Riparte l’oleodotto Iraq-Turchia, e fa felici anche gli Usa

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La decisione di riaprire l’oleodotto Iraq-Turchia, chiuso per oltre due anni, non è soltanto un gesto tecnico legato all’export di greggio: è la manifestazione di un nuovo equilibrio tra Baghdad, Ankara e Washington. L’intesa, favorita dalla diplomazia statunitense, consente di far fluire nuovamente verso il porto turco di Ceyhan circa 400-450 mila barili al giorno provenienti dai giacimenti del Kurdistan iracheno. Per Baghdad significa rimettere in moto una fonte di entrate che prima dello stop valeva circa il 10% del bilancio nazionale; per la Turchia è il recupero di tariffe di transito e di un ruolo da hub energetico; per gli Stati Uniti è un tassello nella strategia di contenimento dell’influenza russa e iraniana sul mercato petrolifero regionale.

Le cicatrici della disputa Baghdad-Erbil

Dietro la chiusura dell’oleodotto, nel marzo 2023, c’era stata la lunga disputa legale tra il governo centrale iracheno e quello regionale curdo (KRG) sui diritti di esportazione del greggio. Baghdad rivendicava il monopolio costituzionale sulle vendite estere, mentre Erbil pretendeva autonomia per attrarre investitori stranieri. La sospensione decretata da Ankara – ufficialmente per motivi di sicurezza dopo un arbitrato internazionale – aveva paralizzato l’economia curda e ridotto drasticamente le entrate federali, acuendo le tensioni politiche interne. La mediazione americana ha permesso ora di trovare un compromesso: i proventi delle vendite verranno incanalati su un conto federale, ma una quota significativa tornerà al KRG, che in cambio rinuncia alle esportazioni autonome.

Calcolo economico e costi geopolitici

Il ritorno dell’export via Ceyhan può riportare nelle casse irachene fino a 7-8 miliardi di dollari l’anno, fondamentali per finanziare ricostruzione, stipendi pubblici e sussidi. Ankara incassa diritti di transito e rafforza la sua immagine di corridoio energetico tra Golfo e Mediterraneo, elemento che il presidente Erdoğan sfrutterà anche sul piano politico interno ed europeo. Per Washington il guadagno è duplice: rafforza un alleato mediorientale storicamente instabile come Baghdad e limita la dipendenza europea da greggio russo, offrendo al mercato Ue un’alternativa vicina e politicamente più gestibile. Tuttavia, il successo commerciale rischia di riaccendere rivalità interne in Iraq, dove i partiti sciiti filo-iraniani guardano con sospetto alla crescente influenza turca e americana.

Il fattore sicurezza

La riapertura dell’oleodotto attraversa aree sensibili, in particolare nella provincia di Ninive e lungo il confine curdo-turco, dove permangono cellule dell’ISIS e milizie curde del PKK. Ankara esigerà garanzie di sicurezza per le infrastrutture, probabilmente aumentando le operazioni militari transfrontaliere contro il PKK, con il rischio di nuove tensioni con Baghdad e con lo stesso KRG. Washington, già presente con missioni di addestramento, potrebbe intensificare il supporto tecnico e di intelligence per proteggere la linea.

Scenari militari e regionali

Sul piano strategico, il nuovo assetto energetico aumenta la dipendenza di Baghdad da Ankara e Washington e riduce lo spazio di manovra di Teheran, che da anni cerca di convogliare l’export iracheno verso i propri terminali nel Golfo. La Turchia ottiene un vantaggio logistico che rafforza la sua posizione nei negoziati con l’UE per i corridoi energetici e con la Russia sul Mar Nero. Se la produzione e l’export cresceranno, sarà inevitabile un potenziamento della protezione militare delle infrastrutture: convogli di sicurezza, droni di sorveglianza e cooperazione con le forze locali curde e arabe.

La ripresa dell’oleodotto non riguarda solo il petrolio: è il simbolo di un possibile rilancio delle infrastrutture irachene in connessione con la “corridor economy” che Stati Uniti e Unione Europea immaginano dal Golfo all’Europa via Turchia. Gli investitori internazionali – dalle major petrolifere ai fondi infrastrutturali – osservano il test della stabilità irachena: se l’intesa reggerà, potrà fungere da catalizzatore per nuovi progetti ferroviari e stradali legati al commercio energetico.

Conclusione

L’accordo sul vecchio oleodotto Iraq-Turchia mostra come le rotte dell’energia siano tornate a essere leve di potere politico. Il greggio di Mosul e Kirkuk diventa pedina in una partita più ampia, dove Washington cerca di contenere Iran e Russia, Ankara consolida il proprio ruolo di cerniera euro-asiatica e Baghdad tenta di capitalizzare la tregua con il Kurdistan per stabilizzare finanze e istituzioni. Una tregua fragile, esposta alle rivalità interne e agli appetiti regionali: l’oro nero torna a scorrere, ma la pace resta appesa a un filo.