L’Europa è travolta dalla tempesta energetica imposta dalla Terza guerra del Golfo che ha portato all’aumento del 70% dei prezzi del gas naturale e del 60% quelli del petrolio e rischia di trasmettersi in un aumento generalizzato e strutturato dei prezzi dell’elettricità nel Vecchio Continente e in una “bomba” di inflazione già palesabile nelle preoccupanti statistiche sul rallentamento economico della Germania. Per i cittadini e le imprese europee, il problema energetico appare una sfida non più demandabile per difendere la sovranità e la prosperità del Vecchio Continente. Tutto questo a prescindere dal fatto che la guerra conosca ora un cessate il fuoco. E come spesso accade in situazioni del genere, si inizia a riflettere sull’opportunità di fare l’Europa attraverso le crisi.
Due spunti di riflessione arrivano dall’attuale situazione di criticità, che segue di pochi anni lo tsunami della guerra in Ucraina. Il primo dato riguarda la presenza di un’effettiva eredità positiva dell’esperienza russo-ucraina in termini di risparmio di almeno il 18% dei consumi di gas rispetto all’anteguerra in Est Europa e dell’aumento della generazione da rinnovabili, che ha prodotto circa il 47,3% dell’elettricità europea nel 2025, con il vento (37,5%), il solare (27,5%) e l’idroelettrico (25,9%) che facevano la parte del leone. Ciò permette di poter riflettere strutturalmente sul potenziale disaccoppiamento del prezzo dell’elettricità da quello del gas naturale in una prospettiva di mercato. Il prezzo finanziario dell’energia si fissa sul prezzo marginale dell’ultima unità prodotta, che in questa fase di acuti costi può essere a seconda dei contesti una centrale a gas o a carbone. Più alta è la quota di rinnovabili, più il prezzo marginale scende. Ma in futuro la presenza di un mercato autonomo e sostenibile delle fonti green potrebbe far pensare addirittura a un processo di sostanziale decoupling.
Come realizzare questo disaccoppiamento in un mercato pesantemente finanziarizzato, con alle spalle un meccanismo di futures e acquisti borsistici, è oggetto di dibattito. Gli economisti Simon Finster, Bernhard Kasberger e Simon Rütten della Cornell University hanno provato a proporre in un paper uno strumento di disaccoppiamento che presuppone un mercato compartimentato in aree precise:: “quando il prezzo zonale del giorno prima supera una determinata soglia, la produzione a emissioni zero viene remunerata al prezzo di compensazione meno una detrazione fissa per le emissioni di CO2, mentre tutte le altre unità continuano a ricevere il prezzo uniforme. Il meccanismo rialloca quindi una parte delle rendite inframarginali ai consumatori”.
Chiaramente, un meccanismo di prezzo uniforme presuppone un mercato coerente e ben costruito. E qui veniamo al secondo punto: la necessità di un mercato unico europeo dell’energia che sappia abbattere le barriere tra i Paesi e ramificare l’accesso delle fonti energetiche superando le divergenze tra attori europei. Tutto si tiene: sull’energia, nonostante la borsa comune del gas a Amsterdam, i Ventisette si muovono a sé, così come sulla programmazione delle infrastrutture energetiche e sulla finanza che serve per abilitare gli investimenti. Un mercato unico dell’energia richiederebbe reti convergenti per permettere ai vari mix (nucleare francese, rinnovabili del Nord e del Mediterraneo, gas e via dicendo) di integrarsi in una domanda comune e una cooperazione rafforzata tra Paesi partner. L’ex premier italiano Enrico Letta ha vergato un rapporto sul mercato unico europeo che tocca anche il tema energetico. Parlando della frammentazione dell’Ue su Project Syndacate con Pascal Lamy, Letta ha scritto:
Questa frammentazione incide direttamente sulla nostra prosperità e sicurezza. Danneggia la nostra competitività, indebolisce le nostre imprese, limita gli investimenti, rallenta l’innovazione e ci lascia esposti o indietro in settori strategici come l’intelligenza artificiale e l’energia. Riduce inoltre la nostra capacità di rispondere alle pressioni geopolitiche che oggi caratterizzano il panorama internazionale.
L’Ucraina aveva avvertito a riguardo e l’Iran lo testimonia. L’energia è vita per l’economia e la prosperità e lo sviluppo del Vecchio Continente. Per l’Europa la partita è da giocare a livello continentale in forma resiliente mettendo mano alla governance e ai meccanismi di mercato, cavalcando tanto la riduzione della dipendenza dai fossili quanto l’integrazione di mercato come leva di proiezione e sovranità.
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