per il petrolio sempre più complessa e articolata, tra nuove frontiere produttive, l’incombere della transizione green che non spiazza la domanda di greggio, le tensioni geopolitiche e la necessità di governare una logistica complessa con economie di scala integrate.
Si nota che in questo contesto la partita prima che industriale appare di taglio finanziario. La sfida per un’eventuale fusione Shell-Bp sarebbe legata a far convivere i capitali, soprattutto americani, che nei due gruppi hanno posizioni predominanti. “Storicamente, i premi di acquisizione nelle principali acquisizioni nel settore petrolifero si sono attestati tra il 25 e il 40%, il che suggerisce un significativo potenziale di rialzo per gli azionisti di Bp”, nota Discovery Alert.
Tra questi azionisti, solo la banca Usa Morgan Stanley e il fondo Fisher Asset Management appaiono tra i primi dieci in entrambi i gruppi, mentre nel capitale di Shell i segnalano fondi come Wellington e Eagle Capital ma anche istituzioni finanziarie di peso come Bank of America, mentre due dei fondi più grandi e in cerca di rendimenti del pianeta, BlackRock e State Street, sono nel capitale di Bp assieme a Nomura e Goldman Sachs. Diversi investitori vogliono dire diverse aspettative: la solida Shell è disposta a rischiare per la più incerta Bp e a sobbarcarsi i costi di un’integrazione? E gli azionisti dell’ex British Petroleum preferiscono la fusione o la stabilizzazione dei conti e il ritorno a lauti dividendi? Anche nell’energia la finanza ha logiche che superano quelle industriali. Ma dall’equilibrio tra queste partite si capirà se in futuro il deal potrà riaprirsi o si sarà trattato solo di una voce d’inizio estate.
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