SEO PER IL GIORNALISMO ENTRA NELLA NEWSROOM ACADEMY

Mentre ai confini orientali europei risuonano sempre più minacciosi i tamburi di guerra l’Unione Europea teme di essere doppiamente travolta da un’azione russa in Ucraina che, come Paolo Mauri ha ben ricordato su queste colonne, è tutt’altro che irrealistica. Non solo per l’incapacità di evitare un’escalation e di contenerne le conseguenze, dunque, ma anche per l’inevitabile impatto che questa avrebbe sulla crisi energetica che da tempo attanaglia il Vecchio Continente.

Mosca è il primo fornitore di gas all’Europa, negli ultimi mesi di mandato di Angela Merkel in Germania ha blindato l’accordo, oggi claudicante, per inaugurare il gasdotto Nord Stream 2 garantendo un transito residuale nella pianura ucraina, dall’estate in avanti ha usato l’oro blu come arma geopolitica sfruttando la sete energetica del Vecchio Continente.



L’Europa non ha saputo prendere provvedimenti adeguati per giocare d’anticipo sulle scorte, come fatto da Cina e Giappone, mentre nel quadro della spirale inflativa globale i pezzi si avvitavano. Il 2021 ha infatti visto lo scoppio di una vera e propria tempesta perfetta per i prezzi del gas nel mercato europeo dipendente dalle importazioni. Nel solo mese di dicembre, i prezzi spot sui mercati olandesi di riferimento per l’Eurozona sono arrivati a 60 dollari per milione di unità termali, il doppio del mese precedente e quindici volte il livello del prezzo negli Stati Uniti. Il temporaneo blocco imposto dalla Russia, la frenata della Germania sul gasdotto Nord Stream 2 e l’incedere dell’inverno hanno condotto i prezzi europei a un record storico di recente. E non c’è da escludere affatto che il combinato disposto tra il blocco delle forniture e un’escalation militare in Ucraina causi un ulteriore peggioramento della situazione, che risulterebbe rovinosa anche e soprattutto per l’Italia, che deve a Mosca il 46,4% delle importazioni.

Nel quadro della peggior crisi energetica da mezzo secolo in avanti, il Financial Times è dell’avviso che Mosca possa sfruttare il gancio energetico per esercitare pressioni sull’Ue usando il gas come strumento di guerra asimmetrica. Come lo sfruttamento dei migranti e dei rifugiati disperati al confine bielorusso-polacco, come le operazioni cyber contro le nazioni Nato, come le infiltrazioni di spie e agenti negli apparati rivali, anche le tensioni energetiche sono usate con scaltrezza da Vladimir Putin per aggiungere frecce all’arco di Mosca. David Sheppard, principale autore del quotidiano della City di Londra per i temi energetici, ha scritto chiaramente che Putin ha già, di fatto, dato via alla “guerra del gas” mostrando cosa può significare per l’Europa un affievolimento delle forniture.

Putin, nota, “ha dimostrato più volte una solida conoscenza del funzionamento del mercato delle materie prime” ed è ben conscio che per ottenere “grande influenza” sull’Europa non serva “tagliare di netto a zero le importazioni”, ma mostrare le conseguenze di uno stato di tensione passo dopo passo. Nell’ultimo trimestre del 2021, del resto, la “Russia ha abbassato del 20-25%”, secondo le stime dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, “le esportazioni ai Paesi europei”, alimentando indirettamente la crisi dei prezzi e la tempesta inflativa. Gazprom ha fatto chiaramente intendere di non vedere l’Europa come suo mercato principale del futuro, concentrandosi sul “Sacro Graal” energetico siglato con la Cina attraverso il gasdotto Power of Siberia, ma al contempo Mosca gioca su due fronti esercitando una velata pressione: la dipendenza europea dall’oro blu estratto dai giacimenti russi depotenzia anche la minaccia di Joe Biden di imporre l’esclusione della Russia dal circuito Swift per i pagamenti in dollari in caso di operazione contro l’Ucraina, dato che la mossa causerebbe un vero e proprio tsunami nel mondo dell’energia.



Anche la strategia di sostituzione delle forniture, per l’Europa, è complessa. Paesi come l’Italia possono puntare sul Tap e sui gasdotti mediterranei, ma sarebbero comunque coinvolti nella corsa dei prezzi e in un gap pauroso di domanda in caso di fine delle forniture russe dovute a un conflitto e a possibili sanzioni. Il Washington Post ha notato che gli Stati Uniti stanno, anche in questo caso, supplendo all’Europa sul fronte politico, non solo inviando carichi di gas naturale liquefatto (il trumpiano freedom gas) ma anche attivandosi per marginalizzare Mosca. Il quotidiano della capitale nota di aver appreso da un “alto funzionario dell’amministrazione Biden” che gli Usa “stanno avendo discussioni coi maggiori produttori di gas naturale in Africa del Nord, Medio Oriente e Asia”, oltre che con le aziende nazionali, “riguardanti la loro capacità produttiva e la loro volontà di aumentare temporaneamente il loro output”. Lunedì prossimo l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad al-Thani sarà alla Casa Bianca proprio per parlare di questi temi.

Per l’Europa questo testimonia la marginalizzazione politica e strategica cui l’Unione è, oramai, condannata. Arrivata ad essere assistita da Washington anche nella diplomazia energetica, messa sotto pressione dalla Russia, senza una strategia l’Ue ha fallito clamorosamente la prima prova dell’era post-Merkel. E va incontro a un doppio blackout: uno politico-militare, dato che a prescindere dallo scoppio di un conflitto le scorie della rivalità russo-americana continueranno a esser depositate nel Vecchio Continente, e uno materiale, energetico, se la crisi del gas travolgesse la sua economia. Non c’è scenario migliore della guerra fredda del gas per mostrare plasticamente quanto l’Europa sia oggetto, e non soggetto, delle dinamiche dominanti nel presente.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.