Russia esentata dai dazi di Trump ma non dalle conseguenze: crolla il prezzo del petrolio

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La Russia ha osservato da spettatrice interessata il recente scoppio della guerra commerciale internazionale avente al centro la rivalità daziaria tra Cina e Stati Uniti. Mosca è stata di fatto esentata da ogni tipo di dazio “reciproco” superiore al 10% base imposto da Donald Trump a tutti i Paesi del mondo perché colpita da un duro ciclo di sanzioni che di fatto ha quasi azzerato i commerci con gli Usa.

Ma non per questo risponde necessariamente al vero il post satirico messo su X dall’account ufficiale dell’ambasciata di Mosca in Kenya, che mostra la Russia osservare pacifica il combattimento figurato tra Usa, Europa e Cina sui dazi. La Russia ha un timore dalla sfida commerciale, ovvero percepisce il rischio che i dazi spingano a una tendenza depressiva l’economia globale, inaugurando una fase di persistente ribasso dei prezzi del petrolio (e in misura minore del gas naturale), principale fonte d’entrata del bilancio del Paese euroasiatico.

Il crollo del petrolio impensierisce la Russia

I prezzi del greggio sono oggi assestati attorno i 61,50 dollari al barile nell’indice Wti, in calo di quasi il 10% nell’ultimo mese e di circa il 30% nell’ultimo anno. I prezzi di aprile 2025 sono ai minimi da quasi quattro anni, come segnalato dai grafici di Trading Economics come quello riportato di seguito.

Interrogata dai deputati del Partito Comunista della Federazione Russa alla Duma di Stato durante un’audizione nella giornata dell’8 aprile la governatrice della Banca di Russia, Elvira Nabiullina, ha ammesso che “ci sono dei rischi” per la Russia nella guerra tariffaria legati al combinato disposto tra impatti recessivi, restrizione del commercio globale e incertezza.

L’economista e funzionaria ha aggiunto che veder la guerra commerciale sommarsi alla scelta dell’Opec+ di innalzare da 135mila a 411mila barili di petrolio al giorno aumenta le incertezze, in una critica esplicita di una scelta avallata dal governo del presidente Vladimir Putin che mostra la vastità della capacità d’azione e giudizio della “guardiana” dell’economia nazionale.

Il benchmark Wti è scambiato sui mercati internazionali ed è ancora più alto dell’indicatore Urals che segna il prezzo russo di riferimento, sceso fino a 50 dollari al barile nei giorni scorsi. “Secondo i dati del ministero delle Finanze russo, i ricavi russi da petrolio e gas  sono crollati del 17%  a marzo rispetto all’anno precedente”, nota Oil Price, aggiungendo che “i ricavi di aprile sono destinati a essere molto inferiori rispetto allo scorso anno e a marzo, se i prezzi del Brent si manterranno intorno ai livelli attuali, intorno ai 60 dollari per tutto il mese”. I dazi di Trump possono creare una frizione geoeconomica spingendo soprattutto all’impatto il sistema statunitense e quello cinese, primo mercato di Mosca, con ripercussioni che potranno toccare da vicino anche la Russia.

In discesa è anche la curva del prezzo del gas naturale al mercato Ttf di Amsterdam, prezzo di riferimento per l’Europa, sceso del 7% nell’ultimo mese. L’impatto di questo ciclo è però inferiore rispetto a quello del petrolio, dato che la Russia si sta inserendo nel mercato del gas naturale liquefatto spostato via nave in sostituzione allo stop delle forniture via tubo, i prezzi sono assai più volatili rispetto a quelli del petrolio e Mosca mantiene diversi contratti di fornitura a lungo termine con vari Paesi come la Cina.

Un impatto pesante sul bilancio della Russia

Un calo dei prezzi del petrolio e del gas ora impatterebbe sul bilancio di Mosca, contribuendo a rendere più complessa la capacità russa di finanziare la guerra in Ucraina perché, ricorda il New York Times, “le esportazioni di petrolio finanziano circa un terzo del bilancio federale totale della Russia” al cui interno “quest’anno, il governo ha stanziato l’equivalente di quasi 136 miliardi di dollari per la difesa e la sicurezza, quasi il triplo rispetto a dieci anni fa, secondo i calcoli dell’analista militare Pavel Luzin”.

Non parliamo di un collasso in vista per l’economia russa, ma di una conseguenza imprevista della guerra commerciale americana che può creare a Mosca grattacapi che oggigiorno appaiono paradossalmente più impattanti di qualsiasi possibile risposta militare sul campo di un’Ucraina in grande difficoltà.

Un effetto previsto da Trump per favorire la pressione su Mosca per i colloqui di pace in Ucraina? Difficile pensare sia così: i prezzi in discesa mettono in difficoltà i produttori americani di shale oil, che hanno bisogno di prezzi superiori ai 70-80 dollari per generare profitto e sono preoccupati da un possibile calo strutturale del greggio. Ma, per effetto di quella che Horace Walpole chiamerebbe serendipità, forse una guerra commerciale che non sta avendo ad oggi i risultati sperati su riduzione del debito e reindustrializzazione americana potrà aiutare alla pressione statunitense su Mosca per chiudere il capitolo problematico dell’Ucraina, priorità per Trump prima che per lo stesso Vladimir Putin. E, paradosso dei paradossi, la Russia oggi deve tifare per la globalizzazione, per il rilancio dei traffici commerciali e del libero scambio per alimentare la linfa vitale della sua economia e, dunque, finanziare i progetti nazionalisti di Putin. Il mondo complesso di oggi è anche questo.