L’Europa si trova di fronte a un paradosso tutt’altro che facile da sciogliere: il continente che, anche grazie a un impegno anticipatore da parte dell’Unione Europea a partire dai primi Anni Novanta, ha presentato i migliori risultati in termini di gestione dei problemi ambientali, lotta al cambiamento climatico e abbattimento delle emissioni, decurtate tra un quarto e un terzo del totale nei vari Paesi in trent’anni, è anche quello che vivrà la massima problematica per la gestione industriale delle politiche green.
Ora che il “verde” è diventato sistema, l’Europa si trova in una fase di stagnazione di molti suoi grandi progetti per un triplice problema di difficoltà strategica, carenza di materie prime critiche e prospettive incerte sugli investimenti. “Un’Europa competitiva e verde richiederà trilioni di euro investiti nel corso di decenni. E saranno necessari soldi pubblici per attrarre capitale privato”, ha ricordato Politico.eu. Evoluzioni normative come quelle del Net-Zero Industry Act recentemente adottato propongono ambiziose richieste ai partner europei per la sostenibilità di filiere e catene del valore, ma l‘Institute for Climate Economics ha sottolineato in una sua ricerca che l’investimento annuale mancante per raggiungere i target climatici fissati dall’Europa dovrebbe essere colmato con un esborso extra di 406 miliardi di euro da parte dei Paesi comunitari.
Fondi, questi, che all’Europa mancano dopo l’eredità degli anni dell’alta inflazione, della crisi energetica e dello shock industriale seguiti alla tempesta del Covid, che è stato un salasso per le nazioni del Vecchio Continente. E che si sommano al freno agli investimenti privati in alcuni settori, come quello delle batterie per i veicoli elettrici, centrali per la transizione green. Northvolt, principale produttore paneuropeo di batterie, ha perso di recente un contratto da 2 miliardi di euro con Bmw per tempi troppo lunghi di consegna dalla sua gigafactory in Svezia; e intanto la produzione di nuovi impianti ristagna.
Come ha ricordato Clean Technica, “la Volkswagen potrebbe ritardare il raggiungimento della piena capacità per il suo programma di produzione di batterie da 20 miliardi di euro. Automotive Cells Company, una joint venture tra Stellantis e Mercedes, ha messo in pausa due delle sue tre fabbriche di batterie pianificate a causa di una domanda di veicoli elettrici inferiore alle aspettative”. E anche la geopolitica si mette di mezzo: la cinese Svolt ha cancellato la proposta idea di impiantare una fabbrica di batterie nel Brandeburgo in un quadro sempre più teso per i rapporti economici sino-tedeschi. Tutto questo mentre è ancora da valutare quantitativamente l’impatto che sull’Ue avrà l’Inflation Reduction Act dell’amministrazione Biden americana e i suoi sussidi da 370 miliardi di euro all’energia pulita nel drenare fondi e aziende dall’Europa.
I fondi languono, la scala industriale è tutta da costruire e la dipendenza dell’Ue dalle materie prime critiche e dalla tecnologia cinese fa il resto. E l’Europa, al contempo, spinge anche per investire in altri settori critici, come la Difesa, che inevitabilmente dreneranno risorse e sui settori strategici soffre di un eccesso di proliferazione normativa e regolamentazione che rende i quadri incerti. Insomma, la leadership industriale “verde” sembra aver ormai abbandonato i lidi del Vecchio Continente.