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Energia

Scorte, energie alternative, diplomazia: così la Cina si è preparata allo shock energetico in Medio Oriente

La Cina potrebbe reggere meglio di altri Paesi a una crisi energetica prolungata grazie a scorte, diversificazione e transizione energetica.

Il funzionamento a singhiozzo dello Stretto di Hormuz potrebbe generare una crisi energetica globale (ne abbiamo parlato qui). Nel caso in cui tale rotta marittima dovesse addirittura restare completamente inagibile per mesi, allora le conseguenze per l’economia dell’intero pianeta sarebbero ancora peggiori.

Anche la Cina si trova ovviamente in una situazione delicata, seppur molto diversa rispetto ai Paesi europei e alle altre nazioni asiatiche interessate al dossier. Gli analisti dell’Ocbc, per esempio, hanno affermato che il Dragone potrebbe essere “meno sensibile a una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz rispetto a molti dei suoi omologhi asiatici”.

Il motivo sta innanzitutto nei numeri. Pechino importa dall’Iran tra il 13 e il 15% del suo fabbisogno petrolifero, percentuale che sale al 40% considerando il greggio complessivo diretto oltre la Muraglia transitante da Hormuz e proveniente dalle varie nazioni del Golfo (il 30% se parliamo invece solo di gas naturale liquefatto).

Le spedizioni di oro nero che attraversano il collo di bottiglia antistante le coste iraniane rappresentano però solo il 6,6% del consumo energetico complessivo cinese, mentre quelle di gas appena lo 0,6%. Cosa significa? Che l’impennata dei prezzi di petrolio e gas derivanti dalla guerra in Iran avrà un impatto minore sulla Cina rispetto che in altri Paesi. Anche perché, nel corso degli ultimi anni, il governo cinese ha attuato una strategia mirata per prepararsi al peggio.

Il salvagente energetico della Cina

La Cina ha impiegato gli ultimi 20 anni per ridurre parte della sua dipendenza dai flussi di petrolio marittimi. Ha inoltre accumulato una delle più grandi riserve strategiche e commerciali di greggio al mondo, rilanciando al contempo una rapida transizione verso veicoli elettrici ed energie rinnovabili.

Lo scorso gennaio le stime parlavano di 1,2 miliardi di barili di scorte di greggio onshore: si tratta di circa 3 o 4 mesi di riserve che consentiranno al Dragone di ritardare ogni eventuale impatto economico.

Da un punto di vista strutturale, inoltre, entro il 2030 Pechino intende aumentare la quota di combustibili non fossili nel suo consumo energetico totale al 25%, rispetto al 21,7% del 2025.

E ancora: la Cina ha diversificato le proprie fonti energetiche. Secondo i calcoli dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, nel 2023 le energie rinnovabili, escluse l’energia nucleare e quella idroelettrica, rappresentavano l′1,2% del consumo energetico totale del gigante asiatico, in aumento rispetto allo 0,2% di vent’anni prima.

A prima vista sembrano dati irrisori ma hanno comunque importanti implicazioni strategiche. Il Rhodium Group, non a caso, ha sottolineato che nel luglio 2025 la spinta del Dragone verso i veicoli elettrici, soprattutto nel settore dei camion, aveva ridotto la sua domanda implicita di petrolio di oltre un milione di barili al giorno (saliti a 1,6 milioni nel 2026).

petrolio

Programmazione e diplomazia

C’è un altro fatto da attenzionare: oltre la metà dei nuovi mezzi passeggeri venduti in Cina rientra nella categoria dei cosiddetti veicoli a energia alternativa, cioè non a benzina o diesel.

“Con la domanda di carburanti per autotrazione che mostra già segni di picco e la capacità di energia rinnovabile in rapida espansione, la sensibilità della Cina alle fluttuazioni del prezzo del petrolio sta diminuendo su base annua”, ha affermato ancora l’Ocbc. “Nel tempo, l’elettrificazione dei trasporti e l’espansione della produzione di energia da fonti rinnovabili proteggeranno ulteriormente l’economia dagli shock legati al petrolio”, ha quindi concluso il gruppo bancario nella sua nota.

Interessante notare anche come il petrolio e il gas naturale rappresentino appena il 4% del paniere energetico cinese, una percentuale di gran lunga inferiore al 40-50% registrato in molte altre economie asiatiche. È l’elettricità, prodotta in gran parte dal carbone e da una quantità crescente di fonti rinnovabili, a incarnare semmai una parte sempre maggiore del consumo energetico totale del Dragone.

Certo, le tensioni nello Stretto di Hormuz non fanno piacere a Xi Jinping, che potrebbe tuttavia riuscire a sbloccare la situazione – almeno per la Cina – utilizzando la leva della diplomazia con Teheran. Xi potrebbe anche pensare, oltre a incrementare l’estrazione di greggio in patria (come in parte ha già fatto), di accelerare il progetto del gasdotto Power of Siberia 2 con la Russia del partner Vladimir Putin. Le opzioni non mancano. Almeno per il momento.

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