Petrolio USA, con la guerra record di esportazioni verso l’Asia

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Nella giornata del 9 aprile 2026, una flotta di 68 petroliere vuote era in rotta verso i porti americani. Un dato straordinario: nella settimana prima dello scoppio del conflitto con l’Iran, il 28 febbraio scorso, erano 24. La media dell’anno precedente si fermava a 27. Dietro questo movimento di navi si legge qualcosa di più di una risposta emergenziale a una crisi: è la traiettoria di una potenza che ha trasformato la propria produzione energetica in leva geopolitica. Gli Stati Uniti si avviano ad aprile verso un record storico nelle esportazioni di greggio, con 5,2 milioni di barili al giorno stimati dalla società di ricerca Kpler, contro i 3,9 milioni di marzo. La domanda asiatica salirà dell’82%, a 2,5 milioni di barili al giorno.

Prima l’Europa, ora l’Asia: il disegno che avanza

Per capire la portata di quanto sta accadendo, occorre tornare al febbraio 2022, quando l’invasione russa dell’Ucraina scosse il sistema energetico europeo. L’Europa dipendeva dai gasdotti russi per una quota rilevante del proprio fabbisogno di gas. Nel giro di pochi mesi, quella dipendenza si era trasformata in vulnerabilità strategica. Gli Stati Uniti avevano già aumentato la propria capacità di esportazione di gas naturale liquefatto (LNG) negli anni precedenti, e si trovarono nella posizione di poter offrire all’Europa forniture alternative. Il risultato fu uno spostamento strutturale: Mosca perse il suo ruolo di fornitore dominante del continente, Washington ne guadagnò uno nuovo.

Oggi lo schema si ripete, in un contesto diverso e con un attore diverso al centro. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale, è di fatto ancora “chiuso”. L’80% degli idrocarburi che vi transitavano era destinato alla Cina e ai Paesi vicini. L’Asia si trova esposta a uno shock energetico senza precedenti recenti. E ancora una volta, sono gli USA a offrire una via d’uscita. La produzione americana di idrocarburi è cresciuta in modo costante nell’ultimo decennio, trainata dallo Shale Oil. Gli Stati Uniti sono diventati il primo produttore mondiale di petrolio e gas, e hanno costruito un’infrastruttura di export che oggi consente loro di rispondere con rapidità a shock globali.

La Cina davanti al rebus Hormuz

Pechino importava fino a 1,4 milioni di barili al giorno dall’Iran, circa il 13% della sua domanda totale. Quella fornitura, spesso aggirata dalle sanzioni USA, è oggi interrotta. Ma il problema va oltre l’Iran: circa 5,4 milioni di barili diretti alla Cina transitano dallo Stretto, provenienti da Arabia Saudita, Iraq, Emirati e Qatar. La fornitura dei Paesi del Golfo copriva circa metà del fabbisogno di petrolio e un 30% della fornitura di gas liquido di Pechino. La Cina dispone di riserve strategiche e commerciali stimate tra 1,3 e 1,4 miliardi di barili, sufficienti per circa quattro mesi. Ha aumentato le importazioni da Mosca ma la concorrenza con l’India, a cui Washington ha concesso una deroga per importare greggio russo, riduce i margini di manovra cinesi. Nel breve periodo, Pechino deve fare i conti con la perdita di forniture a prezzi scontati e con un mercato globale in cui il WTI ha superato i 100 dollari al barile.

Riserve strategiche, prezzi interni e il rebus politico di Trump

La corsa all’export americano ha un lato oscuro per Washington. Il WTI resta oltre il 40% più caro rispetto ai livelli pre-guerra, nonostante la tregua di due settimane annunciata martedì tra USA e Iran, immediatamente complicata da nuovi attacchi israeliani in Libano. I prezzi della benzina hanno superato i 4 dollari al gallone per la prima volta in quattro anni. Il diesel si avvicina al record storico di 5,81 dollari al gallone. L’amministrazione Trump ha già autorizzato il rilascio di oltre 170 milioni di barili dalla Strategic Petroleum Reserve (SPR) e ha allentato alcune norme ambientali per contenere i prezzi. Il segretario all’Energia Chris Wright ha fissato il limite delle estrazioni dalla riserva strategica tra 1 e 1,5 milioni di barili al giorno: un volume insufficiente a compensare i 10-15 milioni sottratti al mercato dalla chiusura del Golfo.

Sul piano politico, la pressione su Trump si fa intensa. Un recente sondaggio del Pew Research Center segnala che il 69% degli americani è preoccupato per il rincaro energetico prodotto dal conflitto in Iran. I consensi del presidente sono in calo. Le elezioni di midterm si avvicinano, e l’inflazione energetica è uno dei dossier più caldi per l’elettorato.

Il nuovo ordine energetico che prende forma

Al netto delle tensioni interne, la guerra in Iran sta accelerando una transizione già in corso nella gerarchia energetica globale. Gli USA stanno aprendo rotte commerciali inedite: dal Golfo del Messico all’Australia, dalla costa Est americana verso l’Europa. Più a lungo durerà la chiusura di Hormuz, più queste rotte si consolideranno. Le dipendenze energetiche si riscrivono lentamente, ma si riscrivono. E ogni crisi, come quella ucraina prima e quella iraniana ora, lascia tracce permanenti nelle mappe dei flussi globali di energia.