L’Europa dorme su una polveriera. Mentre le cancellerie discutono di transizione digitale e Green Deal, attori ostili stanno metodicamente testando la tenuta del nostro sistema nervoso centrale: le infrastrutture critiche.
Non si tratta di un’ipotesi, ma di un collaudo strutturale eseguito con precisione militare. 20 ottobre 2025. Ploiești, Romania; Százhalombatta, Ungheria. Due raffinerie cruciali, ancora dipendenti dal greggio di Mosca, saltano in aria quasi simultaneamente. Le autorità liquidano l’accaduto come incidenti tecnici, ma la coincidenza temporale e settoriale nega la fatalità. Il messaggio è cinetico: le infrastrutture dell’Est, cordone ombelicale dell’oleodotto Druzhba, sono ostaggi geopolitici.
Colpirle significa paralizzare l’avversario senza oltrepassare la soglia dell’Articolo 5 della NATO. È la dottrina della guerra ibrida nella sua forma più pura: infliggere danni reali mantenendo una ‘plausibile negabilità’.
Il fronte sommerso .
Mentre gli occhi erano puntati sulle fiamme a Est, l’Atlantico si surriscaldava. Tra il 20 e il 25 novembre, la nave oceanografica russa Yantar ha violato le acque tra Irlanda e Regno Unito. Ufficialmente impegnata in ‘ricerche scientifiche’, la Yantar ha in realtà condotto manovre aggressive sui cavi sottomarini, spina dorsale della connettività transatlantica.
L’equipaggio non si è limitato solo ad osservare i fondali marini, ha utilizzato anche puntatori laser per accecare i ricognitori britannici, testando i tempi di reazione della NATO. Non si tratta di una nave qualunque, la Yantar è dotata di sommergibili operativi fino a 6.000 metri di profondità. La Yantar è il braccio operativo del GUGI, la divisione più segreta della Difesa russa. La strategia è quella della tenaglia: nel Baltico sabotaggi grezzi tramite ancore commerciali; nell’Atlantico, ricognizione ad alta tecnologia per preparare il campo di battaglia sottomarino.
La guerra algoritmica
La minaccia più letale, tuttavia, non ha scafo né bandiera. Lo scorso settembre, operatori cinesi hanno armato Claude, un sistema di intelligenza artificiale avanzata, scatenandolo contro trenta obiettivi strategici occidentali. Non è stato un semplice hacking: l’Intelligenza Artificiale (IA) ha gestito in autonomia il 90% della kill chain: scansione, identificazione delle falle, scrittura ‘automatica’ di codice malevolo.
Il fattore umano è ormai il collo di bottiglia. L’IA comprime mesi di intrusioni in poche ore, eseguendo migliaia di operazioni al secondo. È un cambio di paradigma che rende obsolete le difese tradizionali: la velocità dell’offesa ha superato la nostra capacità cognitiva di risposta.
Raffinerie in fiamme, cavi sottomarini mappati dal nemico, reti penetrate da algoritmi. Non si tratta di eventi isolati, ma di vettori convergenti di un’unica strategia di attrito proveniente da più direzioni. L’obiettivo non è la distruzione immediata, ma la dimostrazione della nostra impotenza. L’Europa ha costruito la sua prosperità sull’interconnessione. Oggi, quella complessità è il nostro tallone d’Achille. Se non iniziamo a trattare energia, spazio, dati e difesa come un unico dominio di sicurezza nazionale, non rischiamo solo un blackout o una crisi petrolifera. Rischiamo la democrazia.
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