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Mentre l’autunno si avvicina, l’Europa fa i conti con la prospettiva di affrontare durante la stagione fredda il “contropiede” della Russia di Vladimir Putinche tiene di riserva, pronta a schierarla, la carta del taglio totale alle forniture di gas ai Paesi del Vecchio Continente. Le interruzioni delle forniture a Polonia, Bulgaria e Finlandia, la rottura dei commerci energetici con Estonia, Lettonia e Lituania, le manovre di riduzione delle forniture compiute in diversi casi senza preavviso contro Paesi Bassi e Italia e il braccio di ferro con la Germania su Nord Stream hanno disegnato un quadro chiaro: Mosca porta avanti una guerra psicologica ventilando a più riprese l’interruzione delle forniture di gas; tali procedure scatenano trend rialzisti sui mercati; l’Europa, di conseguenza, aumenta la sua bolletta energetica verso Mosca, che ottiene un tesoretto necessario a controbilanciare i danni delle sanzioni occidentali. Tutto questo nella certezza, ormai chiara, che l’Europa non può permettersi ad ora un embargo totale al gas russo.

Parliamo di un canovaccio chiaro, a cui però con gradualità i Paesi europei stanno rispondendo cercare di minimizzare il perimetro su cui la Russia può colpire cercando fonti alternative, riducendo l’esposizione verso Mosca e costruendo reti di fornitura alternative. In vista dell’autunno e dell’inverno, le scelte si stanno concentrando su tre direttrici: programmare la riduzione dei consumi per abbassare la dipendenza dall’oro blu e, di conseguenza dalle importazioni russe; aumentare il riempimento degli stoccaggi in modo tale da stabilizzare le forniture e i mercati secondari, come quello elettrico; infine, cercare fornitori alternativi da consolidare nel medio-lungo periodo.

L’effetto sostituzione sul gas non basta

Partiamo da quest’ultimo punto per capire in che misura la sfida energetica russa sia complessa. Nell’ordine la ricerca di fornitori alternativi pone tre sfide chiave: in primo luogo, i mercati del gas si fondano su due diversi tipi di mercato, quello dei contratti a lungo termine e quello dei carichi quotidianamente scambiati (spot) e questo pone un problema visto che gli accordi tra i Paesi europei e Gazprom si fondavano soprattutto sul primo campo; in secondo luogo, esiste un disaccoppiamento temporale tra le necessità politiche da soddisfare per costruire accordi-quadro e le urgenze che l’Europa si troverebbe ad affrontare arrivando alla stagione fredda in debito di gas; infine, si crea un problema strutturale di gestione del prezzo e dei costi del superamento della dipendenza dalla Russia.

Paesi come l’Italia hanno ovviato, sino ad ora, alla carenza di gas russo puntando su molti contratti di fornitura alternativi (Algeria, Azerbaijan, Congo e via dicendo), ma in generale, come ha notato il think tank europeo Bruegel, la priorità sino ad ora è stata quella di mettere in campo forniture di breve termine legate soprattutto al gas naturale liquefatto (Gnl). “La quota della fornitura di gas dell’Unione Europea fornita dalla Russia è scesa da oltre il 40% nel 2021 ad appena il 20% nel giugno 2022”, ha scritto Bruegel in una ricerca sul tema del futuro delle forniture energetiche europee. “Il divario di oltre 300 terawattora nei primi sei mesi del 2022 rispetto al 2021 è stato finora colmato principalmente da 240 TWh di ulteriori importazioni di gas naturale liquefatto” da mercati come quello americano. “Gazprom ha rotto diversi contratti di fornitura a lungo termine con i suoi partner commerciali dell’Ue”, aggiunge il think tank “e il rischio è alto che la Russia tagli tutte le forniture all’Ue prima dell’inverno, se lo ritiene strategicamente vantaggioso”, e in attesa del potenziamento della capacità di stoccaggio e rigassificazione (a cui anche l’Italia sta lavorando) c’è la chiara consapevolezza che l’effetto-sostituzione col Gnl abbia raggiunto il suo limite.

“Le minori importazioni dalla Russia”, sottolinea Bruegel, “possono ora essere soddisfatte solo riducendo la domanda di gas dell’Ue”, come concordato dai Ventisette nella riunione del Consiglio europeo sull’energia del 26 luglio scorso. L’Ue ha concordato una strategia di riduzione della domanda totale nei nove mesi compresi tra agosto 2022 e aprile 2023 pari a circa il 15% rispetto alla domanda media nel periodo 2019-2021 da attuare, a meno di decisioni verticali del Consiglio Europeo, su base volontaria al fine di compensare l’effetto che potrebbe produrre un arresto completo delle importazioni dei gasdotti russi.

Risparmi e stoccaggi, sfide incrociate

In quest’ottica, infatti, Bruegel sottolinea diverse criticità: la sfida non è solo sul gas in sé, ma sulle dinamiche che il combinato disposto tra alta domanda e offerta incerta può causare. Ne abbiamo già avuto un esempio prima dello scoppio della guerra in Ucraina, tra dicembre 2021 e gennaio 2022, mesi in cui l’incertezza sulle forniture russe spinse al rialzo i prezzi in tutta Europa e causò problematiche strutturali al mercato elettrico, fortemente dipendente dal prezzo dell’oro blu al punto Ttp di Groningen, base dei prezzi europei del gas, tanto da scatenare dinamiche di incertezza anche nei Paesi meno dipendenti dal gas russo.

Non a caso uno degli Stati maggiormente attenti a giocare d’anticipo sulle politiche di “sobrietà” energetica è stata la Francia, che prima della guerra dipendeva da Mosca per solo il 10% dei suoi consumi. In un anno il prezzo dell’elettricità in Francia è salito da 77 a 400 euro al MWh (+419,48%)Emmanuel Macron ha iniziato a promuovere misure di contenimento, che vanno dal divieto per i negozi di tenere la porta aperta con l’aria condizionata attiva all’obbligo di spegnere le insegne la notte, tali da abituare la popolazione a una riduzione dei consumi. Il cuneo su cui si vuole lavorare è proprio quella della ridotta dipendenza da Mosca, ritenuta maggiore fonte di destabilizzazione per i suoi impatti sul mercato europeo a cui Parigi è estremamente connessa.

La Germania ha già varato invece piani di taglio del 15% dei consumi di gas per ovviare alla catastrofe annunciata in caso di destrutturazione delle forniture russe. Per ovviare al calo di Nord Stream, a un terzo della sua capacità totale, nota Bruegel, Berlino vuole “fare affidamento sui flussi dalla Norvegia, sul gas nazionale dai Paesi Bassi e sulle importazioni di GNL attraverso il Belgio. In quanto importante paese di transito, il volume di gas riesportato è una variabile chiave. Il governo tedesco ha già avviato la fase 2 (su 3) del suo piano di razionamento del gas di emergenza. Sono inoltre in atto piani di emergenza per mettere in linea un nuovo terminale Gnl a Wilhelmshaven (8 TWh/mese)”. Ma nulla nel breve periodo potrà evitare razionamenti di gas ai settori non cruciali, tagli all’illuminazione dei monumenti pubblici, riduzione dei consumi per industrie e famiglie.

La Spagna ha ridotto la possibilità di utilizzo di aria condizionata estiva e riscaldamento, come ha fatto l’Italia negli uffici pubblici. E anche i Paesi mediterranei mantengono come carta di riserva quella di piani più strutturati. Ma la sensazione è che Paesi come l’Italia possano essere avvantaggiati nel contesto invernale dalla minore durata del periodo di maggiore freddo e dalla crescente diversificazione delle fonti. Questo perché fonti alternative e risparmi hanno l’obiettivo di preservare gli stoccaggi. Al 16 agosto gli stoccaggi di gas in Italia avevano raggiunto il 78,19% a 151,26 TWh, pari a 1,62 miliardi di metri cubi circa. La Germania, con 189,3 TWh, che corrispondono al 77,79% della capacità complessiva d’immagazzinaggio di Berlino, era in testa alla classifica europea in termini di quantità di oro blu conservato, sopravanzando l’Italia senza però arrivare a un analogo livello di copertura della disponibilità totale. La media europea era al 75% e l’Ue chiede di portarla all’80% entro l’1 ottobre. Ma in caso di inverno freddo e offensiva energetica russa, Paesi come la Germania potrebbero soffrire nonostante gli alti livelli di immagazzinamento, tanto da pensare all’utilizzo di carbone in via emergenziale.

In sostanza, la battaglia energetica è aperta e frenetica. E l’Europa si trova in trincea. Il perimetro su cui la Russia può colpire e incidere è notevolmente ridotto. Ma i danni possono essere comunque notevoli e portare a un indebolimento dell’unità europea in una fase che vedrà la crisi energetica sommarsi ai problemi per la definizione delle nuove politiche economiche dell’Ue, del futuro di Next Generation Eu e delle manovre anti-inflazione della Banca centrale europea. Torna d’attualità, in prospettiva, una soluzione a cui l’Italia ha pensato attivamente e che può rappresentare il game-changer: il tetto al prezzo del gas nel mercato interno. Un atto politico incisivo che potrebbe ridurre l’esposizione dell’Europa allo tsunami energetico. Ma per la cui attivazione servono una volontà comune e una capacità di programmazione oggi carente in un Vecchio Continente attento al governo dell’emergenza più che alla programmazione del futuro.

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